Obsolescenza: una parola difficile, sempre più utilizzata in contesti non specialistici che indica “lo stato di un oggetto, un servizio o una pratica non più necessari, anche se funzionano ancora bene” (grazie Wikipedia!).

Il successo di questa parola deriva dal fatto che la proviamo tutti i giorni, immersi come siamo in prodotti fatti apposta per diventare obsoleti – e non mi riferisco solo agli smartphone e ai tablet. L’obsolescenza pianificata causa l’aumento di materiale che, secondo la logica del sistema, è obsoleto e inutilizzabile: la spazzatura. Negli ultimi anni l’eliminazione pianificata dei materiali dall’orizzonte della funzionalità ha attirato l’attenzione di artisti e intellettuali.

Sašo Sedlaček (nato nel 1974), artista sloveno (che Digicult conosco dal progetto Infocalypse Now incluso nella mostra The Mediagate alla Galeria NT /Imaginarium, nel 2010 a Lodz, Poland, a cura di Marco Mancuso e Claudia D’Alonzohttp://goo.gl/eyRXl9) interessato a questo campo già da molto tempo prima che diventasse uno degli argomenti più caldi degli ultimi anni, ha appena presentato la sua prima mostra personale in Italia che, tra gli altri argomenti, tratta anche di questo.

Curata da Domenico Quaranta allo spazio espositivo Ultra di Udine ancora per un paio di giorni fino al 20 Giugno, Superstrash è una mostra – prodotta da Aksioma – Institute for Contemporary Art, Ljubljana e Link Art Center, Brescia – in cui l’artista presenta la ricerca a un pubblico che, fino ad ora, l’ha conosciuto solo attraverso la partecipazione a mostre collettive. La mostra ha esposto alcuni tra i primissimi lavori come Just do it (2003) , Loop (2004) e Beggar Robot (2006) a fianco di opere più recenti come The Ex (2010), AcDcWc (2019), The Big Switch Off (2011), iSmoke2 (2011) e Jobless Avatar (2014).

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Filippo Lorenzin: Cominciamo con il titolo della mostra Super Trash. È la seconda volta che usi questo titolo. La prima Super Trash è stata la tua prima mostra panoramica tenutasi in Slovenia nel 2011: qual è la relazione tra le due?

Sašo Sedlaček: In realtà ho usato il titolo Supertrash in più occasioni. È una specie di brand, inizialmente usato come titolo per la mostra panoramica del 2011. Lo utilizzo quando qualche opera si riferisce agli scarti, al riciclaggio, al fai-da-te, al postindustriale… La differenza tra le due mostre? Ci sono alcune opere che sono state esposte alla mostra Supertrash precendente, ma anche più grande, che non rientrano in questa. Ma, nella mostra a Ultra, ci sono anche opere nuove, create solo dopo la prima panoramica del 2011. Quindi, tutte queste mostre hanno lo stesso “imballaggio Supertrash”, ma un contenuto diverso.

Filippo Lorenzin: Ho un’altra domanda sul titolo: Supertrash mi suona molto ironico e “American style”. Molti hanno notato che le ricerche e i tuoi progetti sono ironici. Cosa ne pensi?

Sašo Sedlaček: Cosa posso dire, amo il consumismo e il consumismo mi ama. È come dire a qualcuno di irritante: “grazie per la gentilezza”, quando in realtà vorremmo fargli notare la sua scortesia. Sì, è ironico ed è una satira del consumismo. Cerco di creare lavori taglienti, delle riflessioni pungenti sulla realtà, ravvivate con humor e ironia.

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Filippo Lorenzin: Osservando i tuoi lavori vengono in mente problemi come l’invecchiamento, la filosofia del fai-da-te e il post-industrialismo. Quando ti sei interessato a queste questioni? Mi affascina il fatto che tu sia nato nel 1974 in un posto tra l’Europa occidentale e orientale e non riesco a smettere di pensare che questo sia il motivo del tuo interesse.

