“Uno tra i più notevoli artisti dedito a qualsiasi forma d’arte e alle maggiori questioni del proprio tempo…Un chiaro modello di come sia possibile cambiare il mondo attraverso l’arte.” Questo è il modo in cui il compositore Tomas Marco ha descritto Jaime del Val, selezionato da “El País” nel 2008 come uno dei 100 ispanoamericani dell’anno.

 Jaime è un artista e ricercatore interdisciplinare spagnolo, i cui interessi spaziano dalle scienze affettive e cognitive, passando per la filosofia metaumanistica, fino ad arrivare all’arte performativa e all’attivismo post-queer.

La sua attività è un punto d’incontro fra la danza interattiva, l’elettroacustica, i video, gli interventi urbani e l’Internet Art, oltre che essere strettamente connessa ai suoi scritti di teorie critiche su corpo, arte e tecnologia. Nel 2000 ha curato “REVERSO”, la prima rivista accademica in lingua spagnola dedicata alla teoria queer e agli studi LGTB, e da allora continua a coordinare vari progetti e conferenze di livello internazionale.

 Nel 2013 ha inaugurato Metabody, un progetto a più livelli che coinvolge artisti e studiosi provenienti da 16 Paesi europei, il cui obiettivo è sia di mettere in discussione l’omologazione culturale provocata della società dell’informazione, sia di proporre nuovi paradigmi della tecnologia che valorizzino la diversità e l’espressione del corpo.

Vanessa Michielon: Potresti introdurre il tuo background e risalire alle origini di Metabody nelle sue varie sfaccettature?

Jaime del Val: La mia formazione è molto eterogenea e perlopiù autodidatta. Partendo dalla musica classica, che ho studiato a Londra, per poi passare alla pittura astratta in Italia, alla danza e all’architettura, mentre il mio interesse teorico deriva maggiormente dalla mia dedizione verso l’attivismo ambientale e queer e dall’Occupy movement. Intorno all’anno 2000 ho pubblicato la prima rivista accademica che trattasse la teoria queer in spagnolo e attorno al 2001 ho iniziato a realizzare progetti di Media art che integrassero tutti i miei diversi interessi: l’aspetto musicale, cinetico, visivo, spaziale e sia l’impegno sociale che teorico con un forte orientamento verso l’attivismo.

Tutti questi interessi collegati fra loro potrebbero essere considerati i semi da cui Metabody è germinato, diventando un progetto in cui la mia attività non ha soltanto una natura organizzativa, ma è anche una ricerca artistica e filosofica.

Forse a causa di questa mia formazione, non mi considero come un fabbricante di opere, ma piuttosto come un perfezionatore di strumenti, di estensioni corporee in processi di sviluppo a lungo termine. Allo stesso modo ci sono molti progetti specifici su cui lavoro da diversi anni e che sono direttamente collegati alle origini di Metabody. Per esempio, sono stato interessato nella realizzazione di un’opera che emergesse dal movimento, servendomi dell’esposizione prolungata della fotografia di modo da creare tracce fluide, e nel 2003 ho integrato delle elaborazioni di video live in Morphogenesis, mioprimoprogetto video che coinvolgesse performance di danza interattiva.

Questo è stato il predecessore più diretto di Metabody, gli attuali schizzi dell’architettura fisica sono infatti presi da screenshot di Morphogenesis, in cui le strutture tridimensionali venivano proiettate su uno schermo traslucido e deformate attraverso movimenti che venivano catturati da una macchina fotografica sul palco.

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Nel corso del 2001 ho lavorato anche a primi piani fotografici e poi a film, con attenzione alla propriocezione che siamo in grado di provare se osserviamo dettagli del nostro corpo filmati in tempo reale. Notavo come il corpo divenisse consapevole di sé stesso in modo molto diverso attraverso queste immagini…

Così in Microsexes volevo esibirmi con delle piccole telecamere di sorveglianza sul corpo, per focalizzarmi solamente su come si possa percepire una trasformazione quando gli occhi si trovano sulla pelle, cosa che peraltro ho fatto anche quando mi sono esibito nell’architettura di Metabody, immaginando le figure attraverso dei proiettori indossabili.

Ciò stava già conducendo verso l’esplorazione di come il movimento possa divenire uno spazio con una certa fisicità e infatti molti degli elementi di Metabody si concentrano su tecniche che sviluppano uno spazio fisicamente dinamico. Per esempio stiamo sperimentando delle tecniche che provengono dalla grande industria della costruzione di tende perché questi materiali sono incredibilmente dinamici per costruire i nostri prototipi di Metachinesfere.

