Il punto focale dell’indagine artistica di Mattia Casalegno è la fisicità umana: nei suoi lavori, il corpo in scena è quello dello spettatore, messo alla prova circa la propria sensorialità. La sua poetica prende ispirazione enciclopedica da antropologia, biologia, ecologia, neuroscienze, e adopera ecletticamente tutte le forme espressive e tecnologiche possibili – con una predilezione per l’interattività e il digitale.

Per questo, dopo la partecipazione a DIGITRA 2016, Casalegno è stato invitato dal Museo Civico di Bassano del Grappa, e dal curatore Ennio Bianco, a confrontarsi con lo straordinario patrimonio neoclassico presente nel territorio: nasce così “La Conoscenza del Corpo”, secondo appuntamento di una serie di progetti espositivi ispirati ad Antonio Canova. In questa personale, la produzione multimediale di Mattia Casalegno parte dall’osservazione della collezione di opere del maestro del Neoclassicismo custodita nelle sale espositive del Museo Civico, che diviene spunto creativo per una riflessione circa l’evoluzione dei canoni di bellezza e perfezione corporea nella storia e nella cultura contemporanea.

In esposizione dal 6 Maggio al 25 giugno nella Chiesetta dell’Angelo e al Museo Civico di Bassano del Grappa, “La Conoscenza del Corpo” include una serie di sculture e un’installazione audiovisiva site-specific. Attraverso l’uso della fotogrammetria, alcuni dettagli delle statue del Canova presenti al Museo Civico di Bassano sono stati scannerizzati e trattati digitalmente. Nel rielaborare questa collezione, parte di un body of work riconosciuto come esempio di bellezza perfetta ed universale, Casalegno ha scelto di valorizzare gli errori e le imperfezioni che si sono creati, invece, durante il processo. Crea così un processo inverso per de-sublimare gli “involucri impermeabili”, e riportare al reale le forme plastiche ideali del maestro neoclassico.

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Il risultato assume connotazioni trash, morbide, calde, non finite. All’interno di un processo multimediale e in un contesto fortemente caratterizzato dalla durevolezza tipica degli artefatti che costellano la storia dell’Arte, Casalegno inserisce quindi un forte elemento di caducità; i campioni divengono infatti punto di partenza formale per la produzione delle sculture, realizzate con un materiale composito di silicone e Soylent, un preparato alimentare liofilizzato ultra-proteico.

Federica Patti: Ennio, ci racconti del progetto in generale: cosa lega Canova alla città di Bassano?

Ennio Bianco: Bassano del Grappa e Possagno, sua città natale, sono i punti di riferimento principali per ammirare le opere di Antonio Canova in Veneto. Una delle sale più importanti del Museo Civico di Bassano del Grappa accoglie le opere dello scultore, donate al museo dal fratellastro Monsignor Giambattista Sartori e da Pietro Stecchini. La collezione comprende non solo sculture e bozzetti, ma raccoglie innumerevoli taccuini e album di disegni. Il museo di Bassano inoltre è l’unico custode dei monocromi su tela grezza.

Tutte queste opere sono state più volte studiate e presentate da diversi punti di vista negli scorsi decenni. Si sono tenuti incontri, convegni, ci sono state trascrizioni e pubblicazioni. L’attuale progetto ha come scopo da una parte la rilettura e valorizzazione delle opere di Canova nelle collezioni permanenti del Museo e dall’altra quello di rivolgere uno sguardo attento ai registri espressivi della contemporaneità, in particolare all’arte digitale. Si incanalerà in questo percorso dialettico e sarà accompagnata da un’attività didattica.

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Federica Patti: Perché Mattia Casalegno?

Ennio Bianco: La scelta di Mattia Casalegno, peraltro condivisa con la Direttrice del Museo Chiara Casarin, una contemporaneista che sta dando grande impulso all’attività del Museo bassanese, è stata fatta per l’alta cifra estetica dei lavori di Mattia. Dovrei usare il termine bellezza, ma dovrei subito scusarmi e ripetere una espressione di Durer: “Che cosa sia la bellezza non so”. Questa alta cifra estetica ha permesso a spettatori che non avevano mai avuto familiarità con il linguaggio digitale di apprezzare l’opera e successivamente li ha invogliati a capire il sofisticato ragionamento sulla “Conoscenza del Corpo” che veniva loro proposto.

Federica Patti: Perché la location della Chiesetta dell’Angelo?

Ennio Bianco: Prescindendo dal fatto che la Chiesetta dell’Angelo è una delle sale utilizzate per mostre personali di artisti contemporanei, questa offre uno spazio che non ho difficoltà a definire perfetto per le opere di arte digitale. Con il suo impianto ottagonale ha permesso l’installazione di uno schermo a semicerchio da 10 metri per tre, e ciò ha reso possibile, attraverso una multiproiezione, l’immersione dello spettatore nelle sale del museo dove poi “succede qualcosa”. E’ probabile che per le prossime esposizioni si possa aumentare la disponibilità tecnica e realizzare nella chiesetta un vero e proprio automatic virtual environment, o Cave.

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Federica Patti: Fra i media artist è molto diffusa l’esigenza di confronto, appunto, “mediato” con i capolavori assoluti della storia dell’arte. Da cosa scaturisce, a tuo avviso, questa sfida/necessità? E cosa restituiscono, questi progetti/concetti, al mondo dell’arte contemporanea?

Ennio Bianco: E’ vero, ci sono alcuni artisti italiani che dialogano dialetticamente con i grandi capolavori del passato – non sono peraltro molti. Tuttavia trovo che i temi che questi artisti affrontano siano alla fine i grandi temi dell’arte contemporanea. Il fatto che giochino di sponda con i capolavori del passato è, a mio avviso, qualcosa di inevitabile, di ineludibile, assimilato durante tutta la propria vita.

