All’inizio di quest’anno, dopo un intenso rinnovamento e oltre quattro decenni di chiusura, lo storico ex edificio Natlab della Philips a Eindhoven (Paesi Bassi) ha riaperto i battenti. Il nuovo Natlab ospita tre organizzazioni culturali: un cinema di culto, uno spazio di lavoro per film-making e Baltan Laboratories, un laboratorio per lo sviluppo e la diffusione di arti elettroniche.

Il rinnovato palazzo Natlab è diventato ben presto un nuovo punto chiave a Strijp-S, la ex area un tempo vietata ai non impiegati Philips. Baltan, come rovescio di Natlab, ha lo scopo di riportare in vita lo spirito originario e la filosofia dell’ex laboratorio di fisica, dove gli scienziati avevano abbastanza libertà per esplorare le idee più stravaganti. Baltan Laboratories è stato fondato nel 2008 come un media-lab concentrato su Arte e Tecnologia, ricerca innovativa e progetti che esplorano con approccio cross-disciplinare lo spazio fra arte, scienza e cultura tecnologica. Si trova a Eindhoven, nel sud dei Paesi Bassi, spesso chiamata la Tech-City per la storia del suo veloce progresso legato al rapido sviluppo della Philips e delle numerose aziende tecnologiche nella sua orbita.

Philips, che oggi è una grande multinazionale, fu fondata dai fratelli Philips a Eindhoven nel 1891, inizialmente come modesta compagnia che produceva lampadine a incandescenza per poi espandere la produzione ad apparecchiatura elettronica come amplificatori, valvole radio, altoparlanti, televisori, cinescopi, fino alla sua invenzione del 1962: la cassetta a nastro. Già nelle prime fasi di sviluppo della loro compagnia, i fratelli Philips avevano capito che nell’ottica di inventare e creare prodotti – così come di guadagnare dai diritti – avrebbero dovuto investire nelle strutture di ricerca, così nel 1914 nacque il Natlab, abbreviazione per “Natuurkundig Laboratorium”.

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In caso di dubbio preferisci l’anarchia

Poco dopo la sua fondazione, il fisico e ricercatore Gilles Holst fu nominato direttore e sotto la sua supervisione si creò un’atmosfera accademica all’interno del Philips Natlab. Per permettere al laboratorio una crescita sostenibile come struttura di ricerca e sperimentazione, Holst invitò scienziati da tutte le parti del mondo. Fra gli altri anche Albert Einstein, che era arrivato a Eindhoven come docente ospite nel 1923. La filosofia del Natlab si uniformò velocemente al pensiero di Einstein, riassumibile in questa sua citazione: “Ogni cosa che è davvero grande e di ispirazione è creata dall’individuo che può lavorare in libertà.” Questa visione era trasmessa a tutti i dipartimenti di ricerca del Natlab, come diceva Kees Immink, allora uno degli scienziati del Natlab: Noi potevamo portare avanti qualsiasi ricerca che ritenevamo rilevante, e non avevamo obiettivi predefiniti; invece, ci veniva lasciata totale libertà e potevamo contare sul supporto incondizionato alla nostra ricerca autonoma. Andavamo al lavoro senza sapere che cosa avremmo fatto quel giorno. Questa visione, o meglio, questa ambigua visione di come la ricerca dovesse essere condotta ci guidava come risultato alla realizzazione di stupefacenti invenzioni. Era il paradiso dell’innovazione.”

Convinto sostenitore della necessità di dare allo Scienziato una buona dose di libertà e spazio per la sua eccentricità, Holst aveva fra i suoi principi su come dirigere una struttura di ricerca anche questo: “Trovare una via di mezzo tra regolamentazione e individualismo. Basare l’autorità su una competenza reale; in caso di dubbio preferire l’anarchia”.

Alla luce di questa direzione, la struttura Philips Acoustic Instrumentation, collocata nel seminterrato e nota come Stanza 306, divenne il fulcro per anni di vitali esperimenti artistici, condotti da quelli che ora sono considerati i pionieri della musica elettronica. La ricerca elettroacustica del Natlab si concentrava sull’invenzione e lo sviluppo di strumenti come la batteria elettronica, la macchina di risonanza, filtri di scala, sintetizzatori, mixer, oscillatori e registratori a nastro, ma soprattutto diede avvio a quel nuovo genere di musica che poteva essere creata con essi: la musica elettronica.