Sašo Sedlaček: In verità, ciò determina l’intera generazione: siamo i figli di una costante transizione. Siamo cresciuti con il declino del socialismo, la successiva transizione al capitalismo, all’era digitale e, infine, alla crisi. Basti pensare al fatto che in Slovenia abbiamo cambiato moneta quattro volte negli ultimi 25 anni (prima avevamo il dinaro jugoslavo, poi i voucher del periodo transitorio, dopodiché il tallero e ora l’euro). Inoltre, i continui cambiamenti ambientali possono essere, fortunatamente o sfortunatamente, abbastanza d’ispirazione.

Trovo molto affascinante questo nuovo capitalismo in Slovenia. È stata una transizione più moderata, diversa dagli sconvolgimenti radicali dell’est che, di solito, non portano nulla di buono. Non che questa lieve transizione sia stata molto meglio, rimane il fatto che da allora la nostra società è diventata post-industriale, consumistica, più corrotta. Tuttavia, dimostra ancora come sia facile cambiare sistema e abitudini se lo si desidera. In realtà, se sapessimo come fare, esporteremmo esperienze.

Filippo Lorenzin: È la prima volta che tieni una mostra in Italia. Credi che i tuoi progetti possano svolgere una funzione diversa rispetto a quella svolta in Slovenia? Ci sono grandi differenze fra i due contesti?

Sašo Sedlaček: Ho già tenuto mostre personali in Italia, all’Isola Art Center di Milano e al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, per esempio, ma mai una mostra d’insieme. Le opere in due contesti differenti? Beh, il mondo intero è in una fase di transizione dall’inizio degli anni’90, con la sola differenza che dal 2001 o 2008 il fatto è diventato ovvio a tutti. Le differenze all’interno di contesti differenti stanno diventando sempre più piccole. Consumiamo più o meno tutti la stessa fonte di informazione con mezzi di comunicazione digitali o tradizionali, google…stiamo diventando sempre più uguali gli uni agli altri.

Nei Paesi dell’ex blocco sovietico, abbiamo senza dubbio alcune esperienze quanto a cambiare il sistema della nostra società, ma allo stesso tempo abbiamo sofferto di una terribile amnesia. Per esempio, ora tutti parlano della maggiore autonomia delle aziende, della società e così via, ma ci stiamo comportando come se lo avessimo avuto solo recentemente. Come se fossimo nati ieri. Dall’altro lato, però, mi sono sempre domandato come i paesi occidentali possano avere questa sensazione che tutto sia sempre stato uguale. Beh, adesso anche questo sta cambiando.

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Filippo Lorenzin: L’elemento di scarto è fondamentale per la tua ricerca, non è solo l’oggetto dei tuoi studi, ma è qualcosa che spesso recuperi. Qual è lo scopo di questa tua passione?

Sašo Sedlaček: Per prima cosa, tutto questo materiale è gratis, ce ne è una gran quantità in giro e puoi prenderne quanto vuoi. Non che sia questo ciò che voglio, ma è stato uno dei motivi per cui ho iniziato a lavorare con i materiali di scarto. In secondo luogo, le discariche sono un esempio di archeologia in tempo reale della vita di tutti i giorni. Indagare su ciò che diviene rifiuto può dirci molto della società in cui viviamo.

I collezionisti delle discariche, persone che lavorano con questi rifiuti, possono dire con precisione quando il digitale terrestre è entrato nelle nostre case, quando sono arrivate le TV al plasma e gli schermi LCD o quando un’IKEA è stata costruita vicino al posto in cui viviamo, perché qualsiasi nuova tecnologia o prodotto innesca lo tsunami dei vecchi schermi, computer e mobili, che sostituiamo con oggetti nuovi. E questo mi affascina. Non aggiustiamo le cose, né cerchiamo di modernizzarle, le gettiamo via e le compriamo nuove.

Filippo Lorenzin: Fino a qualche anno fa non si avvertiva l’esigenza di etichettare la filosofia delfai da te. Da un bel po’ di tempo ormai ci siamo abituati a vivere in un mondo dove è normale non ‘farsi le cose da soli’ e credo che questo tipo di attività rispecchi una presa di posizione politica, un modo per andare contro al sistema precostituito. Tu che ne pensi?

