Opere su commissione, performance, conferenze, dibattiti e l’Internet black market hanno animato afterglow, la ventisettesima edizione di transmediale, che ha avuto luogo dal 29 gennaio al 2 febbraio, come di consueto alla Haus der Kulturen der Welt di Berlino. All’insegna dei molteplici significati del termine “afterglow” e di slogan come “How do you feel today?” “Feel Healthy, Feel Fit”, il dibattito è ruotato intorno ai differenti approcci nei confronti di alcune questioni come i rifiuti digitali, il cloud computing, il controllo, il data mining, i big data e i delatori informatici.

1 febbraio, intorno alle 23.00. Theatersaal della Haus der Kulturen der Welt, Berlino.

L’americano Travor Paglen, artista, scrittore, studioso e uno dei personaggi di spicco dell’edizione 2014 di transmediale, ha appena finito di presentare il suo progetto The Last Pictures e di discuterne con Ryan Bishop, curatore insieme a Jussi Parikka della serie di conferenze Afterglow of the Mediatic. Partendo dall’assunto che i satelliti per la comunicazione, i servizi meteorologici e militari che popolano la cintura di Clarke, l’orbita geostazionaria al di sopra dell’Equatore, saranno indefinitamente più longevi degli esseri umani sulla terra, Trevor Paglen ha messo insieme centinaia di immagini con l’aiuto di numerosi ricercatori e la collaborazione del List Visual Art Center del MIT.

Le immagini, riprodotte su uno strato di silicone e protette da un disco d’oro di cinque pollici, sono state spedite nello spazio attaccate alla parte posteriore del satellite EchoStar XVI, nella speranza che qualche futura entità o qualsiasi nuova popolazione della terra si avvicini alla cintura di Clarke, trovi il disco, abbia la prova di una precedente civiltà aliena (cioè quella umana) e possa venire a conoscenza di alcune sue caratteristiche. Ricordando il Voyager Golden Records Project lanciato nel 1977 e contenente suoni e immagini che rendessero l’idea della diversità terrestre, The Last Pictures di Paglen comprende visioni utopistiche e universalistiche, disastri naturali e umani, momenti chiave della storia e preistoria della presenza umana sulla Terra e immagini più recenti di esperimenti distruttivi o delle conseguenze delle politiche di sviluppo e di sorveglianza sugli esseri viventi. Essendo il progetto contraddittorio per sua natura, come Paglen ha spesso affermato, il messaggio affidato alla bottiglia torna indietro all’attuale popolazione della Terra come un grande punto interrogativo sull’immanente sconvolgimento climatico, la libertà personale e la ricerca scientifica.

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Adesso il microfono è aperto per le domande del pubblico. Non sarebbe meglio – riassumendo la prima domanda – usare il denaro che avete a disposizione per aiutare quegli informatori che nella vita quotidiana stanno subendo le conseguenze delle loro azioni coraggiose, grazie alle quali siamo venuti a conoscenza delle manovre di NSA e altri? Applausi da una parte del pubblico. Non desidero – replica Paglen –  “meno arte e più giustizia sociale” e nemmeno “più arte e meno giustizia sociale”, ma più arte e più giustizia sociale allo stesso tempo. Applausi da un’altra parte del pubblico.

Questa rappresentazione plastica richiama involontariamente due differenti approcci, che hanno strutturato il concetto centrale della ventisettesima edizione di transmediale, l’afterglow. Il direttore artistico Kristoffer Gansing, insieme a Tatiana Bazzichelli (curatrice del programma di conferenze) e a Marcel Schwierin (curatore del programma delle proiezioni), ha infatti dato rilievo a quelle strategie messe in atto da artisti, giornalisti, hacktivisti e critici, che sfruttano, rivalutano e danno nuova vita agli scarti digitali e fisici prodotti in questa fase di apice dell’evoluzione high-tech. Ma non è né possibile né interessante includere tutti i diversi approcci presentati durante il programma di 5 giorni in due categorie chiuse e separate.