In quel periodo, tra il 1956 e il 1960, Philips era curioso delle possibilità della musica elettronica, e non aveva idea di come potesse suonare una volta composta. Natlab chiamò i musicisti Dick Raaijmakers, che presto trasformò il proprio nome in “Kid Baltan”, e Tom Dissevelt per sviluppare strumenti e comporre musica per essi. La musica elettronica era un nuovo, indefinito e relativamente sconosciuto campo della musica, Philips voleva partecipare al processo di produzione e presentare la musica elettronica a un pubblico vasto, prefissandosi lo scopo di accrescere la sua popolarità rispetto ad altri generi musicali ormai tradizionali.

La Stanza 306

Raaijmakers e Dissevelt divennero ben presto pionieri in questa nuova area, combinando il processo creativo della composizione all’invenzione di nuovi apparecchi musicali e innovativi concetti come la moltiplicazione dell’orchestra, la sintesi del suono e la stereofonia. Philips decise di pubblicare la loro musica sperimentale su vinile e di usarla come colonna sonora per i film didattici prodotti dalla Philips. Nel bel mezzo dei loro esperimenti, presero parte al più prestigioso progetto di Philips nel Dopoguerra, ovvero la partecipazione all’Esposizione Universale.

Nel 1958 l’Esposizione Universale di Bruxelles era espressione della nuova devozione che seguiva il periodo di ricostruzione successivo alla Seconda guerra mondiale: una nuova era fortemente influenzata dallo sviluppo tecnologico, che richiedeva anche grande creatività. C’era il riconoscimento universalmente diffuso che l’arte fosse capace di rappresentare e usare le nuove tecnologie. L’ottimismo crescente era evidente nel padiglione di Philips alla fiera, una costruzione sperimentale disegnata da Le Corbusier. Nel padiglione, rivoluzionario per forma e concrezione, i visitatori potevano essere testimoni di un breve esperimento di musica elettronica che comprendeva il suono spazializzato, accompagnato da luci e proiezioni.

La musica registrata su tre tracce era diffusa attraverso un sistema di 350 altoparlanti che erano divise in gruppi e linee. Il suono poteva saltare o muoversi gradualmente attraverso lo spazio. Quest’opera, sviluppata da Ianni Xenakis e dal dipartimento Baltans Electro Acoustic era intitolata Poeme Electronique, una celebrazione del progresso tecnologico, espresso attraverso nuove forme d’arte come Suono, Spazio e Immagine in movimento. L’arte non avrebbe più avuto un carattere definito.

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Queste nuove forme d’arte dimostravano alla Esposizione Universale di essere caratterizzate dai processi che avevano dato vita a progetti “aperti”. I rigidi rituali e regole su come presentare ed esperire l’arte aprivano la via a situazioni improvvisate, cambiamenti che risultavano all’inizio dell’arte contemporanea come noi la conosciamo.

Sebbene gli esperimenti musicali dei membri della Stanza 306 del Natlab presero parte alla prestigiosa Esposizione Universale insieme alla Philips, furono pubblicati in diversi dischi e furono usati come colonna sonora dei film educativi della Philips, la musica elettronica come genere non guadagnò l’ondata di popolarità che Philips aveva previsto.

Nel 1960 Philips decise che non avrebbe più potuto sostentare lo studio di elettronica al Natlab, che stava diventando sempre più un laboratorio per compositori e meno un luogo al servizio degli affari. Lo studio si spostò in un’altra città olandese e alla fine si trasformò in quello che oggi è noto come Institute of Sonology, un dipartimento all’interno del Conservatorio olandese, dedicato alla musica elettronica.

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Ritorno al futuro

Al momento della sua fondazione nel 2008, il Baltan Laboratories ha dedicato il suo nome a Kid Baltan e allo spirito della Stanza 306 del Natlab, responsabile del lavoro pionieristico agli albori della musica elettronica, quando, fra le varie invenzioni, viveva le luci della ribalta. Dopo alcuni anni di spostamenti in spazi non definitivi, il Baltan si è recentemente spostato nel nuovo Natlab appena restaurato, che comprende anche un cinema, un ristorante, un teatro e un laboratorio di film-making. Nel nuovo Natlab gli spazi sono stati progettati per gli uffici Baltan, per la stanza di produzione, per il laboratorio e per la novità più importante: uno spazio espositivo intitolato “Dick Raaijmakers exhibition space” in onore del pioniere Dick Raaijmakers aka Kid Baltan, che purtroppo è mancato lo scorso autunno poco dopo l’apertura del nuovo Natlab. Il trasferimento nel nuovo Natlab quasi cento anni dopo la sua fondazione è un nuovo inizio, a lungo desiderato, per Baltan, in un posto che assorbe dalla storia e crea spazio per il futuro.