Sašo Sedlaček: Concordo, è assolutamente una presa di posizione politica. E anche logica se, per via della crisi, dobbiamo tirare la cinghia. Però è abbastanza contraddittorio che nello stesso momento storico in cui dobbiamo tirare la cinghia ci sia l’impellente bisogno di incrementare i consumi per salvare la situazione economica. In questo caso non dovrebbe esserci un aut aut? Ebbene, abbiamo trovato il modo per incrementare ugualmente i consumi, ma con roba a buon mercato e di bassissima qualità, il che ha come unica e reale conseguenza un ‘incremento’ dei problemi, dato che ci sono lavoratori che, da qualche parte nel mondo, realizzano quelle cose per stipendi da fame e in condizioni precarie, senza contare poi l’incessante aumento di robaccia che ne consegue.

Il fai da te non è da intendersi come ‘la soluzione’ ma solo come parte di essa. Penso che le aziende produttrici di beni dovrebbero estendere il proprio raggio d’interesse oltre la fase in cui loro vendono e noi acquistiamo, dando il giusto valore all’articolo vecchio quando ne compriamo uno nuovo. Così facendo, sarebbero obbligate ad aprire centri di riparazione, apportando migliorie ai modelli già esistenti. Vista la presenza sempre maggiore di alcune iniziative davvero interessanti, spetta a noi trovare il modo migliore per immetterle su una scala sociale più ampia.

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Filippo Lorenzin: In particolare, è The Big Switch Off (2011) a richiamare la mia attenzione. Hai chiesto agli abitanti di uno stabile residenziale di buttare dalla finestra le loro vecchie televisioni fuori uso il giorno dopo l’avviamento del digitale terrestre: un gesto significativo che rimarca il ruolo consolidato della tecnologia nella vita delle persone e culmina in una sorta di rito collettivo che mi fa venire in mente quei rituali delle tradizioni antiche (“getta via il vecchio per dare il benvenuto al nuovo”). Puoi dire qualcosa di questo progetto? Come hanno reagito le persone a questa richiesta?

Sašo Sedlaček: Questa è una cosa che stavo spiegando prima, il costante flusso di spazzatura rimpiazzata da nuove tecnologie economiche. Pensiamo di riciclare la tecnologia, mettendo il vecchio computer o in questo caso i vecchi televisori nei container appropriati. Quello che succede in realtà è che vengono raccolti, l’1% viene riciclato e il resto viene inviato ai cosiddetti paesi del terzo mondo, dove diventa spazzatura ad impatto ambientale.

Ho voluto prevenire questo fenomeno organizzando distruzioni di massa di questi televisori, qui e adesso, prima che vengano esportati. É stato un appello contro il riciclaggio, anche se può sembrare folle. La gente lo ha adorato, voglio dire, chi non l’avrebbe fatto? Questa vecchia avanguardia che afferma “di buttare via il vecchio per accogliere il nuovo” oggi viene adottata dalle multinazionali, ma nel loro caso è ristretto alle merci. Penso che la gente debba accoglierlo di nuovo e buttare via il vecchio sistema di scambio e le cattive abitudini.

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Filippo Lorenzin: Trovo la tua ricerca molto coerente. Su quali questioni stai lavorando in questi mesi?

Sašo Sedlaček: Sta diventando sempre più difficile entrare nella nuova ottica del tema del riciclo, essendo diventato una tendenza negli ultimi anni grazie a tantissima produzione con materiali riciclati nella moda, nel design, nel DIY, nell’architettura… Naturalmente accolgo il trend, ma allo stesso tempo questa produzione è molte volte di poco spessore. E mi domando se sia solo un trend o se siano abitudini che resteranno. Ci sono già stati dei movimenti negli anni ’60 e ’70 che trattavano lo stesso argomento, ma è stato tutto dimenticato negli anni ’80. L’amnesia è un argomento interessante. Forse ci farò qualcosa. Creare un nuovo progetto è come scrivere un romanzo o girare un film. Inizia tutto con una buona storia.


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