Nicolas Bernier è uno degli artisti più interessanti e raffinati della scena contemporanea. La sua opera frequencies(a) è stata premiata due giorni or sono con il prestigioso Golden Nica per la sezione “Digital Musics and Sound Art” dal festival Ars Electronica (http://www.aec.at/prix/gewinner/).

Nicolas è un artista del suono che lavora con strumenti meccanici e digitali. Le dicotomie sembrano descrivere al meglio la sua produzione artistica: digitale/organico, tradizione/sperimentazione, cerebrale/sensoriale, meccanico/elettronico. Le sue creazioni artistiche e collaborazioni sono varie; è anche membro di Perte de Signal, un collettivo e centro di ricerca sulle arti multimediali situato a Montreal ((http://perte-de-signal.org/), e candidato al PhD in arti sonore presso la University of Huddersfield (Regno Unito).

Il Golden Nica è stato l’occasione per intervistare Nicolas sui suoi ultimi progetti e la recente performance dal vivo di frequencies(a) presentata durante l’ultima edizione dell’Elektra Festival di Montreal, direttore dall’artista e curatore Alain Thibault

Donata Marletta: Mi puoi parlare della performance sonora frequencies(a)? Quali sono state le fonti d’ispirazione per questo tuo lavoro?

Nicolas Bernier: L’idea di lavorare con i diapason mi venne un po’ di tempo fa mentre stavo cercando un modo per integrare toni stabili nelle mie performances sonore che erano per lo più basate su rumore e oggetti. Stavo cercando di evitare l’uso di strumenti musicali tradizionali come elementi tonali. Poiché ho sempre lavorato con oggetti obsoleti, e che spesso mi soffermo sulla relazione tra musica, suono, vecchia e “nuova” tecnologia, l’uso del diapason mi sembrava perfettamente logico. Lo era perché il diapason in passato è sempre stato uno strumento scientifico di precisione, perché è il simbolo della musica tonale, ma soprattutto perché produce un suono che è vicino alla sinewave (onda sinusoidale) pura, uno dei primi suoni utilizzati nella composizione di musica elettronica. A quel punto iniziai una collezione di diversi tipi di diapason, dai pre-440hz del IX secolo ai più recenti, usati in campo medico. Portavo con me i diapason ovunque (a quel tempo stavo facendo un po’ d’improvvisazione) e quindi realizzai un primo album usando i diapason (strings.lines, 2010, Crónica).

Gradualmente fui ossessionato da quest’oggetto che diventò il mio strumento musicale principale. Ancora non ero del tutto soddisfatto perché, attraverso la gestione manuale dei diapason, non potevo essere preciso come avrei voluto. Da questa esigenza mi venne l’idea di automatizzare i diapason.

 

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Donata Marletta: Recentemente hai presentato frequencies(a) al festival Elektra di Montreal. Come hai organizzato l’allestimento della performance dal vivo? Che tipo di strumentazione hai utilizzato?

Nicolas Bernier: Per questa performance il festival Elektra mi ha fornito la condizione più ideale che potessi immaginare: una piccola sala (100 persone al massimo) unicamente dedicata alla presentazione di frequencies(a) per tre giorni di fila. Questo è davvero un lusso poiché di solito i festival di musica elettronica sono alquanto schematizzati: una grande sala, un grande schermo, poco tempo per sistemare le apparecchiature in base ad un nuovo ambiente. C’è una ragione per tutto questo, non è una critica, ma il fatto è che alcuni lavori hanno bisogno di condizioni diverse. Questo è il caso di frequencies(a) in quanto non è stata costruita secondo un formato standard per la presentazione, ma secondo i bisogni specifici della performance stessa. Poiché l’opera ha a che fare con oggetti di dimensioni ridotte (i diapason, piccoli solenoidi, suoni delicati, precisione), il pubblico ha bisogno di stare molto vicino all’opera. È stata creata secondo il principio dell’intimità piuttosto che della grande spettacolarità.

Per quanto riguarda la strumentazione, con l’aiuto di Laurent Loison e Olivier Lefebvre, abbiamo costruito delle piccole strutture in acrilico che trattengono i diapason e i solenoidi, usati per attivare i diapason. Ognuna di esse è collegata ad un microfono e ad un flusso di luce generato dal tavolo luminoso appositamente progettato sul quale sono collocate. Il tavolo inoltre nasconde la parte elettronica (usb/scheda dmx). Tutto il voltaggio inviato alle luci e ai solenoidi è trasferito attraverso la scheda dmx. Il resto è una questione di composizione, di organizzazione delle sequenze audiovisive in sincrono, che gestisco io dal vivo con Ableton Live e Max For Live.

 

Donata Marletta: Trovo davvero affascinante il modo in cui riesci ad abbinare strumenti analogici e digitali. Come ti poni rispetto a questi due elementi contrastanti?