Tuttavia, una dicotomia ha segnato quest’edizione di transmediale, a cominciare dalla sua fantastica nuova identità aziendale: eccesso di informazioni, big data e server enormi generano uno stato di disagio quotidiano che richiede metodi per la compensazione dello stress come yoga o trattamenti di benessere. Sovrapponendo e mischiando visivamente questi due elementi, il collegamento tra le parti diventa un carattere tipografico che richiama la campagna dei Google glasses. L’identità visiva è incentrata sull’immediatezza che emerge dal linguaggio visivo e dagli elementi grafici di uno smartphone e delle sue app. L’aspetto tecno-commerciale intreccia tutti gli eventi, le conferenze e le performance con il tema “How do you feel today?”, mostrando giovani uomini e donne che danzano su un’anonima spiaggia al tramonto o all’alba, seguiti da componenti elettronici, server in un’atmosfera da spa o da spiaggia tropicale – la sensazione di “intermedietà” rappresentata dal termine “afterglow”.

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In questo caso l’ambiguità funziona come punto a favore a livello della rivalutazione dei resti tecnologici e delle impreviste conseguenze della positivista abbuffata di tecnologia, così come a livello dell’impercettibile differenza tra artista e (h)attivista.

Paglen ha partecipato anche ad Art as Evidence, conferenza di apertura del ciclo Hashes to Ashes, a cura di Tatiana Bazzichelli, durante la quale l’artista ha chiarito il suo approccio relativo alla forzatura dei limiti della visibilità in modo metaforico ed efficace: fotografie a grande distanza di relitti spaziali, satelliti spia, impianti segreti NSA in Nevada e Virginia, imprese fantasma e resti di missioni segrete che dicono molto di più sulle finalità di questo ente di quanto faccia un cablogramma.

Alla stessa conferenza la documentarista e giornalista Laura Poitras ha mostrato alcuni estratti di un suo lavoro, durato tredici anni, che documenta alcuni momenti che hanno influenzato fortemente i programmi di sorveglianza e la perdita di diritti negli USA dopo l’11 settembre: dalla sofferenza condivisa dei newyorchesi subito dopo la tragedia alle guerre in Iraq e Afghanistan, alla base di Guantanamo e allo scandalo di Abu Ghraib, fino alle interviste di Edward Snowden sulla fuga di notizie e di William Binney (che è intervenuto durante la conferenza Circumventing the Panopticon di trasmediale) sul programma “Stellar Wind” della NSA, attivato dopo l’11 settembre. Il terzo a intervenire è stato Jacob Appelbaum, giornalista, fotografo e ideatore del progetto TOR, creato per potenziare la privacy e la sicurezza di Internet, concentrandosi su esempi di dispositivi e componenti hardware come cavi USB (COTTONMOUTH) e chip all’interno dei monitor (RAGEMASTER), fatti su misura dalla NSA per inserire software nei computer, per collegare sistemi di computer non connessi in rete o letteralmente per rilevare e comunicare quello che qualcuno osserva sul monitor, allo scopo di spiare attivisti e giornalisti, ma anche rappresentanti istituzionali di qualche interesse. Il lavoro fotografico di Appelbaum include una serie di ritratti di attivisti, cypherpunk e informatori che fanno parte della sua vita. Al contrario di Poitras, Appelbaum cerca di farli uscire dal contesto delle loro attività presentandoli come persone comuni.

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 L’impulso a quantificare la realtà raccogliendo e combinando informazioni è stata la questione principale che Jamie Allen e David Gauthier hanno affrontato nella loro installazione Critical Infrastructure, che ricopriva l’entrata principale dell’HKW con strumenti di misurazione metrologica, visori e indici di riferimento. L’elaborazione dei grafici e dei dati riguardava tutto ciò che avveniva attorno a trasmediale e dintorni, inclusi i contatti Facebook e il traffico di Berlino.

L’analisi geospaziale e le questioni geopolitiche mescolano insieme i rispettivi prodotti in eccesso e di scarto.

Si tratta di una discarica digitale e fisica, alla quale si riferisce il famoso autore di fantascienza Bruce Sterling, nel suo discorso di apertura durante la cerimonia inaugurale, come situazione distopica nella quale gli artisti possono incontrarsi e godersi l’intossicazione, e che si trasforma in un eccitante pozzo di scarti e possibilità per chi scava e rovista, una volta passata l’epoca dell’abbondanza. I circa 80 artisti che hanno partecipato all’Art Hack Day Berlin afterglow sono stati influenzati dall’approccio critico e creativo accennato da Sterling, con risultati diversi e con un retrogusto nostalgico ampiamente condiviso. Durante le 48 ore di convivenza presso l’HKW hanno realizzato installazioni sonore e interattive, proiezioni video, performance e risultati di data mining.