Olga Mink, da l’anno scorso direttore del Baltan, mostra i nuovi spazi e parla dei progetti iniziati nel corso dell’ultimo anno: “Ora che abbiamo tutti questi spazi per permettere ad artisti o gruppi di artisti di lavorare qui, che abbiamo una stanza per la pratica e i laboratori, possiamo anche puntare sulla produzione artistica, nella quale ci piacerebbe concentrare e aumentare la sperimentazione, compresi eventuali fallimenti, e l’esplorazione di territori sconosciuti.”

Il 2014 segna il centesimo anniversario di Natlab e Baltan ha annunciato il nuovo programma “The Age of Wonder”, un termine che riporta al Diciottesimo secolo quando un’era di scoperte scientifiche e invenzioni faceva il suo ingresso in società. Come secondo lo spirito originale di Natlab, l’enfasi è posata sulla ricerca. Il famoso “Alchemist Basement” del Natlab è stato riproposto anche nella ristrutturazione e adesso è utilizzato per laboratori, presentazioni e progetti, come ultima novità nell’edificio Natlab.

Alcuni campi di ricerca richiedono tempo per dimostrare l’utilità della propria esistenza. “Alchemist Basement” era un misterioso seminterrato del Natlab, dove il primo acceleratore di particelle Philips fu sviluppato nel 1938. Un acceleratore di particelle è una macchina nella quale gli elementi sono portati ai massimi livelli di energia attraverso l’accelerazione della loro velocità fino alla velocità della luce sfruttando campi elettromagnetici, allo scopo di verificare quali elementi possano resistere e come, e quale sia la loro utilità. Il fenomeno era una tale novità che la più strana ricerca fu condotta per vedere che cosa fosse possibile, senza che nessuno fosse davvero in grado di dire a che cosa potesse portare. Il seminterrato dell’alchimista si riferisce a un’era nella quale la scienza credeva ancora nel divino, nell’esperienza religiosa che ogni cosa sia connessa a ogni cosa, lo spirituale e il materiale. In quel periodo il CERN, la principale struttura di ricerca in Svizzera, aveva costruito il più grande acceleratore di particelle nella storia, per verificare l’esistenza del Bosone di Higgs, anche conosciuto come la “Particella di Dio”. In breve, un elemento chiave nella teoria del Big Bang.

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Conoscenza invisibile

“Le menti creative possono e devono contribuire alla ricerca e viceversa.” Questa era una delle citazioni di Holst, tornando ai giorni della fondazione del Natlab nel Dopoguerra. Holst era riuscito a proteggere il laboratorio negli anni anni dell’occupazione durante la Seconda guerra mondiale, convincendo i tedeschi del fatto che stesse lavorando per un futuro brillante, e a evitare che diventasse un punto di rilevanza militare. Holst non credeva in una struttura rigidamente gerarchica. “Se l’organizzazione è portata all’estremo, conduce a un restringimento piuttosto che a un’apertura della nostra visione. Un altro serio svantaggio è che non si può tener conto delle caratteristiche personali dei singoli ricercatori, fra i quali soprattutto quelli più originali hanno difficoltà ad adattarsi all’interno di una organizzazione.”

Ma negli anni Settanta l’obiettivo di Natlab subì una svolta, Philips cambiò il modello di ricerca libera con tutte le sue magnifiche possibilità di scoperta e decise di concentrarsi sullo sviluppo di prodotti orientati al mercato, misurati secondo un modello di business pensato da manager ed esperti di mercato. Il meccanismo del libero mercato coinvolse la struttura di tutte le compagnie del mondo; il business commerciale le trasformò da importanti soggetti di sviluppo della conoscenza a concorrenti in campo economico; i dipartimenti di ricerca interni venivano valutati come attività non direttamente utili ai profitti.

Ma le Arti e la Scienza avevano avuto la loro genesi, valori intrinseci e motivazioni. Se Scienza e Arte sono giudicate meramente su base economica, la scienza non sarà mai capace di difendere se stessa. In parte perché non c’è modo di difendere l’ignoto, l’ignoto non sarà mai incluso in un modello di pensiero che lo consideri un elemento chiave per il guadagno finanziario. La scienza è in molti modi soprattutto conoscenza invisibile.

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È questa conoscenza invisibile che il Baltan vuole abbracciare. Con “The Age of Wonder” il Baltan punta alla creazione di un programma che guardi indietro al passato e rifletta sul futuro, mettendo il presente sotto una luce diversa.