Così in Metabody la sfida è capire come riuscire a fare un passo avanti, partendo dagli elementi di ricerca iniziati con Microsexes e Morphogenesis, e concretizzandoli molto di più.

Allo stesso tempo i miei scritti e la mia ricerca teorica sono stati continuamente sollecitati, rendendo difficile dire quali idee derivino eventualmente dalla mia indagine sul corpo. Gran parte del pensiero è definitivamente emersa dalla pratica e poi ha modificato la pratica stessa.

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Vanessa Michielon: Uno dei tuoi scritti più importanti è il cosiddetto manifesto Metahumanist. Anch’esso è stato il risultato della tua ricerca teorica combinata alla pratica sul corpo?

Jaime del Val: Ho scritto quel Manifesto insieme al filosofo tedesco Stefan Lorenz Sorgner perché stavo partecipando a una conferenza di quel filone intellettuale conosciuto come post umanesimo. Il post umanesimo è diverso dall’acritica difesa trans umanista della trasformazione dell’essere umano attraverso la tecnologia, e in effetti ho inventato la nozione di post umanesimo comparativo per distinguere questi due filoni. A partire dal 2001, durante la conferenza in Italia, con un articolo accademico chiamato Metacorpi, ho iniziato a utilizzare molto nei miei scritti il prefisso meta- per creare una serie di neologismi.

Così quando nel 2010 ci è venuto in mente di scrivere un manifesto sul post umanesimo, ho suggerito di impiegare il prefisso meta-, che in greco non implica solo l’idea di seguire, come avviene nella corrispondenza, ma anche l’idea di entrare, che per me diventa sempre più di vitale importanza perché fa supporre un’ontologia relazionale. Questo implica una comprensione del mondo in termini di relazioni in cui ci troviamo dentro e che ci formano, così piuttosto che considerarci come delle entità completamente autonome proviamo a comprenderci in quanto emergiamo da processi dinamici. Per me il termine meta- è stato interessante per poter così considerare il post umanesimo nella direzione dell’ontologia relazionale, ma anche per aggiungere una nozione transizionale, un’ontologia del divenire e del movimento.

Così tutti i neologismi utilizzati nel manifesto in effetti sono stati sviluppati e discussi in precedenza. La nozione di Amorphogenesis, ad esempio, in contrasto con l’assodato concetto di Morphogenesis, l’inevitabile emergenza della forma, cerca di evitare la nozione di forma. Nel progetto con le piccole videocamere sulla mia pelle, Microsexes, ho sperimentato delle percezioni alternative perché mi mancava la stabilità e tutti i parametri della visione prospettiva, che penso fondamentali per il concetto di forma. E da questo deriva anche l’idea del corpo informe post anatomico, in grado di vedersi senza tenere la distanza di un soggetto astratto e vedendo esso stesso come un qualcosa di esterno.  Di conseguenza, molti di questi concetti presenti nel Manifesto provengono dalla mia attività e sperimentazione artistica innata.

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 Vanessa Michielon: La tua attività artistica ha anche un forte significato politico, e Metabody punta alla riprogettazione di tecnologie e reti digitali che promuovano una trasformazione positiva della società. Potresti chiarire ulteriormente questa idea e illustrare alcune delle strategie che stai testando per raggiungere questo obiettivo?

Jaime del Val: Penso che il paradigma normativo e ormai radicato della concezione odierna di Information Technology sia in qualche modo molto limitato e anomalo, se si considerano tutte le eventuali possibilità. Attorno al concetto generico di reti digitali mi piace elaborare una particolare tipologia di critica sfaccettata. Parlando del corpo, trovo che il modo in cui la digitalizzazione in generale implica specifiche fasi, spesso ignorate, sia determinante. Il mio pensiero sulle reti digitali o big data si fonda sul fatto che esse non coinvolgono solo algoritmi astratti, ma anche una serie di sensori in grado di registrare il movimento continuo e ridurlo. Di fatto, qualsiasi quantificazione ordinaria si basa su punti di vista fissi e, alla fine, per avere un quadro più completo di ogni singolo movimento sarebbero necessari punti di vista infiniti e anche in quel caso sarebbe riduttivo…

Con Kinect, per esempio, a seconda dell’algoritmo utilizzato, alcuni cercano di neutralizzare la parzialità della prospettiva della fotocamera stabilendo relazioni matematiche più generiche, estraendo in tal modo dei parametri di movimento generali indipendentemente dalla posizione dell’apparecchio. Continuo a ritenere che si trascurino i micromovimenti e le sensazioni propriocettive essenziali del nostro corpo, elementi con cui mi piace molto giocare attraverso quelle che chiamo tecniche di disallineamento corporeo. Credo che sia impossibile catturare queste leggerissime percezioni interne utilizzando un dispositivo o un punto di misurazione esterno, e cerco di oppormi alla tradizione consolidata dell’analisi meccanica del movimento.