L’Art Hack Day Berlin “afterglow” è stata la seconda parte dell’evento Art Hack Day “going dark”. Alcuni dei partecipanti alla prima parte presso il LEAP e altri artisti sono stati poi invitati a trasmediale. PRISM: The Beacon Frame, il progetto di Danja Vasilev e Julian Oliver, ha replicato e svelato le funzioni del programma di sorveglianza PRISM, attivato nel 2007 dalla NSA con lo scopo di raccogliere dati tramite Internet e telefoni cellulari. Entrando negli spazi dedicati alla mostra, ogni visitatore riceveva sul cellulare la notifica “Welcome to your new NSA partner network IMSI”, insieme al numero identificativo del dispositivo sulla rete.

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I dati raccolti erano trasmessi in una piccola stanza attraverso un computer con sistema operativo Linux, un adattatore wireless e un prisma di vetro (rotante se attivo), che proiettava i dati raccolti su cosa stava succedendo sulla rete locale. Dopo alcuni giorni l’installazione è stata smantellata su richiesta della Polizia Federale Tedesca a causa della vicinanza dell’edificio dell’HKW agli uffici del Cancelliere e del governo. Una sorta di bizzarra contraddizione che mette a nudo la complicità del governo tedesco, il quale da un lato è stato vittima di spionaggio da parte della vicina ambasciata statunitense, ma dall’altro è stato anche recentemente accusato di collaborare con l’NSA per la sorveglianza elettronica dei cittadini tedeschi.

Eppure il mobile mining produce anche un risultato molto materiale: la polvere d’oro raccolta e mostrata nell’opera I won’t give you my mobile phone – there’s too much gold in it! di Niklas Marelius, Kristina Lindström e Åsa Ståhl. Dopo aver smontato gli Smartphone, l’oro è stato filtrato e separato dai componenti per essere esposto in bottiglie di vetro. L’azione di scavare, mining appunto, in tutto il suo significato metaforico, digitale o più astratto, è stato il motivo di fondo ricorrente, considerando questo approccio come una risposta pertinente all’ambiguità del fenomeno di “afterglow”.

“Riprendere l’oro che ci è stato rubato, questo è lo scopo delle nostre azioni”, afferma il narratore nell’opera Lettre du Voyant di Louis Henderson, docu-fiction sullo spiritismo e la tecnologia nel Ghana di oggi, uno dei momenti salienti dell’eterogeneo programma di proiezioni. Un truffatore digitale comincia a parlare del suo paese, dei suoi abitanti e dell’attività di scavare tra i rifiuti elettronici, come avviene nella periferia di Accra e in altre piccole e grandi città come Agbogbloshie. L’industria mineraria, in particolare quella dell’oro, rappresenta una delle attività principali per il Ghana, che è il secondo maggior produttore africano di questo minerale. In Ghana arrivano grandi quantità di rifiuti elettronici da tutto il mondo attraverso una rete di fornitori, rifiuti che vengono poi setacciati alla ricerca di rame e alluminio. Non solo la plastica ma anche i falò appiccati per eliminare i residui di questo materiale dai metalli e dai rifiuti tecnologici ricoprono l’area, avvelenando il terreno e intossicando i “minatori” e le loro famiglie.

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Gli scarti si trasformano in risorse in molti sensi. Spesso restano dei messaggi allegati, che però devono essere analizzati e reinterpretati per dare loro un qualche valore. Tutto ciò necessita di archivi infiniti, come nel caso di Geocities legacy, citato da Sterling nel suo discorso. La necessità di affrontare l’archeologia e la storia del digitale è stato un tema condiviso di afterglow e di BWPWAP, l’edizione del 2013 di trasmediale.

