A Bruxelles, i primi di giugno, si è svolto un festival molto specifico di performance art presentato in due splendidi spazi: il Kaaitheater, un edificio in stile art déco inaugurato nel 1932 al posto di un vecchio Luna Park, e il Kaaistudios, un complesso industriale più recente restaurato nel 1994.

Col titolo Burning Ice #5. We, the gardeners… questa piccola ma ben organizzata rassegna indaga sul rapporto tra natura e cultura, sulla tensione che ne deriva e che ha sempre prodotto diverse opere d’arte ispirate alla natura stessa. Infatti, quest’ultima è un riferimento molto potente in tutte le culture, perfino se hanno sempre cercato di salvare gli uomini dalle spaventose lande dell’ignoto. Ma adesso, il punto di partenza di questa rassegna è come poter proteggere la natura dalla cultura, come sviluppare e vedere attraverso questo binomio, cercando di cambiare e riformulare le nostre considerazioni in merito all’ambiente ecologico, muovendoci da un punto di vista antropocentrico verso un sentimento più legato a tutti i problemi che circondano l’attuale questione della natura.

Da giovedì 5 giugno fino a sabato 9 giugno, molte performance si sono susseguite a proiezioni video, installazioni, mostre e conferenze di svariati artisti internazionali. Talvolta proposti come una sorta di documentari legati al modo in cui oggi si tornano a svolgere alcuni lavori quali il contadino o il pastore, come nel progetto The Black Lamb di Els Dietvort, in cui ha documentato l’esperienza del trasferimento da Bruxelles a una fattoria di pecore in Irlanda. Qui, il sogno di un ricongiungimento con un’antica cultura, si trasforma invece nella sfida per la sopravvivenza del popolo metropolitano e contemporaneo, per non cedere il primato alla natura in termini di animali e agricoltura. In merito alle live performance, ve ne sono state due tra tutte degne di note e molto efficaci, così come sono opere originali e anche molto diverse l’una dall’altra.

La prima era The Extra Sensorial Garden, un’opera del coreografo danese Mette Ingvartsen (http://metteingvartsen.net/), con la collaborazione della ballerina Manon Santkin. Questa performance è in realtà una coinvolgente installazione, vissuta dal pubblico con il proprio corpo e i propri sensi – ad eccezione della vista. Il pubblico viene fatto accomodare attorno a tavoli. Di fronte a ciascuno di noi vi sono deliziose maschere da mettere sugli occhi e un paio di cuffie. I due artisti spiegano solo i vari passi della performance e cosa avremmo dovuto fare di lì a poco, dandoci alcuni semplici consigli, come non cercare di sbirciare dalla maschera e di seguire solo le diverse sensazioni dal “giardino extrasensoriale”.

Ci alzano uno a uno e ci accompagnano altrove; il senso dell’orientamento è subito perso e ti aggrappi al nuovo posto come l’unica certezza nella condizione in cui ti trovi. In seguito, attraverso la maschera, il pubblico comincia a percepire diverse sfumature di colore, che cambiano dall’una all’altra e questo cambiamento graduale di colori avviene accompagnato dai diversi suoni di un giardino, in sottofondo nelle cuffie.

E’ un invito a perdersi in un giardino virtuale e fittizio, creato per stimolare i sensi dei visitatori, attraverso suoni, come il suono della pioggia, di un fuoco, delle mosche; dai colori che vediamo attraverso la maschera, come ombre verdi che sfumano al giallo, o al blu, o al rosso; è possibile al contempo percepire anche le variazioni di temperatura, e tutte queste informazioni sensoriali, che s’intrecciano tra loro, portano il pubblico in un intimo viaggio attraverso questo giardino artificiale ma molto reale. Uno degli aspetti più interessanti è la reazione fisica che i visitatori hanno durante l’immersione virtuale. Perfino sapendo di non avere mosche attorno alla testa o di non avere un fuoco che scoppietta alle spalle, il corpo ha qualche reazione fisica, quali stimoli e movimenti in direzioni diverse, come se si sentisse in pericolo o se si stesse rilassando. E’ un ottimo spunto per riflettere su quanto possiamo vivere come presente, qualcosa che effettivamente non esiste nel mondo reale nella forma che ci stiamo immaginando.

Come altri ambienti virtuali, il visitatore è portato in una condizione alterata di realtà, in cui perde le sue precedenti coordinate e può scegliere come interagirvi. Riguardo a questa coinvolgente performance, tutto dipende dalla propria reazione all’esperimento sensoriale, e poiché si è soli nella propria colorata cecità, è un’esperienza molto personale e soggettiva. Inoltre dipende dal proprio feeling con la natura, e se piace o meno esservi coinvolti; è anche una questione che tocca i propri ricordi e il potere della suggestione che questo giardino extrasensoriale esercita su ognuno di noi. Quest’opera inoltre confonde il confine tra qualcosa che è presente nella realtà, anche se è creato artificialmente come il rumore e la luce che percepiamo e sentiamo, e qualcosa che la mente completa e porta da sé, come il profumo dei fiori o la visualizzazione di alberi ed erba.

