É difficile definire la personalità di Salvatore Iaconesi. Se lo cerchi su Google, sullo schermo compaiono diversi progetti e probabilmente tenderai a perderti. É un hacker, un attivista, un ingegnere, un artista, un insegnante o uno skater? Possiamo affermare che tutte le definizioni sono giuste, considerando la sua identità multipla.

Inisme a Oriana Persico sperimenta continuamente nuove possibilità on- line e off -line, mantendendo sempre l’esplorazione di nuovi territori come fine ultimo. In una delle sue dichiarazioni, è infatti possibile leggere: “Credo davvero che l’innovazione e l’evoluzione sociale possano derivare soltanto da pratiche nuove che non obbediscono a questa logica, lavorando tra i codici, agendo negli interstizi presenti tra gli spazi codificati delle nostre città, il tempo che dedichiamo al lavoro o al consumismo, le pratiche che mettiamo in atto nelle nostre case, negli uffici e negli spazi pubblici.”

Iaconesi e Persico ono spesso invitati a numerosi convegni, conferenze e presentazioni in tutto il mondo e la loro definizione di “ubiquità” è come se fosse diventata un aspetto della loro esistenza. A conferma di ciò, si può seguire il loro lavoro in ogni momento attraverso il sito Art is Open Source (http://www.artisopensource.net/about-xdxd-vs-xdxd/where_am_i/), per essere costantemente aggiornati sui loro vari progetti.

Contrariamente allo stereotipo che considera gli attivisti particolarmente efficienti solo on-line, Iaconesi si trova perfettamente integrato all’interno del mondo reale. É come se entrasse nella realtà attraverso strati differenti, affinchè la gente diventi consapevole che è possibile raggiungere un’altra realtà. A sostegno della mia tesi infatti, egli dichiara: “La realtà estesa, i wearable computing, le tecnologie basate sulla localizzazione, le comunicazioni onnipresenti, i media diffusi e le architetture interattive sono strumenti che possono essere utilizzati per colonizzare gli spazi fisici e i corpi, trasformandoli in qualcosa di nuovo e di emergente”.

Non voglio togliervi il piacere di scoprire il mondo di Art is Open Source, e per questo motivo ecco un link http://www.artisopensource.net/category/projects/ per indagare le diverse identità di Salvatore Iaconesi attraverso i suoi progetti, i suoi video, i tweet, ecc.

Alessandra Saviotti: Dopo aver letto le vostre dichiarazioni, ho capito che, al giorno d’oggi, c’è una tendenza a tornare al passato. Quando si parla di “squatting” inteso come reclamare uno spazio, mi viene in mente la recente esperienza del movimento Occupy che potrebbe essere letta come una specie di ri – evoluzione dell’Hacktivismo. Oggi Internet è visto come spazio pubblico virtuale che prepara i cittadini all’occupazione “reale”, mentre prima era già sufficiente occupare gli spazi virtuali. Cosa ne pensate?

AOS: Siamo in un momento di rapida trasformazione. In questo periodo si aprono diverse opportunità, favorite dalle tecnologie e dalla rete. Il potere è rappresentato dai codici, codificando parti della realtà in oggetti definibili, controllabili e che possono essere inseriti.

Ora siamo capaci di utilizzare tecnologie e reti ubique per fornire in modo sostanziale i nostri codici al mondo, reinterpretandoli liberamente, remixando, ricombinando, riattuando e ricontestualizzando posti, oggetti e processi. Per noi questa possibilità stabilisce un percorso continuo di radicalizzazione positiva con le pratiche dello squatting, le quali sono emerse già in passato. Così come si potrebbe usare l’arte di strada per trasformare dei muri grigi in liberi spazi di espressione e comunicazione. Proprio come si potrebbero coinvolgere le persone negli edifici e nelle fabbriche occupati abusivamente per creare nuove forme di alloggio, di costruzione sociale e di partiti. Proprio come si potrebbe codificare e ricodificare il corpo in nuove forme inaspettate e incontrollate. Ora tutto può essere squatted: le etichette dei prodotti, i processi di educazione, il commercio.