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Le reti digitali si fondano ampiamente sulla quantificazione del movimento che comporta sempre un approccio riduzionista. Ritengo che ogni interfaccia come un mouse o una tastiera ad esempio, si basi sulla percezione del movimento, dunque è necessario ridurre lo spettro del movimento fino alla soglia di percezione della specifica interfaccia. Una delle varie possibilità per affrontare i problemi posti dalle reti digitali consiste nel comprendere come il movimento si trasformi in un’entità estremamente circoscritta e standardizzata. Inoltre – una delle fondamenta della società del controllo – il movimento diventa tracciabile e possibilmente prevedibile. I big data costituiscono una nuova rivoluzione ontologica, perché quando una quantità così grande di database passa attraverso tale complessità significa che stiamo oltrepassando un nuovo confine e assistendo a una trasformazione qualitativa. Penso anche che da qui stia nascendo una nuova forma di vita, una sofisticazione di algoritmi autonomi.

Tale logica della predizione verte inoltre sull’adattamento della realtà attraverso un modello che diventa prevedibile, che anche in caso di fallimento è portatore di una profonda trasformazione. Ad esempio, più dobbiamo allinearci a un’interfaccia, più il nostro comportamento è conforme alle esigenze di tale interfaccia. Prendiamo le emoticon, che generano un pattern specifico di emozioni: più le usiamo per comunicare, più i sentimenti si allineano tra di loro diventando emoticonici. È un modello applicabile a diversi aspetti della società dei media, tra cui anche reti come Facebook, che nei prossimi anni punta a inglobare l’intera umanità in progetti come Internet.org.

L’orizzonte di eventi sembra essere in un buco nero, è un momento in cui niente sembra essere capace di fuggire da tutti questi dispositivi di cattura e predizione.

Quindi con Metabody mi chiedevo, come si può sfuggire da quest’orizzonte? Una delle mie risposte provvisorie nasce attraverso gli effetti indecifrabili o che diventano indecifrabili per gli algoritmi di predizione comportamentale. In che modo un tuo movimento diventa così impercettibile, imprevedibile, sofisticato ed ambiguo che non è conforme al riduttivo approccio di calcolo? Ovviamente si tratta di un approccio non convenzionale, perché tutti i progetti accademici e corporativi su larga scala che conosco vanno esattamente nella direzione opposta.

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Vanessa Michielon: In realtà, molti progetti all’interno di Metabody usano interfacce riduttive preesistenti, come Kinect. In che modo ciò si combina con la tua visione e come impiegheresti gli stessi sistemi in un modo più liberatorio?

Jaime del Val: Questa è certamente una domanda aperta e nel gruppo i nostri interessi non sono omogenei. Personalmente, non amo usare Kinect, poiché riporta all’approccio meccanico, quindi per me è importante che Metabody usi una serie di tecnologie, non solo digitali, e che l’approccio non sia solo di design parametrico e astrazione matematica ma anche di abilità.

Inoltre, cerco di incorporare i sensori in modo significativo: anche se ognuno di essi sarà riduttivo, indossandoli si è più vicini alla propriocezione, perché non si tratta di coordinate esterne assolute di un sistema cartesiano, ma si occupa più di relazioni interne di inclinazione, accelerazione, ecc.

Un altro aspetto importante è anche dove posizionare i sensori. Sin dagli studi rinascimentali sulla prospettiva, la tradizione del controllo è costituita da un modo specifico di associare controllo manuale e visione. Credo che il computer ricrei questa finestra con interfacce di videogiochi, come la relazione visiva-manuale tende a riprodurre un paradigma di controllo provato, che taglia via il resto del corpo. Così ho sparso i sensori per il corpo evitando la limitazione di controllo manuale e l’allineamento visivo-manuale.

