Che cosa hanno a che fare gli hacker con i laboratori di biologia dove si mappa il DNA e si sperimentano nuove modificazioni della vita umana? Il libro Biohackers. The Politics of Open Science edito da Pluto Press e a cura dello studioso dei rapporti tra scienza e società Alessandro Delfanti (http://issuu.com/plutopress/docs/delfanti_biohackers), ci racconta non solo che la cultura hacker ha molti punti in comune con il mondo della scienza, ma anche, in modo ancora più affascinante, che le attuali trasformazioni delle scienze della vita [life sciences] sono e saranno sempre più caratterizzate da quello che l’autore definisce come un mash-up o un remix tra la cultura scientifica tradizionale con l’etica hacker e la cultura dell’open access.

Se forse i biohacker non conquisteranno il mondo, in ogni caso – sostiene in modo teoricamente convincente ed empiricamente documentato l’autore – il futuro prossimo della scienza sarà comunque influenzato dalle idee, dai riferimenti culturali e anche dalle contraddizioni proprie del mondo hacker. Ma cosa c’entrano, dunque, gli hacker con il mondo della scienza e della biologia? Possiamo riassumere in almeno due i livelli di connessioni tra hacking e scienza che Delfanti mette a fuoco nel libro.

Un primo livello è quello che riguarda la trasposizione diretta delle pratiche del mondo hacker nei contesti della ricerca biologica. In questi ultimi anni si è infatti diffuso un movimento di attivisti e sperimentatori nel campo della biologia che hanno iniziato ad “hackerare” macchine e processi utilizzabili proprio nella ricerca biomedica. Uno dei casi studiati da Delfanti è quello di DIYbio (Do-it-Yourself biology), un network di biologi amatoriali [amateur biologists] sorto inizialmente negli Stati Uniti nel 2008, ma diffusosi successivamente in varie parti del mondo. I biologi di DIYbio hanno costruito laboratori artigianali in cui realizzare piccoli esperimenti di biologia in completa autonomia rispetto alle istituzioni scientifiche e alle gerarchie tradizionali della ricerca.

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Tra le attività di DIYbio vi è stata anche la creazione della “versione hacker” di un importante strumento di laboratorio, chiamato PCR (Polymerase Chain Reaction), indispensabile per realizzare le manipolazioni del DNA. Mentre lo strumento ufficiale è commercializzato da ditte private con un alto costo (circa 10.000 dollari) nel 2011 è stata creata la OpenPCR (http://openpcr.org/), una versione che utilizza un software libero che “gira” sull’hardware open source di Arduino, commercializzata in forma di kit da montare al prezzo stracciato di circa 400 dollari. Questo esempio rende molto bene l’idea di come hacker e biologi amatoriali abbiano già iniziato ad trasformare concretamente strumenti, spazi e procedimenti del mondo della biologia.

Ma è probabilmente una seconda dimensione di interazione tra etica hacker e mondo della scienza è ancora più profonda e radicale, seppure meno direttamente visibile. Questa seconda dimensione riguarda l’influenza culturale che l’etica hacker e il movimento open source stanno esercitando sulle pratiche scientifiche, sulle dinamiche e strategie professionali degli scienziati e, più in generale, sullo stesso ruolo che la scienza ricopre nella società contemporanea. Gli ultimi due decenni di evoluzione della scienza sono stati un periodo di profonda trasformazione, che si è andato caratterizzando per una sempre più marcata commistione tra innovazione scientifica, interessi economici e le politiche delle grandi multinazionali.

Dall’analisi dell’autore emerge come in questi ultimi anni l’etica hacker e la cultura open abbiamo portato, all’interno del mondo della scienza, una serie di istanze culturali peculiari, come la diffidenza nei confronti delle grandi multinazionali della biologia (le cosiddette  Big Bio), la sensibilità per i problemi della proprietà pubblica dei dati scientifici e un atteggiamento critico nei confronti della dipendenza del lavoro scientifico dagli interessi economici e dalle strutture di potere esistenti. In questo quadro di trasformazioni – in cui università e centri di ricerca sono diventati a loro volta attori economici interessati in primo luogo allo sfruttamento commerciale del lavoro degli ricercatori – valori e convenzioni della cultura hacker sono diventati una risorsa importante per ricostruire una legittimità della scienza oramai appannata all’interno di una società sempre più critica rispetto alle implicazioni delle invenzioni create nei laboratori.

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Il merito dell’autore, peraltro, è anche quello di non cadere in una facile e acritica esaltazione dell’etica hacker e della open culture. Se la cultura hacker “tradizionale” – quella dei computer e della information technology – ha da sempre mostrato contraddizioni e ambivalenze (per esempio intrecciando forme di resistenza al potere e strategie puramente imprenditoriali, come nel caso paradigmatico della Apple di Jobs e Wozniak), anche il mondo della open science e dei biohacker non è esente da questi problemi.

Per rendere evidenti  le contraddizioni del rapporto tra open culture e biologia, Delfanti prende in considerazione altri due casi particolari che riguardano altrettanti scienziati “regolari”, eppure schierati contro il sistema economico e organizzativo della scienza imprenditoriale, quelli del noto biologo statunitense Craig Venter e della biologa italiana Ilaria Capua.

Analizzando le strategie e i discorsi di questi scienziati è possibile osservare in che modo i riferimenti culturali della cultura open possano essere utilizzati non solo come risorse per sfidare lo status quo della politica scientifica, ma anche con l’obiettivo del profitto economico o dell’accumulo di prestigio scientifico individuale. Questa critica sviluppata da Delfanti fatta all’ambivalenza dei rapporti tra open culture e mondo della scienza è ancora più interessante poiché l’autore si definisce esplicitamente nel libro come un “attivista del movimento della open culture”.

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Anche per questa ragione Biohackers. The Politics of Open Science è un libro capace di mantenere un raffinato equilibrio tra il rigore scientifico che sostiene le analisi sviluppate con una partecipazione intellettuale nei confronti delle idee, delle pratiche e delle politiche del movimento della open culture.


http://delfanti.org/biohackers/

http://www.plutobooks.com/display.asp?K=9780745332802#