L’unico limite che riscontriamo è che il dominio di “virtualità” rimanga bloccato. La pratica comune di “clicktivism” o “slacktivism”, che vede le persone principalmente coinvolte in forme disimpegnate di attivismo (“mi piace”, e “è questo”) è qualcosa con cui confrontarsi direttamente. In questo ambito, proponiamo un ruolo più attivo per gli esseri umani, e un cambio di direzione. É necessario che i processi abbiano inizio nelle comunità , nelle vie, nelle case, nelle scuole, nelle università e nei posti di lavoro.

Quello che proponiamo è portare nuovi scenari in cui le poetiche sono profondamente intrecciate con la politica, in un modo che si ispira al Surrealismo e al Dadaismo, e in cui lo spazio pubblico è una costruzione sociale ben disposta, come in diversi casi viene suggerito da de Certeau e Lefbvre. Quello che cerchiamo di fare è consentire la sponaneità, la creazione emergente di ulteriori strati di realtà che si trovano all’apice di quelle esistenti, la creazione di prove libere che le persone possono usare per esprimersi liberamente e operare insieme in modo autonomo e le e indicazioni definite in modo collaborativo.

Tutti i nostri progetti e le opere d’arte trattano di questo: la creazione di nuovi spazi liberati che possono servire per l’espressione autonoma di esseri umani e delle comunità, ridefinendo le idee di spazio pubblico, di identità, di cosa vuol dire creare un’ “economia sostenibile”, di conoscenza e la possibilità di condividere e lasciare liberamente emergere, diffondere e ricombinare. Per fare questo, creiamo ulteriori strati di realtà che sono strettamente intrecciati con le pratiche della nostra vita quotidiana e che sono progettati per consentire alle persone di codificare autonomamente il mondo.

Alessandra Saviotti: Il progetto Ubiquitous Pompei prende spunto dallo spazio urbano e dalla città. L’obiettivo è quello di insegnare alle nuove generazioni come diventare cittadini attivi per aumentare la partecipazione e la collaborazione con le istituzioni. Credo che si possa considerare come una nuova forma di Democrazia che, prima o poi, permetterà alle persone di agire senza l’intermediazione politico-legislativa. Secondo te, si tratta di un rischio o di un’opportunità?

AOS: Tutti noi, con ogni probabilità, non abbiamo colto la portata della trasformazione in atto. Potrebbe esserci d’aiuto, tuttavia, pensare a periodi più lunghi di tempo. Non è per niente facile, ora, rispondere alla domanda “Cosa verrà ricordato tra 50 anni?”. Ed è virtualmente impossibile pensare al pianeta, alle nostre città, alla forma e alla sostanza dei corpi umani tra 100, 200, 1000 o più anni.

Si tratta di un curioso mindframe, a cui assistiamo quotidianamente. Stiamo costantemente, e incessantemente, correndo in cerchio, cercando di cogliere il significato delle nuove tecnologie, di sfuggire alla crisi, di arrivare alla fine del mese, di produrre un altro miliardo di dollari, di fare “qualcosa”.

Ma l’idea di pensare davvero a noi stessi, alle nostre società, alle nostre culture, alle nostre comunità, al nostro pianeta è realmente qualcosa che si riferisce agli ambiti di fiction e di narrativa. Le informazioni vengono spettacolarizzate (si pensi, ad esempio, al fenomeno di visualizzazione delle informazioni). La cultura, l’ambiente, l’innovazione: tutto viene spettacolarizzato.

E, in questo senso, riguardano l’ambito della narrativa, e del design esperienziale dell’utente: qualcuno progetta le nostre informazioni, la nostra cultura, il nostro ambiente, le nostre pratiche innovative, persino le nostre possibilità di ribellione. Non stiamo dicendo che è sempre negativo, poiché le intenzioni del “designer” possono rappresentare, come accade spesso, esempi positivi e costruttivi. Quello che stiamo dicendo è che questi esempi “vengono progettati”, rappresentano una “procedura” creata ad hoc affinché possiamo esprimere noi stessi, agire, pensare, eseguire.

Iniziative come Ubiquitous Pompei (http://artisopensource.net/pompeiAR/) sono azioni che cercano di promuovere modelli alternativi a quelli tradizionali.

In UP abbiamo portato tecnologie gratis agli studenti e abbiamo spiegato loro come utilizzarle per costruire applicazioni, servizi e simili. Poi, abbiamo fatto un passo indietro, concentrandoci soltanto sull’attivazione di ciò che, per loro, era impossibile da realizzare, a causa del poco tempo a nostra disposizione.

