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26 / 02 / 2014 - 04 / 04 / 2014

Animism è un progetto di mostra a più parti realizzato con varie collaborazioni dal 2010. Il progetto s’interroga sulle nozioni di modernità attraverso il suo “orizzonte negativo”: l’animismo.

Originariamente un concetto antropologico che denota le credenze umane primitive sulla natura animata e sulla migrazione delle anime; questo progetto concepisce l’animismo principalmente non come una credenza ma come una categoria in cui la modernità e la ragione di stato immaginavano l’assenza o la trasgressione dei suoi stessi confini concettuali, per lo più tra materia inanimata e non umani, orientato in modo da delineare lo status della “persona” dotata di voce e di diritti. Il progetto non si chiede il modo in cui alcune persone percepiscano gli oggetti o la natura come “esseri comuni”, ma rigira la domanda per tracciare come siano fatti gli oggetti e come lo status di una persona possa essere negato o cancellato.

L’animismo diventa quindi una lente attraverso cui riconoscere i limiti, situare i processi estetici, come l’effetto dell’animazione nei confronti di uno sfondo storico di mitologie coloniali moderne e di mobilizzazione delle scienze. Il progetto tenta di registrare i cambiamenti attuali da una critica dell’alienazione, della reificazione e dell’oggettificazione a una produzione culturale compresa nel paradigma della soggettivizzazione e della mobilizzazione tecnologica di una mimesis preindividuale e della relazionalità.

Le opere e i documenti di archivio in mostra s’interrogano sull’effetto sintomatico dei media dei moderni confini, sul nesso tra l’attivo e il passivo, la poeisis e il pathos, e quindi riformulano il paradigma del network ecologico del presente in termini di pratica dei limiti e di critica delle tecnologie dei media.

animism2

L’edizione attuale presenta opere che s’interrogano sulla dialettica di particolari format e generi dell’immaginario istituzionale moderno, come il museo e la sua relazione con il tempo, ordine e trasformazione (Jimmie Durham / Chris Marker / Alain Resnais), i film etnografici (Rudolph Poch), il complesso della mummia (mummy-complex) nel cinema (Artefakte), l’animazione e la metafora animale (Walt Disney, Marcel Broodthaers, Jean Painleve), il lavoro, i media e il corpo (Ken Jacobs), i limiti psichiatrici della soggettività (Angela Melitopoulos e Maurizio Lazzarato), l’estasi (Yayoi Kusama), il continuum del corpo e della tecnologia (Daria Martin), e “scene” esemplari che esplorano la medialità e il coinvolgimento della mitologia e della stregoneria, il materialismo e il feticismo nella riconfigurazione del potere e delle frontiere moderne (Al Clah, Hans Richter, Len Lye,Yervant Gianikian / Angela Ricci Lucchi, Adam Avikainen, Otobong Nkanga), così come le frontiere attuali nelle lotte indigene (Paulo Tavares).

Ringraziamenti speciali a Heidi Ballet, Daphné Praud, Beirut Art Center, Rayyane Tabet, Roy Dib, Cathy Serrano, Jinghan Wang & OCAT, Galerie Marie–Puck Broodthaers, Archives Jean Painlevé, The New Zealand Film Archive, Fundación Augusto y León Ferrari, Hassan Fahs


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