Johannes Birringer è un coreografo di origine tedesca che si occupa di media e performance ed è il direttore artistico di AlienNation Co., un ensemble che lavora in ambito multimediale con sede a Houston, che ha collaborato a numerose performance site-specific e cross-culturali e a progetti installativi dal 1993 (http://www.aliennationcompany.com/).

Dopo aver diretto workshop internazionali su danza e tecnologia in Inghilterra, Germania e negli Stati Uniti, è stato nominato capo del nuovo programma di danza e tecnologia presso la Ohio State University (1999-2003) dove ha sviluppato il nuovo programma MFA in tecnologie per la danza e ha condotto programmi di ricerca nel suo “Environment Lab”. Nel 2003 è stato nominato Principal Research Fellow in Live art e performance alla Nottingham Trent University. Alla fine del 2005 ha organizzato il Digital Culture Lab, un laboratorio-festival interculturale su danza e tecnologia (http://www.digitalcultures.org/).

Ha pubblicato e curato diverse riviste e i suoi libri includono “Theatre, Theory, Postmodernism” (1991), “Media and Performance: along the border” (1998), “Performance on the Edge: Transformations of Culture” (2000 e 2005) e “Performance, Technology and Science” (2008). 

Attualmente è Acting Director del Centre for Contemporary and Digital Performance presso la Brunel University (http://people.brunel.ac.uk/dap/condip.html). Insieme a Michèle Danjoux, fashion designer, è anche co-direttore del DAP-Lab, che comprende artisti e ricercatori, la loro compagnia ha prodotto numerose opere nuove, come Suna no Onna (2007) e Ukiyo (2009) (http://people.brunel.ac.uk/dap/). Nel 2003 ha fondato l’Interaktionslabor Goettelborn in una ex miniera di carbone nel Saarland, in Germania (http://interaktionslabor.de/). Si tratta di un workshop internazionale a cadenza annuale dedicato alla ricerca, alla performance e allo sviluppo di applicazioni software nel settore delle tecnologie multimediali di rete e interattive.

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Questa estate ho avuto la possibilità di partecipare al Lab e al vernissage finale, così ho colto l’occasione di porre a Johannes alcune domande sulla storia di questo evento e sulla sua attuale ricerca all’interno DAP-Lab.

La storia dell’Interaktionslabor: filosofia, dinamiche ed evoluzione

Vanessa Michelion: Puoi presentare il Lab e spiegare in che modo tutto ebbe inizio dieci anni fa?

Johannes Birringer: L’Interaktionslabor ha una filosofia di fondo: invitare gli artisti a vivere sulle fondamenta di un insediamento industriale storico, una miniera di carbone che chiuse all’inizio del XX secolo. Il nostro governo regionale formulò un piano e portò qui un ente per supervisionare la chiusura della miniera e la sua riapertura in quanto campus con la speranza di attrarre nuove compagnie, nuovi business. Nel 2003 li convinsi a farmi venire qui e a tenere un laboratorio artistico dedicato alle nuove tecnologie e alle arti performative. Fin dall’inizio abbiamo avuto un grande interesse da parte di persone dall’Europa, ma anche dall’America Latina, dagli USA, dal Canada e da Hong Kong.

Vanessa Michelion: Solitamente al laboratorio prendono parte artisti provenienti da esperienze e discipline molto differenti. Come sono organizzate quotidianamente le attività?

Johannes Birringer: Ogni volta che iniziamo il laboratorio esploriamo il paesaggio e facciamo un sopralluogo nella miniera, mentre all’interno degli edifici il gruppo cerca di elaborare nuove idee circa possibili relazioni tra le arti visive, le arti performative e la nuova arte tecnologica.

Il ritmo dei lavori è interessante perché durante il giorno è fisico, esplorativo, sia individuale che collettivo. Alla sera proviamo con i media object che abbiamo raccolto e testiamo nuove possibilità per realizzare trasformazioni o ricomposizioni digitali e possiamo anche indagare come l’interattività può funzionare in modi interessanti per i performer o per il potenziale pubblico. Il processo è molto collettivo, insegniamo l’uno all’altro, è un workshop peer to peer, democratico e orizzontale, una forma di auto-apprendimento.