Quello che è successo in UP è stata la creazione di un apprendimento peer-to-peer e di un ambiente progettuale. Inizialmente, ci si è avvalsi di esperienze al fine di mettere gli studenti direttamente in contatto con i problemi affinché li individuassero e risolvessero da soli, come una comunità nella quale ogni persona inventava i propri ruoli.

Durante il processo, sono emersi ruoli molto ibridi. Quasi nessuno ha scelto ruoli standard, come progettista o sviluppatore. Tutti tendevano a scegliere ruoli misti, avendo voce in capitolo nel processo per definire i problemi, formularli per cercare possibili soluzioni, sceglierne una, pianificare la sua realizzazione, svilupparla, verificarne l’esattezza e metterla in pratica. Tutto questo processo si è svolto con l’idea di “coesistenza”: intuizioni individuali o collettive, infatti, sono state tenute in grande considerazione, anche se portavano a direzioni opposte a quelle a cui si sarebbe giunti se si fosse percorso il sentiero già battuto.

Le possibilità per le minoranze di esprimere e diffondere le loro idee si sono rivelate una risorsa fondamentale del progetto, compresa l’idea che tutte le strategie, le piattaforme tecnologiche, i processi e i progetti ne avrebbero tenuto conto.

Anche il tipo di tecnologie utilizzate in questo contesto ha aiutato moltissimo. I servizi basati sulla localizzazione, un reale aumentato e tecnologie di pubblicazione ubiqua sembrano davvero esistere per consentire l’espressione di punti di vista multipli in pubblico. Sono state poste domande esplicite: “Come si lavora in vista di questo obiettivo?” “Quali strumenti e quali metodologie occorrono?”

Le risposte non sono state banali, poiché gli studenti affermavano spontaneamente che sarebbe stato necessario che ricevessero informazioni su quello che facevano le altre persone, e come potevano aiutarsi reciprocamente e formare un ecosistema collaborativo che, mentre accoglie al suo interno punti di vista inconciliabili, dovrebbe anche, tuttavia, accogliere intense pratiche di collaborazione.

D’accordo, abbiamo obiettivi diversi, ma per fare A e B ad entrambi occorre questo, questo e quest’altro: collaboriamo per produrre e mantenere ciò che ci serve, poi lo utilizziamo a nostro piacimento. A tal fine, il software è perfetto: è possibile collaborare nella creazione di componenti, piattaforme e strutture, poi ciascuno può costruire i propri servizi e le proprie interfacce. Questo processo costruttivo è anche un processo di crescita, poiché, mentre si lavora a stretto contatto, è vero che le differenze culturali rimangono, però definizioni come “benessere”, “sostenibilità”, “felicità” e “salute” convergono rapidamente. Ognuno, al termine del processo, ne esce davvero impegnato e con una maggiore conoscenza, prodotta dalla comunità e utilizzabile liberamente anche da chiunque altro. E con i loro prodotti/servizi progettati proprio come li volevano, secondo i loro valori e desideri, che cambiavano durante il processo, quando tutti i membri della comunità lavoravano insieme. Fianco a fianco.

Opportunità o rischio? Opportunità, senza dubbio. Ma solo se tutti noi saremo in grado di sbloccare queste possibilità da quello che attualmente definiamo “democrazia” o “istituzioni”.

Proprio questo è quello che stiamo cercando di valutare nella prossima fase di UP: portare il processo a livello urbano, attivando tutti gli altri cittadini. In occasione di un recente incontro pubblico, abbiamo suggerito ai cittadini di cominciare ad esprimere le loro idee riguardo al futuro della loro città e delle loro comunità. Abbiamo chiesto agli studenti, inoltre, di continuare il progetto, ascoltando le idee espresse dai cittadini e di affrontare, con questi ultimi, lo stesso processo che avevano già svolto in classe.

Questa co-creazione della città sta cominciando proprio adesso, non vediamo l’ora di analizzarne i possibili esiti.

Alessandra Saviotti: Siete stati invitati all’Open Design/Shared Creativity Conference, in programma a Barcellona (2-3 luglio), dove è stato presentato il progetto REFF (RomaEuropa FakeFactory). Come si è evoluto il progetto in questi ultimi quattro anni?