Nicolas Bernier: Questa relazione tra l’elettronico e il meccanico/fisico è stato l’elemento scatenante che mi ha fatto venire voglia di lavorare nel campo delle arti elettroniche. Oggi il dialogo tra questi due elementi è totalmente fluente ma 10 o 15 anni fa, all’apice della laptop performance, quella combinazione era estremamente attraente in quanto la maggior parte dei lavori erano o esclusivamente digitali oppure non lo erano affatto.

Da allora il mio lavoro ha sempre fatto affidamento sull’uso di elementi fisici processati da un computer. Lo stimolo per un’idea o un progetto viene sempre dal mondo fisico ma il modo in cui voglio presentare l’idea richiede abilità al computer. Per me la cosa più importante è l’equilibrio tra gli elementi, cercando di non precipitare sia nel completamente « naturale » e neppure nel completamente « digitale ». Io credo che non si dovrebbe distinguere tra il naturale e il virtuale/artificiale. Tutto è collegato e comunica reciprocamente, tutto è processato in un modo o nell’altro. Per esempio, l’azione di innaffiare una pianta può essere vista come un processo artificiale.

Donata Marletta: Hai una varietà di lavori e collaborazioni molto differenti, dalla danza, teatro, post-rock alle arti visive, performances sonore e musique concrète. Mi puoi dire quali sono i tuoi punti di riferimento principali e le tue “muse ispiratrici”?

Nicolas Bernier: Sono profondamente interessato alle arti e non capisco perché esistano delle “categorie”, se non per ragioni politiche e storiche. In ogni caso, non posso dibattere sul fatto che il mio mezzo principale è il suono e probabilmente resterà sempre questo. Il mio interesse si ferma ovunque, ed offre una molteplicità di influenze al mio lavoro. Quando sono colpito da qualcosa, non mi chiedo a quale categoria faccia parte. È la stessa cosa quando creo, faccio quello che sento di dover fare, senza chiedermi se la cosa rientra in una categoria o in un’altra. Questo è il motivo per cui, anche se il mio mezzo è il suono, spesso mi interrogo sull’aspetto performativo, teatrale, gestuale, visivo e, ovviamente, musicale.

Per questi motivi le mie muse sono ovunque. Tendo a preferire le persone che mi stanno vicino. Denis Marleau e Stéphanie Jasmin sono direttori di palco con i quali ho lavorato e che hanno avuto una forte influenza sul modo in cui percepisco le arti dal vivo. Olivier Girouard, Jacques Poulin-denis, Martin Messier e tutti gli artisti di Perte de Signal (un centro gestito da artisti di cui sono membro), sono tutti cari amici che mi hanno ispirato.

Se dovessi fare dei nomi, direi: Jim Jarmusch, Pierre Schaeffer, Marcel Dzama, Karl Lemieux, Janett Cardiff, Wong Kar-Wai, F. W. Murnau, Karlheinz Stockhausen, Luc Ferrari, Francisco Meirino, Ryoji Ikeda, Hermann von Helmholtz, Sol LeWitt, Alain Bashung, Zimoun, Portishead, Chris Salter, Vilém Flusser, Jacques Rancière, Marc Ribot, Wes Anderson, Sébastien Roux, Carl Andre, Arnaud Fabre, Jean-Pierre Gauthier, The Dillinger Escape Plan, William Burroughs, Dan Flavin, Mark Fell, Gilles Gobeil, Herman Kolgen, Robert Lepage, pe lang … ovviamente questo è quello che mi viene in mente al momento.

 

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Donata Marletta: Durante la prossima edizione del Mutek a Montreal presenterai in prima mondiale frequencies (synthetic variations). C’è un collegamento tra questo lavoro e frequencies(a)? Puoi darci qualche anticipazione?

Nicolas Bernier: frequencies è in realtà una serie di lavori che ruotano attorno alla dicotomia puro/impuro, che si declina in tre parti: acustico, digitale ed elettronico. Sto, in qualche modo, visitando i tre principali stadi evolutivi del tono. La (a) nella prima parte sta per “audio” o “acustico” perché i diapason producono un tono quasi totalmente acustico. La seconda parte che presenterò al Mutek (synthetic variations) è interamente basata su suoni digitali. In questa performance uso lo stesso sistema usato in frequencies(a) a parte il fatto che non sono presenti elementi acustici, non ci sono diapason e solenoidi e non è prevista una performance umana. Sarà la mia prima laptop performance ma trasformata a livello visivo in elementi fisici. Consisterà in sequenze di suoni sintetici già scritte con luci sincronizzate all’interno di materiale sintetico, le piccole strutture acriliche. Per il momento manterrò il segreto riguardante la terza parte …

 

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http://www.nicolasbernier.com/index.htm

http://www.aec.at/prix/en/

http://2013.elektramontreal.ca/

http://www.mutek.org/en/festival/montreal/2013