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Vanessa Michelion: Come si è trasformato l’Interaktionslabor durante gli anni?

Johannes Birringer: Quando è stato chiamato “Interaktionslabor”, l’intenzione era di attrarre nuove idee circa la programmazione interattiva e la progettazione di interfacce. Enfatizzava l’interazione tra forme d’arte tradizionali e nuove ma soprattutto si focalizzava su tre modalità principali della performance multimediale: il suono e la musica elettronica, il cinema, il video e la fotografia, così come i software interattivi e per la motion capture per creare interfacce.

La filosofia di fondo è rimasta la stessa ma la relazione con il passato industriale è cambiata: ora passiamo più tempo in studio, mentre nei primi anni passavamo più tempo fuori e poi in studio essenzialmente ricomponevamo le opere site-specific realizzate all’esterno.

Inoltre, le persone negli anni sono diventate più giovani e ora prendono parte al workshop molti studenti e giovani professionisti. Invece, quando iniziammo dieci anni fa, molti degli artisti che venivano erano della mia generazione, persone di trenta, quaranta o cinquant’anni, che avevano già un’esperienza sostanziale nella musica, nel cinema, nell’architettura, nelle arti performative e nelle software technologies.

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Vanessa Michelion: Attualmente stai lavorando a un manifesto sull’arte interattiva, basato anche sulle esperienze sviluppate nell’ambito del workshop nel corso degli anni. Puoi anticipare alcune idee?

Johannes Birringer: Il termine “interazione” significa due cose per me. Nella prima accezione, penso all’interazione tra persone e ambiente: ad esempio quando siamo qui siamo influenzati dall’ambiente ecologico, naturale che include gli edifici o le architetture industriali in decadenza.

Il secondo significato riguarda l’interattività computation-based: stiamo tentando di progettare interfacce tra performer umani, agenti umani e il software o un ambiente programmabile.

Mentre lavoravamo qui nei primi anni il direttore dell’agenzia, un ingegnere, veniva qui e ci osservava al lavoro. Spesso ci veniva chiesto che cosa fosse esattamente l’interattività, per cosa fosse adatta e che cosa facesse che non si potesse già fare in termini di composizione tradizionale nel teatro e nella performance multimediale. Quindi ci siamo posti questi interrogativi: “che cos’è innovativo nell’interactive design?” o “in che modo è efficace per generare nuove opportunità?”, “in che modo l’interattività è connessa ai processi real-time?” e “come possiamo formulare un manifesto filosofico che esprima molto chiaramente ciò che noi pensiamo possa essere l’interattività?”. Dal 2009 abbiamo tentato di scrivere questo manifesto, che è ancora incompleto perché non riusciamo a metterci d’accordo durante le conversazioni tenute tra colleghi, artisti e il mio team locale di volontari. Questo manifesto ormai ha centinaia di pagine e speriamo di finirlo e di pubblicarlo presto online.

Per me è abbastanza divertente, perché i manifesti erano solitamente scritti da artisti dell’avanguardia, come i surrealisti o i futuristi, mentre ormai ciò non è più così comune…

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Ricerca e produzione al DAP Lab

Vanessa Michelion: Da più di vent’anni operi nell’ambito delle performance interattive e multimediali. A quali idee stai lavorando al momento?

Johannes Birringer: Personalmente non credo più che l’interattività sia esteticamente importante. Penso sia stato un interesse temporaneo, nell’ambito del quale, grazie alle potenzialità computazionali, ci siamo avvicinati all’improvvisazione real-time e alle relazioni che potevamo stabilire per il pubblico, affinché potesse agire o essere coinvolto come in un video game, ma per me i videogiochi non sono così interessanti e sento anche che l’arte partecipativa è spesso molto limitante, controllata e restrittiva. Oggi sono molto scettico nei confronti dell’interattività e non la impiego molto nei miei lavori, solo in alcuni momenti di azione in real-time… Al momento sono interessato piuttosto a strutture compositive più estese, che coinvolgono media ibridi, molteplici e che in qualche modo enfatizzano anche il contenuto narrativo che posso condividere con il pubblico. Pertanto credo di stare ritornando a una narrazione interessante piuttosto che a giochi interessanti, un certo tipo di consapevolezza interattiva circa gli effetti, i risultati o i mutamenti visivi nel comportamento dell’ambiente, benché sia anche vero che il modo in cui il sistema influenza il comportamento è di grande interesse umanistico, psicologico e scientifico.

