Riccardo Benassi è un artista che si situa a metà strada tra il musicista, il performer, lo scrittore e designer di esperienze. I suoi lavori sono sempre il risultato di un intenso scambio con un altro individuo, che sia il curatore che l’ha coinvolto, un altro artista o l’editore di una delle sue numerose pubblicazioni.

Colloca i suoi interventi negli spazi interstiziali, come spesso dichiara, e lo fa dopo avere assimilato e digerito una serie infinita di informazioni. Il risultato è sempre una sintesi di elementi – colori, materiali, suoni, parole – che danno al lavoro una compostezza pacata, quasi criptica, ma che a una rilettura e a una successiva ri-assimilazione, stimolano il cervello a cercare quel tassello mancante per comprenderne a pieno il significato. È interessante, perché quel piccolo elemento è solo suggerito, deve essere cercato con calma nella mente di chi osserva.

Uno degli altri aspetti più affascinanti del lavoro è legato al rapporto spazio/tempo. Benassi è nato sulle rive del fiume Po, come me. Capisco che cosa significa svegliarsi la mattina con la nebbia e tornare a letto con la nebbia. I colori, i visi, i campi della Pianura Padana, sono sempre sfuocati, e forse questo vapore ogni tanto entra nel lavoro rendendolo evanescente e spogliandolo di particolari inutili, mostrandone solo la sagoma.

Benassi è sempre in movimento, vive a Berlino ma una volta mi ha detto che non è mai riuscito a passare più di due mesi di fila in quella città. Forse anche lui è diventato uno di quei tasselli mobili che compongono il suo lavoro e che saltano di mente in mente per suggerire nuove esperienze a chi si dà il tempo di osservare.


Alessandra Saviotti:
Partiamo dal tuo sito. Aprendolo si è investiti da un brusio che diventa sempre più ossessionante e che consiste nella sovrapposizione di quasi tutti i tuoi interventi sonori. Come mai hai deciso di “disturbare” chi si approccia al tuo lavoro?

Riccardo Benassi: Come? È successo anche a te? Pensavo fosse una falla di programmazione che solo alcuni utenti (Windows e BlackBerry) potessero incontrare… Ma se mi confermi che ti è capitato con un Computer Apple, allora l’errore parziale è diventato totale, la macchina si è presa gioco di me dopo tanti anni in cui tento io di prendermi gioco di lei… E adesso cosa faccio, lo riprogrammo o lo lascio così?

Alessandra Saviotti: Ho immaginato che fosse un errore. Ma secondo me lo devi lasciare così (Io sono un utente Windows). Dopo un paio di volte in cui ho cercato disperatamente il tasto off e poi, non trovandolo, ho chiuso il sito, ho capito quanto la macchina si prendesse gioco di me. Ma anche di te, di tutti noi. Poi l’ho riaperto, l’ho ascoltato tutto e ci ho trovato un nesso con le tue ultime ricerche. Il lavoro proposto come “seccatura”. Sottile, ma sempre fastidiosa.

Riccardo Benassi: Ok, mi rincuora sapere che sei utente Windows – perché il bello dell’errore parziale è che permette al sito web di comportarsi diversamente a seconda dell’user che incontra, e quindi lo libera dalla necessità di rispondere ad uno standard. Certo, probabilmente allontana dalla consultazione una fetta di pubblico, ma dei piccoli sacrifici van fatti, si sa. Rispetto a quella che tu definisci “seccatura” forse c’è un nesso, ma è totalmente inconscio. L’idea è quella di creare nuove situazioni, e la seccatura è un effetto collaterale, è quel minimo di fatica richiesta al pubblico per ambientarsi ed avere a che fare con l’inaspettato. Io sono di quelli che pensano che senza un minimo di salita è impossibile godersi la discesa – e quindi che ogni vetta è solo la metà del cammino.


Alessandra Saviotti:
Una volta mi hai detto che i colori che scegli – soprattutto per le installazioni che utilizzano il feltro come Collective Prearrangement, Variable Countdown (2010) o Autostrada Verticale (2009), tanto per citare un riferimento visivo – sono i colori che ti accompagnano quando viaggi in autostrada: verde, grigio, azzurro. Devo dire che sono rimasta così colpita da questa tua affermazione: considerare un’esperienza come il viaggio una sintesi di colore mi è sembrato molto poetico e, nello stesso tempo, molto duro e “contemporaneo”. È come considerare i ricordi solo come macchie sfocate di colore. Cosa ne pensi?

Riccardo Benassi: Forse sono idee di plausibili cromie – più che colori ben precisi – che poi ritrovo in prodotti industriali e riconosco. Queste idee sono accampate da anni nel mio inconscio, sono la sintesi del paesaggio autostradale in movimento e della pianura infinita nella quale sono cresciuto e nella quale ho assistito al secondo matrimonio dell’agricoltura: dopo quello con la meccanica, quello con la chimica. Ma credo che sia una riduzione cromatica condivisibile da chiunque sia cresciuto in quei luoghi e abbia fatto esperienza di una natura arginata dalla nebbia, dall’asfalto, dal social housing in cemento armato. In fondo, lo spostamento – da parte del Capitale – del dominio della natura a quello della macchina è un metodo per sostituire il desiderio, per sedarlo con artefatti. In particolare, invece, rispetto al viaggio autostradale, la bidimensionalità di quello che si presenta oltre il finestrino offre una versione consolatoria della realtà, immobilizzata e non fenomenica, in cui sembra proprio che vada tutto bene – ogni cosa al suo posto e a suo agio – quasi come opere d’arte in uno spazio espositivo, dove è incredibilmente evidente la solidarietà che vige tra ordine e disordine.