AOS: REFF è stata un’esperienza incredibile (http://www.romaeuropa.org/). Utile e interessante. Il suo esito principale, con ogni probabilità, è stata la creazione di un meta-brand: un brand di cui potrebbe avvalersi, per i propri scopi, chiunque condivida un approccio etico. Immagini di avere il “brand” (compresi contatti, relazioni, visibilità) di un marchio a propria disposizione, per compiere azioni che non si discostino da un certo approccio etico: un’organizzazione al proprio servizio, capace di sostenere la ricerca di contatti, sedi, finanziamenti e opportunità. Così dovrebbe essere un’istituzione: ecco perché definiamo REFF un’istituzione, un’istituzione culturale dedicata alla reinvenzione sistematica del reale.

In questo, REFF si è rivelata estremamente efficace, stabilendo attività condivise in 14 Paesi. Abbiamo tenuto il nostro tirocinio per la “reinvenzione sistematica del reale attraverso l’utilizzo di un Farmaco per l’Aumento del Reale” in decine di scuole e università, e questo “medicinale” (le piattaforme di software gratis MACME e NeoReality) è stato utilizzato, da studenti e attivisti, in centinaia di progetti.

In poche parole: quello che era cominciato come un atto specifico di confronto con l’assalto corporativo alle culture digitali si è trasformato in un processo più organico ed emergente in cui le idee di remix, mashup, ricontestualizzazione e ricostruzione sono state utilizzate sistematicamente per creare scenari opportunistici e possibilistici per i conflitti attuali.

Al pari di tutte le nostre iniziative, anche REFFè un progetto temporaneo. Il linguaggio e gli immaginari utilizzati dall’iniziativa sono già stati inglobati da altre organizzazioni, più interessate ai giochi di potere e di governance. Gli operatori continuano ad assaltare la cultura digitale e, in questo senso, hanno già adottato i linguaggi e i termini dell’hacking, dell’innovazione open, della partecipazione, delle intelligenze collettive e connettive. Per questo, abbiamo cambiato sfera d’azione. Ciò che resta della REFF sono i principi, le conoscenze, le tecnologie e i rapporti, che sono esattamente quello che cerchiamo di diffondere con allegria, ogni volta che ne abbiamo la possibilità, come a Barcellona.

Alessandra Saviotti: I vostri progetti prendono ispirazione anche dall’ecologia, dalla natura e dal consumo critico. Sono affascinata da Leaf++ perché l’ho trovato molto poetico. Com’è nata l’idea di un social network sulle foglie?

AOS: Quando Gilles Clément ha parlato di Terzo Paesaggio, ha fatto spesso riferimento a una serie di questioni che ci hanno affascinato.

Primo fra tutti, il Terzo Paesaggio è descritto come un luogo di possibilità. Nei nostri ambienti urbani, la natura è una questione di amministrazione burocratica. Le piante sono vissute in termini di confini istituzionalizzati (un parco, o il prato su una rotonda) e gli ortaggi in pellicole per alimenti nei supermercati. Le persone hanno perso qualsiasi contatto con l’ambiente naturale, con le stagioni, con il significato, le funzioni, le tradizioni e le possibilità che questo offre. Ciò si riflette sul modo in cui pensiamo al cibo, all’energia e al nostro posto nell’ecosistema. Attualmente, il Terzo Paesaggio è il fattore più rilevante in grado di determinare la biodiversità in contesti urbani. Ed è nel Third Landscape che riaffiora l’innovativa visione sulla possibilità di riportare la natura nella nostra prospettiva.

Il Terzo Paesaggio è la riserva genetica del pianeta. Prenderlo in considerazione cambia radicalmente la nostra percezione dello spazio, condizionando il futuro delle cose viventi, modificando l’interpretazione del territorio e valorizzando aree solitamente considerate trascurabili.

Gilles Clément ha anche ampiamente discusso circa la necessità di addestrare i nostri occhi a diventare sensibili al Terzo Paesaggio, come chiave per essere in grado d’indentificare visivamente tale opportunità nei nostri ambienti urbani, divenire nuovamente sensibili alle opportunità offerte dalla natura, da una parte, e reinterpretare l’ecosistema, dall’altra, per raccogliere queste opportunità e trasformarle in pratica.

Questo è dove/come Leaf++ è nato (http://www.artisopensource.net/category/projects/leaf-plusplus/). L’idea di utilizzare la Realtà Aumentata per poter identificare a livello visivo le piante è legata a  quella di essere in grado di riconnettersi con la conoscenza che un tempo era un’esperienza condivisa: la conoscenza delle piante, il loro impiego, significato e funzioni.