Se ci rapportiamo con le nuove tecnologie, credo sia importante non solo lavorare alla progettazione o alle interfacce interattive, ma anche interrogarsi sul perché e su come stiamo utilizzando queste tecnologie potenti, talvolta assai semplici in termini di funzioni di controllo o di relazioni causa-effetto, talvolta ancora misteriose.

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Vanessa Michelion: Con Michèle Danjoux stai studiando nuove possibilità per incorporare le wearable technologies nella performance. Su quali argomenti di ricerca vi state concentrando nello specifico?

Johannes Birringer: Nel Design and Performance Lab (DAP Lab) ci siamo specializzati in wearable technologies, tecnologie indossate sul corpo che possono essere utilizzate dai performer. Il Wearable Design si trova all’incrocio tra diverse discipline: la performance, la danza, la moda, il design e l’ingegneria informatica. Mi ci sono imbattuto per via della mia collaborazione con Michèle, che in origine è una fashion designer. Nella nostra ricerca siamo particolarmente interessati a costumi che incorporano piccoli sensori, accelerometri, sensori sensibili al tocco e alla flessione, che rispondono al movimento, sensori per il calore e la luce; stiamo anche lavorando con piccoli microfoni e speakers che possono emettere suono a partire dal corpo. Negli ultimi due anni Michèle ed io ci siamo interessati al suono dei costumi e alla sonorizzazione di wearable technologies, ma anche al modo in cui il suono influenza la coreografia o il comportamento del movimento, la dimensione tattile o intima di ciò che indossiamo.

Ciò che costruiamo viene solitamente testato nel laboratorio e poi portato in scena in una performance in cui creiamo un racconto intorno a un tema o a un’area d’interesse. Due anni fa abbiamo unito per la prima volta il DAP Lab con l’Interaktionslabor e Michèle ha sviluppato due speaker da polso, indossati da una danzatrice, Sosana Marcelino, su entrambi i polsi. Abbiamo poi chiesto a Sosana di creare un personaggio (usando la sua voce) per dialogare con i piccoli speaker connessi ai microcircuiti costruiti dall’ingegnere John Richards, che ha partecipato all’Interaktionslabor con la sua competenza in elettronica pura. John ha inventato anche una striscia di rame attaccata al pavimento, che permetteva al danzatore di usare I suoi piedi per generare suoni a basse frequenze.

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Vanessa Michelion: State progettando di mostrare I risultati della vostra attuale ricerca in una nuova produzione il prossimo anno. Potresti presentare i concetti principali della performance?

Johannes Birringer: La nostra attuale produzione, intitolata “for the time being”, riguarda una ricerca storica sulla prima parte dell’avanguardia russa, il costruttivismo russo e il tempo della rivoluzione nel 1917. Abbiamo trovato un’opera dell’inizio del XX secolo che fu rappresentata una sola volta a San Pietroburgo, intitolata Victory over the Sun, anch’essa una collaborazione tra diversi artisti assai interessanti, tra i quali Malevich e Khlebnikov. Inoltre, successivamente per i personaggi dell’opera furono sviluppati da El Lisstzky negli anni Venti alcuni affascinanti disegni astratti, che hanno ispirato Michèle e il nostro designer che si occupa di proiezioni grafiche, Cameron McKirdy.

Stiamo tentando di creare una nuova versione dell’opera, in cui la musica e il suono sono generati attraverso i costumi, a seconda del modo in cui le persone di muovono con i wearable e in relazione alle proiezioni grafiche cinetiche che stiamo sviluppando. Il suono però emerge dai costumi e dalle protesi del corpo. Siamo anche interessati al tema dell’energia: la seconda parte dell’opera danzata, dopo che il sole è stato catturato o eclissato, all’inizio sarà completamente al buio e vogliamo lavorare con pannelli solari e con la luce generata tramite energie rinnovabili, che saranno ancora una volta controllate dal movimento.


http://www.aliennationcompany.com/people/jobi.htm