Alessandra Saviotti: L’architettura, il suono e la parola scritta sono tre aspetti che spesso si intersecano nelle tue opere. Penso a Standard Sentimento (2011) o a Quel che serve ad un pavimento per trasformarsi in pista da ballo (noi) (2011). Cos’è che ti porta a percepire questi tre elementi in relazione l’uno con l’altro?

Riccardo Benassi: Architettura, suono e parola scritta non sono unità di misura precostituite, sono aree d’intervento: tendo a dare per scontato, per esempio, che una pagina bianca sia il corrispettivo di uno spazio indoor, così come che un testo scritto sia annotazione di suono, e quindi uno spartito musicale. Credo che rappresentino – in sé – quello che già c’è in uno spazio prima del mio arrivo. Studio quello che già c’è per il semplice fatto di poterlo poi modificare ai miei fini – spesso sia installativi che narrativi – che potremmo chiamare ponti levatoi. Questi sono indirizzati verso le persone che si confrontano con i miei lavori, per incontrarle, da qualche parte, anche a metà strada. Di recente mi sono accorto che più che ponti levatoi sono trampolini – e quindi se per caso si incontra qualcuno lo si fa sempre a mezz’aria.


Alessandra Saviotti:
Riusciresti, se vuoi, ad esplicitare meglio come avvengono questi incontri? E a cosa portano, ad esempio?

Riccardo Benassi: Per incontro intendo la possibilità che un’opera possa – anche per un istante – migliorare la vita della persona che ne fa esperienza (dopo aver migliorato la vita della persona/artista che l’ha creata). Questo miglioramento può annidarsi tanto in una lacrima quanto in un sorriso, e in tutte le sfumature di mezzo.

Alessandra Saviotti: Ultimamente ti sei dedicato a molti progetti legati alla scrittura. E ancora una volta sono stupita di come tu abbia scelto un linguaggio molto riflessivo. Proprio oggi che nessuno sta davanti ad un’opera d’arte più di qualche secondo. Come sei arrivato a questa scelta?

Riccardo Benassi: Direi che la scrittura è riflessiva – come ogni altro media – solo quando ne usufruisce chi la compie. Per la questione temporale ad essa legata – hai centrato in pieno il punto – scrivo per prendermi tempo e per regalare tempo. Per esempio, si dice che il tempo è denaro ma non è assolutamente vero, il tempo vale molto di più. Mi capita di vivere degli eventi importanti, o degli attimi fondamentali, e penso che se sono serviti a me allora possono eventualmente servire ad altri, e quindi li racconto. Detto questo, però, cerco di ascoltare i miei desideri e proteggermi quotidianamente dall’annichilimento della vita nella produzione di discorso.

Alessandra Saviotti: Silvia Bianchi ti ha già intervistato nel 2008 focalizzandosi soprattutto sull’esperienza OLYVETTY, progetto in collaborazione con Claudio Rocchetti[i]. Come è cambiato il progetto in questi anni?

Riccardo Benassi: Per iniziare con un cliché ti direi: dopo una pausa riflessiva in cui ci siamo dedicati alla nostra ricerca separatamente, ora ci siamo rimessi al lavoro sull’evoluzione dell’idea di OLYVETTY, ed è molto avvincente. Quando anni fa abbiamo iniziato, pensavamo che l’unico modo per interagire con un’interfaccia sonora fosse romperla dal vivo, distruggerla sul palco. C’era, in quell’idea, una sorta di nichilismo distopico che sottintendeva una grande passione per le macchine e un rifiuto dell’annullamento del corpo in funzione dello strumento. Oggi ci siamo accorti di due cose che hanno cambiato la nostra prospettiva e ci hanno ridato speranza: da un lato, la maggior parte dei saperi corporei sfugge ad ogni tentativo di formalizzazione. Dall’altro, che non abbiamo più bisogno di ridurre nulla in pezzi e brandelli, perché noi stessi siamo le rovine. OLYVETTY infatti è un test più che un metodo e – personalmente – credo che non ci sia peggior ideologia della coerenza.


Alessandra Saviotti:
A cosa stai lavorando in questo periodo?

Riccardo Benassi: Al momento sto lavorando ad un nuovo progetto che sarà prodotto dal festival Gianni Peng/Live Arts Week di Xing a Bologna l’anno venturo. Poi sto ultimando un progetto editoriale in collaborazione con Alberto Salvadori che sarà edito da Mousse Publishing e conterrà – insieme a due miei nuovi testi – gli interventi di Gian Piero Frassinelli/Superstudio, Franco Berardi Bifo, Markus Miessen e una mia conversazione con Liam Gillick. Altro progetto, sempre editoriale e in fase di pubblicazione, è una nuova collana di testi brevi chiamata Doormats. La curo insieme a Brandon LaBelle per la sua casa editrice Errant Bodies Press, e avrà come tema principale la richiesta di presenza offerta dall’adesso. Se ciò che ho appena scritto non ti sembra chiaro, o sconclusionato, è solo perché sei un utente Windows o BlackBerry.


http://www.365loops.com/

http://olyvetty.blogspot.nl/

[i] Silvia Bianchi, “Olyvetty. Processando suoni e immagini”, Digimag 34 (2008), http://www.digicult.it/it/digimag/issue-034/olyvetty-processing-sound-and-images/