Ha aperto a Firenze la prima grande retrospettiva di Ai Weiwei in Italia, un evento che non solo prevede l’esposizione di opere che hanno segnato la recente storia dell’arte contemporanea ma anche la riattivazione della rete del contemporaneo che collega Palazzo Strozzi (e la rivalutazione degli spazi della Strozzina in seguito alla sua temporanea chiusura) ad altri centri toscani come il Pecci di Prato.

In mostra si trovano opere iconiche della produzione di Weiwei, che documentano la sua crescita artistica, e la sua riflessione poetica, non solo nella ricerca dei materiali e delle forme, come nel caso di Crystal Cube o Blossom, ma anche e soprattutto nella lotta per la libertà di espressione che ha segnato la sua carriera.

A Palazzo Strozzi opere come Souvenir From Shanghai testimoniano l’attività dell’artista in qualità di designer e architetto, un’attività segnata dal dissenso, e di cui restano solamente frammenti dei progetti legati ad essa. L’opera è infatti costituita dai resti dello studio costruito a Malu Town su invito delle autorità cinesi, le quali a causa dell’attività politica dell’artista ne hanno indetta la demolizione a costruzione ultimata.

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La ricerca della qualità materiale e simbolica degli oggetti è rispecchiata in diverse opere presenti nella retrospettiva. In alcuni casi, come nella celeberrima performance Dropping a Han Dynasty Urn, Weiwei esprime consapevolezza storica unitamente ad una intenzionale ribellione ad essa; in altri, come in Stacked, declinata a Palazzo Strozzi in maniera sitospecifica, diventa riflessione culturale ed autobiografica; in altri ancora, Snake Bag in primis, riflette una coscienza sociale che si lega ai temi dei diritti umani, della giustizia, e della trasparenza da parte dello stato.

Quest’ultima è un’opera prodotta in seguito ad un caso eclatante legato alla presenza dell’artista in rete: infatti nel blog dell’artista furono pubblicati i nomi dei migliaia di bambini morti nel dramma sismico del Sichuan nel 2008. In seguito a ciò, il suo blog venne oscurato dalle autorità cinesi, suggellando anche l’entrata privilegiata dell’artista nel loro mirino. Ai Weiwei ha iniziato, in seguito a questo accaduto, ad utilizzare altre piattaforme come Twitter ed Instagram, conducendolo a riflettere sullo stato della libertà di parola nella sua terra d’origine.

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Questo nucleo tematico diventa fondamentale nella produzione di Weiwei, e da esso si dirama la maggioranza delle opere prodotte dall’artista negli ultimi anni, che documentano la sua implicazione in prima persona nello scontro con le autorità, una implicazione che è stata pagata con la sua stessa libertà oltre che con la sua salute. Come già anticipato il territorio privilegiato di azione e di attivismo è stato per Weiwei il web, unico spazio di libertà in uno stato in cui il controllo e la censura sono prassi quotidiana.

L’efficacia dei social media e del modo in cui l’artista ha operato tramite di essi rende la libertà di parola effettiva tramite contaminazione e diffusione virale delle parole e delle immagini, ma insieme ad essa diventa reale e tangibile anche il rischio politico che ne consegue. E’ per l’ampia risonanza che le sue azioni hanno avuto nel web, e per le estreme conseguenze politiche scaturite da esse, che Weiwei è diventato un artista molto popolare e conosciuto.

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Tramite i social media Weiwei ha sistematicamente indagato la corruzione del governo cinese, fino al suo arresto nel 2011, che si è risolto in una detenzione di quasi tre mesi in un luogo che ad oggi rimane sconosciuto. In seguito al suo rilascio, Weiwei è stato privato del suo passaporto, ed impossibilitato a lasciare lo Stato. Lo smartphone diventa arma, per l’artista, capace di scattare foto e veicolare informazioni, in un modo talmente esondante che va a ribaltare i continui controlli e pedinamenti cui l’artista è sottoposto.

Costantemente pedinato, ha iniziato un progetto di auto-sorveglianza nella sua stessa abitazione/studio, esponendosi senza sosta agli occhi tecnologici di webcam installate ovunque attorno a lui. Alcune delle sue pose e dei suoi gesti sono diventati virali come anche la posa in cui l’artista tiene la sua gamba sospesa in aria come se fosse un fucile, che richiama il famigerato dito medio rivolto ad istituzioni e centri del potere per il modo in cui ha ispirato imitazioni e repliche.

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In seguito alla restituzione del suo passaporto, nel Luglio 2015, l’artista ha ripreso a viaggiare. Ed una delle sue prime tappe è stata l’isola di Lesbo nel dicembre 2015. Il tema delle migrazioni si collega perfettamente alla sua riflessione sulla libertà, ed è proprio da questa esperienza che si ispira una delle sue installazioni più contestate durante la retrospettiva fiorentina. Fulcro del dibattito è Reframe, una installazione che re-incornicia Palazzo Strozzi, e solleva diverse questioni.