In seguito, come risolvere il fatto che è ancora riduttivo? Un modo è di non lavorare con ambienti rappresentativi, pertanto quando uso il 3D non cerco mai di generare navigazione in uno spazio cartesiano, come in un videogioco. Le reti digitali che utilizzo non riproducono la nozione provata di uno spazio fisico navigabile, sono amorfi nel loro stato originale e possono essere deformate dai movimenti che io esercito. Non acquisiscono mai una tri-dimensione stabile, il modo in cui l’interazione è progettata non ti permette nemmeno di camminare nello spazio: anziché registrare i dati come ciò che rappresenta la tua esperienza della realtà, i sensori stanno generando qualcosa di completamente differente. La vedo come una sostituzione del termine data, cioè “dato” dal latino, con donum: un regalo che stabilisce un nuovo tipo di realtà. Anziché chiedermi di mimare i movimenti che faccio quotidianamente, il digitale genera uno spazio emergente ed amorfo, che non assomiglia a niente che conosco.

Un altro aspetto riguarda l’illimitatezza dell’esperienza: non devi imparare i gesti specifici per interagire con l’ambiente, che a sua volta ti spinge a scoprire nuovi movimenti. Nel momento in cui rompi con i parametri prestabiliti della percezione, trovi possibilità infinite.

Vanessa Michielon: Una parte della tua ricerca e pratica artistica, Occupy 2.0, è connessa in modo più esplicito al tuo coinvolgimento politico nello spazio urbano. Come ha risposto finora il pubblico ai tuoi interventi con le chinesfere/tende?

Jaime del Val: Ciò che mi è sembrato interessante quando abbiamo mostrato alcuni prototipi di Metachinesfere a Madrid è stato che non dovevamo invitare le persone, anzi spesso ci chiedevano loro di partecipare. Il fatto che l’azione non sia molto comprensibile forse stimola la curiosità ed evita la creazione di una forte divisione. Oggigiorno è difficile creare qualcosa negli spazi pubblici senza renderlo all’istante uno show, parte del mondo dei media. Penso che gli spazi pubblici intesi come spazi comuni dove possono emergere nuove esperienze siano scomparsi, sono diventati spazi aziendali, di trasporto e informazione. Quindi la mia sfida era di rendere qualcosa incomprensibile al punto da fare in modo che le persone non capissero cosa succedeva almeno per un istante.

Naturalmente questo fa riferimento alla mia esperienza con l’Occupy movement spagnolo, con il quale sono stato impegnato per un anno e mezzo. All’inizio è stato possibile introdurre nuove questioni, come il modo in cui ci occupiamo politicamente della cultura della sorveglianza, il modo in cui rispondiamo politicamente alla dominazione degli affetti da parte di società o media. Certamente gli affetti non sono argomenti tradizionali di ideologia discussi in politica, ma credo che siano molto importanti al giorno d’oggi. All’inizio ho proposto molti esperimenti in questa direzione, ma dopo un po’ non è più stato possibile discutere temi meno convenzionali nel movimento, quindi me ne sono andato.

Perciò, sottolineando i miei interventi recenti, Occupy 2.0 è una presa di posizione critica sia ironica che molto seria. È ironica perché, naturalmente, non pretendo di promuovere un tale movimento globale, ma è anche critica perché credo che Occupy movement non affronti molti temi dei quali la politica si dovrebbe occupare oggi. Alcune delle cose che stiamo facendo, nella loro stranezza, portano a guardare a ciò che è mancato a Occupy movement.

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Ci sono delle risonanze nella struttura delle tende e anche nel tentativo simile di ripristinare un senso di spazio comune, ma la differenza sta nel come farlo: piuttosto che indire assemblee con un approccio ideologico, ci concentriamo su aspetti molto sottili degli affetti e dell’espressione. Volevo creare questo movimento minoritario, che sta cercando di “dis-occupare” o “decolonizzare” lo spazio dalle percezioni prestabilite e i modi di relazionarsi gli uni con gli altri, con il tempo e con i luoghi.

La mia strategia non riguarda mai il crollo della struttura esistente, poiché i movimenti e le relazioni di potere dietro di essa tornerebbero sempre. Preferisco provare a cercare altre traiettorie, micro deviazioni dietro di essa così che, alla fine, l’ambiente diventi un po’ più aperto. Esplorare la complessità e i gradi di indeterminazione attraverso il linguaggio del corpo diventa fondamentale per identificare nuovi schemi possibili e per diventare ancora più ambigui nella direzione di una decolonizzazione della percezione.


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