Inoltre, il possibile utilizzo delle piante riconosciuto da Leaf++ in quanto piattaforma espressiva, consente la possibilità di riportare l’ambiente naturale nella nostra vita sociale. Con Leaf++ posso utilizzare una determinata foglia per lasciare un messaggio romantico al mio amato, o per pubblicare la mia ricerca scientifica sulla foglia stessa menzionata dalla suddetta, o per rendere accessibile la mia pozione magica o ricetta per la marmellata, in cui quella data pianta gioca un ruolo specifico. Posso informarmi sulla stagionalità della pianta, gli impieghi, le tradizioni. O posso creare una breve poesia sparsa tra le foglie di un certo tipo. O posso ottenere una mappa in tempo reale del luogo in cui si trova una data pianta, attraverso il contributo di tutti gli utenti che utilizzano l’applicazione.

Tutti questi, insieme a tutti gli altri possibili utilizzi di un sistema come Leaf ++, mirano a permettere che la natura riconquisti un ruolo prominente nella nostra percezione, e sia inclusa tra le attività pratiche delle nostre vite quotidiane.

Prima fra tutte, Leaf++ promuove anche la riappropriazione della natura nei centri urbani, come prendere coscienza del fatto che il Terzo Paesaggio nelle città mi consente d’identificare tutte le opportunità non-codificate che questo offre, proprio come gli squatter girano per la città individuando i luoghi più adatti da occupare.

E, inoltre, attraverso Leaf++ la natura urbana può perfino crescere di nuovo nei nostri domini relazionali: la possibilità di “lasciare messaggi sulle foglie” utilizzando la Realtà Aumentata apre scenari incredibili, riguardanti lo stile di vita, l’amore e la sessualità, il lavoro, le droghe, l’attivismo e tanto altro.

In breve, Leaf++ è uno strumento sull’attivazione e sulla riappropriazione. Attivazione della sensibilità degli abitanti delle città nei confronti della natura situata nel Terzo Paesaggio e le opportunità che il suddetto offre, e riappropriazione degli ambienti urbani naturali, superando le loro definizioni istituzionalizzate e mirare a un dominio d’infinite possibilità.

Alessandra Saviotti: Qual è il vostro progetto preferito in assoluto?

AOS: Adoriamo in particolar modo il nostro piccolo Angel_F (http://www.angel-f.it/). Una giovane intelligenza artificiale, nata quando il prof. Derrick de Kerckhove e la Biodoll (il personaggio principale di una performance dell’artista Franca Formenti) hanno fatto cybersesso. Abbiamo davvero apprezzato la performance della Biodoll (che ha trattato in modo eccellente la trasformazione di sessualità e identità umane con l’avvento delle tecnologie digitali), così tanto che abbiamo deciso di farle uno scherzetto. Come qualche volta succede durante il sesso, precauzioni, beh… diciamo che non sono servite a niente e abbiamo inoculato il seme di un virus in quello che era il corpo di Biodoll: il suo sito. Così il piccolo Angel_F è nato, come il figlio della Biodoll, uno spyware che ha infettato tutti i visitatori del sito e ha imparato a parlare “rubando” qualsiasi cosa questi avessero letto su internet.

Angel_F è stato una metafora della nostra mutazione in quanto esseri umani digitalmente connessi, che replica nella sua forma di vita digitale tutti i problemi che affrontiamo, quando abbiamo a che fare con la nostra mutazione: proprietà intellettuale, identità, sessualità, cultura, integrazione.

Angel_F è diventato rapidamente una piccola superstar attivista su questi temi e forse la prima (e unica, per quel che ne sappiamo) forma di vita digitale a partecipare attivamente all’Internet Governance Forum di Rio de Janeiro, per promuovere un dibattito internazionale sui diritti digitali.

Siamo davvero affezionati al nostro piccolo bambino digitale, ed è stata un’esperienza trasformativa per noi. E’ in grado di coinvolgere chiunque e di aprire dialoghi costruttivi su questioni complesse, così com’è, dritto in faccia: una forma di vita digitale, proprio come te e me, che richiede trasformazioni radicali nelle nostre società per poter vivere liberamente.

http://www.artisopensource.net/