E’ dunque un’esperienza molto personale, ma alla fine il pubblico viene accompagnato al tavolo e invitato a spiegare e condividere le proprie sensazioni vissute, e in quel momento realizzi veramente quanto sia stato diverso per ciascuno, come se il tuo modo di sentire fosse l’unico modo possibile di viverlo. E’ un’opera molto interessante, soprattutto vedere come i due artisti abbiano gestito in maniera perfetta ogni elemento, come i riflettori colorati davanti al pubblico cieco, il lavoro sul suono e infine, la scelta di lasciare che il pubblico si sedesse su una sedia e non stendesse a terra, per dare poi la sensazione di essere completamente circondati da un ambiente virtuale.

La seconda performance è stata l’opera dell’artista italiano Cristian Chironi, da Bologna (http://www.cristianchironi.it/home%20pages.html). Cutter è un viaggio immaginario attraverso il mondo, realizzato con illustrazioni da alcuni libri specializzati sulla natura, che riguardano il mondo subacqueo, le grandi catene montuose, i deserti e infine l’ultimo paradiso terrestre, dove la natura è ancora incontaminata dalla società. L’idea della performance è semplice ma allo stesso tempo molto forte e multistrato. C’è un uomo seduto a tavola – l’artista (quando il pubblico ha già preso posto), come reale presenza umana sul palco – che sfoglia pagine del libro mentre una telecamera appesa sopra il tavolo cattura e proietta su un grande schermo davanti al pubblico le immagini dei libri. Con un taglierino, Chironi incide le illustrazioni sulle pagine, offrendo alla vista degli spettatori una nuova forma della natura già presente nel volume e creando una specie di storia attraverso le immagini.

La drammaturgia, infatti, affiora dalle sequenze delle immagini e delle semplici azioni che l’artista talvolta integra alla sequenza di pagine. Una volta, siamo stati guidati in un’immersione nelle profondità marine e la proiezione del libro è stata accompagnata da alcune bolle di sapone che l’artista ha soffiato tra le pagine, indossando una maschera da sub. E’ divertente e affascinante allo stesso tempo, innanzitutto perché nonostante possiamo vedere e ridere dei trucchetti, siamo affascinati dal mondo immaginario che vediamo sullo schermo. Abbiamo così tre livelli di azione: la prima è quella dell’autore, la sua reale presenza che ci rivela la finzione che possiamo vedere sullo schermo. La seconda è l’azione passata dell’autore del libro, come azione già terminata, che viene dal passato e che prende nuova vita grazie alla performance. Infine la terza, che è il film live creato dall’interazione tra i primi due livelli.

Anche il suono gioca un ruolo importante nell’opera, descrivendo un viaggio virtuale attraverso i diversi libri che Chironi mostra via via; talvolta è in contrasto con le immagini, a volte in armonia, qualche volta è l’artista stesso che comincia a parlare – per esempio quando taglia i petali dalla foto di un fiore e pone la classica domanda “m’ama/non m’ama”, o davanti alle immagini di montagne altissime fa l’eco.

Cutter sembra voler ristabilire un rapporto tra l’umano e la natura, utilizzando due oggetti storici, quali i libri e le fotografie che hanno sancito una distanza formale dalla società all’ambiente naturale. Il libro come strumento che sin dall’inizio ha condotto l’uomo verso una cultura di pensieri e idee, in cui la natura potrebbe essere descritta ma da una certa distanza; la fotografia invece, come mezzo che può catturare l’aura della natura e renderne la sua immagine virtuale. Qui è dunque possibile saggiare l’opposizione tra reale e artificiale, connessa e filtrata attraverso la mediazione fisica dell’artista. Inoltre i libri divengono tridimensionali e la proiezione della telecamera ci porta a credere che sia tutto vero.

Un altro aspetto dell’opera si concentra sul concetto di sottrazione. Si riferisce in primo luogo alla sottrazione di pezzi d’immagini ritagliate dalle pagine e dal loro contesto originale. L’artista, attraverso il suo lavoro, crea un’assenza immediatamente compensata da un’altra immagine sotto la pagina: ridà forma alla natura, o all’immagine della suddetta. Tuttavia si riferisce anche all’assenza, in quel momento, della natura reale, presentata dalle tecnologie umane quali fotografie, telecamere, proiettori, registratori e, contemporaneamente, a una relazione concreta tra l’uomo e l’ambiente naturale. Anche questo è uno dei punti fondamentali di questa edizione di Burning Ice #5.

http://www.kaaitheater.be/festival.jsp?festival=50