Lasciami dire polemicamente che non vedo perché i valori identitari li possano avere gli artisti cinesi, indiani, sudafricani o cubani e gli italiani debbano invece cancellare tutto dal loro DNA culturale e visivo. Casalegno subisce il fascino della maestria di Antonio Canova, ma mette subito in risalto che il modo con il quale il grande scultore rappresenta l’idea di corpo umano è qualcosa che non ha nulla a che vedere con la realtà, non c’è niente di umano, non ci sono rughe, la pelle è liscissima. Sono delle macchine perfette. Da questa constatazione Casalegno ha iniziato a riflettere sull’ideale di bellezza corporea nel contemporaneo, dove il corpo si fa sempre più performante, ottimizzato, quantificato, infinitamente espandibile.

Le tecnologie influiscono su ciò che i nostri corpi possono o non possono fare: dalle innovazioni tecnologiche nel campo medico e della chirurgia, all’avanzamento di materiali tecnologici nell’atletica e dello sport, fino all’ingegnerizzazione di cibi liofilizzati ed ipercalorici. Per il video in mostra a Bassano doveva scegliere un oggetto simbolo che ricordasse immediatamente allo spettatore un ideale di bellezza e perfezione ed ha scelto il design di macchine sportive. Così ha deciso di confrontare i corpi canoviani con i frammenti di sport cars e in particolare delle Lamborghini, che è la supercar italiana per eccellenza.

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Federica Patti: Quindi la centralità del corpo…

Ennio Bianco: Questa centralità non è solo nelle attenzioni di un’industria tecnologica e del wellness. Anche la maggior parte dei ricercatori AI stanno affermano che le loro ricerche segnano il passo perché manca l’incarnazione. L’uomo conosce anche attraverso tutto il corpo.

Federica Patti: Mattia, questa serie di sculture segna, a mio avviso, un’evoluzione della tua produzione, conservando alcune peculiarità tipiche. La prima: realizzare dei manufatti prodotti con materiali compositi, fra cui dei componenti alimentari sintetici. Dopo la saga del Rubisco, ecco il Soylent. Altra peculiarità: la centralità del corpo umano, inteso come oggetto estetico e veicolo per la percezione sinestetica. E questo strano gioco di confusione/commistione fra corpo umano e corpo tecnologico…

Mattia Casalegno: Sono affascinato dai materiali deperibili, che evolvono, crescono, marciscono, cambiano nel tempo. Nel progetto RBSC.01 ho utilizzato semplici ingredienti come farina e acqua, in altri casi invece glicerina, carne, cristalli, plastiche biodegradabili. Per questa nuova serie di sculture ho prima realizzato dei calchi in materiale plastico, usando stampanti 3D, poi modellato le opere con un materiale ibrido sperimentale, che ho sviluppato in studio, composto da silicone e Soylent, soluzione proteica liofilizzata in vendita negli Stati Uniti.

Il Soylent e’ commercializzato come equivalente ad una dieta completa: si vende in polvere e si scioglie in acqua, e un paio di bicchieri hanno lo stesso apporto energetico di un pasto equilibrato. I prodotti commerciali dietetici, sostitutivi dei pasti, esaltano a mio avviso l’aspetto più prettamente funzionale del mangiare – inteso come sola assimilazione di elementi nutrizionali, indipendente dall’esperienza umana sensoriale legata al gusto, al profumo, alla convivialità, al piacere – rappresenta per me una metafora perfetta della relazione con il proprio nostro corpo vissuta dalla maggior parte delle persone nella cultura occidentale contemporanea: una visione macchinistica, alla ricerca dell’ottimizzazione meramente funzionale del mezzo, cui viene richiesto di essere sempre performante, spesso oltre i limiti naturali.

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Federica Patti: Che cos’è la fotogrammetria? Come hai scelto i dettagli da realizzare, e perchè?

Mattia Casalegno: La fotogrammetria e’ una tecnica di digitalizzazione di artefatti usata di solito in archeologia: permette di riprendere l’oggetto che si vuole digitalizzare scattando da vari angoli di inquadratura, per poi importare le varie foto in un programma per la creazione di un modello tridimensionale. Durante questo processo abbiamo lavorato con l’azienda serviziarcheologici.it e in particolare con Carlo Baione, che ringrazio per il fantastico lavoro.

La peculiarità della fotogrammetria è che, a differenza di una scansione laser ad esempio, permette di digitalizzare i dettagli delle superfici – le “texture”, la pelle delle cose – con le relative ombre e imperfezioni, che possono poi essere valorizzate all’interno di software di modellazione 3D, senza dover aggiungere altri dettagli in post-produzione.

Per il progetto di Bassano ho avuto accesso alla vasta collezione di opere del Canova esposta al Museo Civico; nell’elaborare questa produzione ad hoc, ho scelto di sperimentare tecniche diverse. Non mi interessava tanto una riproduzione fedele all’originale, piuttosto mi sono concentrato su alcuni particolari corporei per il loro valore formale assoluto: pieghe, rientranze, linee e curve.

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Federica Patti: Al contrario, dai tuoi lavori stanno scomparendo hardware e interazione: come mai?

Mattia Casalegno: In effetti, diversamente rispetto ad altre esperienze, per questo progetto ho scelto di realizzare una video installazione con una forte componente immersiva e site-specific e mi sono decisamente focalizzato sulla produzione di oggetti. Proprio in questi mesi però sto partecipando ad una mostra in corso al Young Art Museum in Florida in cui presento lavori decisamente più relazionali e interattivi, tra cui una installazione interattiva di grande scala e una serie di ‘wearables’ sensoriali. In un certo senso ogni lavoro è una storia a sè, ogni progetto richiede strategie e approcci diversi.


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