A story for the Modlins di Sergio Oksman ci riporta nel mondo analogico, raccontandoci l’avventura dell’autore che cerca di ricostruire la storia familiare dei Modlin, dei quali è stata ritrovata una scatola piena di foto, carte, VHS e altri oggetti, in una strada di Madrid. La loro vicenda, narrata attraverso foto e oggetti, diventa una ricerca del significato, intrecciando resti silenziosi, prove ed elementi fittizi che compongono l’“afterglow” della vita.

Giocare e smontare la finzione in un senso più ampio è stata la base comune per i cortometraggi come Party Island di Neil Beloufa e Video Art Manual di Keren Cytter, ma anche del progetto della pioniera ricercatrice di computer e video Elizabeth Vander Zaag, la cui serie Digit Tapes degli anni ’70 trattava la questione delle immagini sessuali nelle riviste di computer e nelle pubblicità di prodotti hardware in un mondo maschilista. In Digit Recalls the Future sono disegni generati dal computer, righe di comando e affermazioni futuristiche a mostrarci che il futuro assomiglia molto alla nostra vita di tutti i giorni: “Ogni persona indossa piccoli dispositivi che registrano audio e video di tutto quello che succede nelle loro vite”.

Il programma di transmediale prevedeva ogni giorno la proiezioni di un video. Fra gli altri,  Titloi Telous (Out of Frame) di Yorgos Zois e Crystal Computing (Google Inc. St. Ghislain) di Ivar Veermäe, ciascuno dedicato a un evento in forte contrapposizione con l’altro: il primo,  sulla Grecia, mostra le strutture spoglie per i manifesti, che non sono state rimosse a causa della crisi e restano visibili in tutto il Paese, mentre il secondo fa vedere da lontano un Google Center in Belgio con più di 300.000 server e il suo impressionante sistema di raffreddamento in grado di generare sublimi visioni.

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L’“afterglow” economico assume qui la consistenza di un sistema globale che modella forme secondo l’uso, ma il cui declino e stravolgimento generano un incerto stato di indeterminatezza fuori dal tempo. Queste visioni rimandano i propri paesaggi a certi spettacolari e distopici set da fantascienza e, allo stesso tempo, il risultato sembra essere quello di una fiction prosperosa o indistinta.

Le atmosfere fantascientifiche e l’hi-tech cyberpunk si mescolano nelle strategie di Sputniko!, l’artista giapponese che ha concluso la serie di conferenze di transmediale con l’evento DoRadical Futures, parte del ciclo Will you be my Trashure?, coordinato da Katrien Jacobs e Francesco Wearbear Macarone Palmieri. Sputniko!, che recentemente è stata protagonista di un acceso dibattito su una discutibile copertina della rivista della Japanese Society for Artificial Intelligence (mostrava una donna con in mano una scopa per mostrare come l’intelligenza artificiale influisce sulla nostra vita quotidiana), ha presentato alcuni dei suoi arguti e irriverenti videoclip commerciali, creati a partire da alcuni strumenti di design hi-tech sui quali ruotano le brevi fiction e la musica. Nel 2013 Sputniko! È entrata a far parte del MIT Media Lab per il Design Fictions Group.

Forzando i limiti della musica pop, della sessualità e del linguaggio, l’artista ha progettato strumenti come la Menstruation Machine, la Crowbot e la Moonwalk Machine, proponendo un approccio diverso nel tentativo di mettere insieme i gruppi subculturali giovanili e le Istituzioni di Adachi, un distretto con un tasso di criminalità particolarmente alto nella parte nord di Tokyo. Dal 2012 il suo HIPHOP PROJECT & BUSTOUR si svolge egolarmente sotto l’egida delle Istituzioni locali e delle giovani comunità.

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A tirare le somme di afterglow possono essere gli slogan di Douglas Coupland, la cui conferenza all’Ambasciata canadese e la mostra dedicata ai post-Internet Slogans for the 21st Century alla Or Gallery sono stati parte integrante del Partner Programme. La sua collezione di slogan trasmette un senso di incontrollabile caos di pensieri e pluralità di voci, dicotomie della vita quotidiana e della condizione post-digitale, nostalgici riferimenti incrociati e fiducia nell’autonomia consentita dalle tecnologie self-made: “Mi manca il mio cervello prima di Internet”, “La nostalgia non è mai stata così inutile”, “Niente shopping su Star Trek”, “Non se ne va. Puoi solo imparare a conviverci.”


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