Quelle che sembrano a prima vista delle decorazioni architettoniche rinascimentali rivisitate in chiave pop sono in realtà delle imbarcazioni gonfiabili, le stesse che i migranti e i rifugiati utilizzano per attraversare il Mediterraneo e raggiungere le coste delle nazioni vicine.

Questo tema tocca da vicino l’Italia, e di qui le polemiche, supportate arbitrariamente dalla presunta idea che tale installazione possa irrimediabilmente deturpare un palazzo storico per i fini della mostra.

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Nonostante la vicinanza bruciante del tema, questa opera non deve essere interpretata come una provocazione nei confronti dell’Italia in particolare, ma deve essere inquadrata sia storicamente, in senso ampio, che in modo contingente, inerentemente alla biografia dell’artista.

Da una parte, l’applicazione di questi oggetti diventati drammaticamente iconici va ad innestarsi esattamente nel cuore di quello che è considerato uno dei centri dell’umanesimo occidentale, quello stesso umanesimo che ha concepito valori universalistici in nome dei quali sono stati costruiti imperi colonialisti, sono stati occupati territori, deportati e sfruttati, quando non mutilati od eliminati, esseri umani. Questi stessi imperi si sono trasformati nel corso dei secoli, dando origine a quella che è una netta separazione ideologica tra l’Occidente e il resto del mondo. Le conseguenze di questo umanesimo capitalistico sono esattamente queste.

Dall’altra: Weiwei, finalmente “Libero”, come il titolo della mostra rimarca, ha ripreso a viaggiare, e nei suoi viaggi ha osservato e documentato le continue lotte per la libertà combattute dai rifugiati. “If there is one who’s not free, then I am not free. If there is one who suffers, then I suffer”[1].

Il tema delle migrazioni sta a lui a cuore, considerando che al FOAM di Amsterdam, un’altra personale dell’artista, #SafePassage, inaugurata una settimana prima della retrospettiva fiorentina, mostra le migliaia di immagini documentative scattate dall’artista col suo iPhone sull’isola di Lesbo, unitamente a riproduzioni in marmo di copertoni, ciambelle di salvataggio di fortuna. Se da una parte le immagini vanno a determinare una percezione frammentata e moltiplicata, tipica della comunicazione social-mediatica, dall’altra l’artista scolpisce oggetti con un materiale, di nuovo, simbolo della modernità umanistica, che appesantisce ciò che dovrebbe galleggiare, e aiutare a restare in vita.

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“To me, to be political means you associate your work with a larger number of people’s living conditions, and that includes both mental and physical conditions. And you try to use your work to affect the situation”[2].

Reframed tuttavia non è la prima installazione in uno spazio pubblico che tratta questo tema così presente nelle discussioni politiche europee: infatti Weiwei ha, solo pochi mesi fa, ricoperto le colonne della facciata della Konzerthaus di Berlino con giacche di salvataggio recuperate sull’isola di Lesbo. Questa installazione è stata però accompagnata anche dalla documentazione fotografica delle altre migliaia di giacche che sono restate abbandonate sulle coste dell’isola, e che testimoniano una quotidianità dolorosa, che esiste a prescindere dalla responsabilità artistica di un individuo, e che rimanda ad una responsabilità che riguarda il senso di umanità che dovrebbe guidare le nostre coscienze.

“My definition of art has always been the same. It is about freedom of expression, a new way of communication. It is never about exhibiting in museums or about hanging it on the wall. Art should live in the heart of the people. Ordinary people should have the same ability to understand art as anybody else. I don’t think art is elite or mysterious. I don’t think anybody can separate art from politics. The intention to separate art from politics is itself a very political intention”[3].

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Questo dice l’artista nella sua collezione di Weiweismi. E possiamo quasi dire che il suo obiettivo sia stato raggiunto, proprio tramite l’installazione Reframe così tanto contestata. Alla portata degli occhi di tutti, in forme popolari e comprensibili, causa di discussioni e polemiche che, di nuovo, dovrebbero esulare dalle semplici e generalistiche accuse di deturpazione di monumenti storici, ma soprattutto dovrebbero liberarsi di quel senso di frustrazione, a tratti di colpa, a tratti di assoluta ignoranza e razzismo, che accompagna qualsiasi tipo di discussione abbia a che fare con il tema delle migrazioni e degli sbarchi dei rifugiati in Europa, e alla luce di cui si giudica in maniera arbitraria e falsata una retrospettiva importante nel contesto museale italiano.

Dovremmo accogliere con intelligenza e spirito critico le provocazioni di un artista che ha fatto dell’arte politica ed attivista il suo manifesto, la cui produzione artistica è volta a ripensare un passato ai fini del miglioramento del presente, la cui lotta è sempre volta alla creazione di una coscienza che faccia appello a dei valori che siano davvero universalistici in maniera nuova e differente, e non semplicemente “umanistici”.


Note

[1] Ai WeiWei, WeiWeisms, Princeton University Press, Princeton&Oxford, 2013. p.15

[2] Ai WeiWei, WeiWeisms, Princeton University Press, Princeton&Oxford, 2013. p.30

[3] Ai WeiWei, WeiWeisms, Princeton University Press, Princeton&Oxford, 2013. p.33