In un testo del 1974 dal titolo Sentience and Behaviour[1], Robert Kirk proponeva un esperimento concettuale di un uomo di nome Dan che era diventato uno zombie. Questo zombie, lontano dall’immagine che abbiamo oggi di morto che cammina, consisteva «nell’essere un organismo indistinguibile da un normale essere umano in tutti gli aspetti anatomici, comportamentali e negli altri aspetti visibili, ma comunque insensibile.»[2] Per il momento useremo la definizione di sensibilità in quanto esperienza dei sensi e dei comportamenti associati.

Quindi, ritornando alla storia di Dan: questo signore che sembrava pienamente senziente, ha gradualmente mostrato delle incoerenze tra gli eventi e la loro abituale risposta sensoriale. Poteva farsi un brutto taglio, esprimere la sua sorpresa, ma ammette di non aver provato dolore. Annusava le rose e non era in grado di percepire il profumo giusto, e così via, finché un giorno non divenne completamente privo dei suoi sensi, mentre le sue azioni sembravano «accadere automaticamente, senza che se ne accorgesse o che potesse occuparsene»[3].

Sebbene per Kirk questo esperimento dello zombie sia servito a mettere in discussione il Materialismo e il problema mente-corpo, sembra interessante riutilizzarlo all’interno dell’apparato digitale. Chiediamoci quale sia il ruolo della sensibilità in relazione alla tecnologia. In breve, cosa succede quando i sensi degli individui vengono stimolati dalla tecnologia? Proseguiremo con la ricerca sulla memesi e ci concentreremo sulle piattaforme sociali piuttosto che sulla robotica o sulla realtà virtuale, in quanto la prima permette una maggiore gamma di input personali da parte dell’utente.

Quindi non sorprende dire che la tecnologia ha trasferito i nostri sensi sullo sfondo delle nostre esperienze digitali quotidiane; olfatto e gusto sono inutili, udito e tatto vengono usati solo come supporto della vista. Anche in questo caso, a causa della semplicità e della natura ripetitiva delle interfacce utente, il più delle volte fissiamo a vuoto le nostre app. L’immagine dello zombie digitale, assorbito dal suo telefono che sa a malapena stare in pubblico ed è quasi sempre salvato da un altro spettatore, è diventata una caricatura contemporanea della tecnologia; eppure la maggior parte di noi non ricorda le ultime tre cose a cui abbiamo reagito.

Ma questa insensibilità, o, se preferite, questa più che parziale sensibilità, non significa che siamo individui passivi. Continuiamo a cliccare, toccare, premere, scorrere, commentare, mettere like, condividere, mettere un upvote o un downvote (giudizio positivo o negativo), riscrivere, imparare, trasformare, alterare; in breve reagiamo ad alcune delle informazioni che passano attraverso i nostri feed giornalieri. Sì, siamo zombie, nel modo in cui la maggior parte dei nostri comportamenti su queste piattaforme digitali sembrano essere dettati dal nostro subconscio, ma queste azioni, in cambio, producono una memoria tangibile.

Ne abbiamo discusso brevemente prima di come i memi abbiano trovato la loro base nel disagio della vita e di come la comunità stia creando il proprio io-ideale, l’immagine ideale di sé, al di fuori del regno dell’intellettualizzazione[4]. Di conseguenza ogni membro sembra partecipare alla memesi attraverso azioni digitali da zombie, ma in realtà queste sono il risultato di una sensibilità legata alle convinzioni personali. Per esempio, se dovessimo presumere che uno zombie interagisca meccanicamente solo con la tecnologia, azioni quali il mettere un like, un commento o un downvote, contraddicono questo presupposto per il continuo rinnovamento del contenuto.  La routine non parte da quello che già sa, e ogni reazione è un’entità senziente cosciente. Quindi, che cosa sono questi spasmi di “umanità”? Per farla breve, una prova di singolare esistenza. E queste individualità, raccolte e classificate da un algoritmo, formano progressivamente l’essenza stessa della comunità.

La prossima cosa è capire ciò che trasforma l’insensibilità di uno zombie in sensibilità, come emerge questa singolare esistenza.  Abbiamo parlato di come i meme funzionino come un oggetto di transizione, come qualcosa che dissipa le frustrazioni. Ora sappiamo anche che la maggior parte delle nostre abitudini quotidiane sulle piattaforme digitali si creano a partire dalla dopamina che rilasciano[5].

I meme provocano la partecipazione come risposta a una dissonanza cognitiva. In parole povere, una dissonanza cognitiva si verifica quando due pensieri sono contrari l’uno all’altro e la nostra mente prova a rimuovere quello meno gradevole[6]. Ecco, la dissonanza scatena due tipi di azioni: una positiva come un like, un upvote o una condivisione, e una negativa come mettere un commento, un downvote, una segnalazione o un blocco. Come risposta positiva, i meme diventano un rimpiazzo alle cognizioni spiacevoli dell’utente o una conferma della veridicità delle proprie convinzioni. Passa quindi alla formazione di una definizione sociale di detta immagine attraverso la compilazione. Dall’altro lato, una reazione negativa produce una dissonanza, e la partecipazione si trasforma in un meccanismo di difesa mentale. Se ciò si ripete su scala collettiva, l’immagine viene reindirizzata verso un sottogruppo più consono, trattata come disturbo o bannata.

Alla fine, questa costruzione non è, come potevamo pensare, un processo a senso unico. Una volta che la sensibilità si trasforma in un pezzo della memoria collettiva, forma l’esperienza dei nuovi arrivati e di quelli con una dissonanza negativa. Per quanto il loro input continui a essere preso in considerazione attraverso le nuove interazioni della stessa immagine, la comunità diventa un riferimento affidabile per l’uso di immagini modello, controllando al tempo stesso il grado di trasformazione consentito. Questa fiducia è dovuta principalmente al fatto che ogni partecipante si impegna nel progetto su base volontaria, e quando diventa un fatto accettabile, quando emerge la ridondanza, la forma cade nell’oblio o, in termine di memi, muore.

La sensibilità, quando innescata completamente, diventa un blocco ideologico all’interno della comunità del meme e, al suo interno, è un modo per gli zombie digitali di tornare umani.


[1] Robert Kirk, “Sentience and Behaviour”, Mind Vol. 83, No. 329 (1974), pp. 43-60

[2] Ibid, p. 43

[3] Ibid, p. 48

[4] Pierre Chaumont, “Memesis: community and self-definition in the age of memes”, Digicult magazine,May , 2019

[5] Trevor Haynes, “Dopamine, Smartphones & You: A battle for your time”, Harvard University Blog, May 2018

[6] Daryl J. Bem, “Self-perception: an alternative interpretation of cognitive dissonance phenomena”, Psychological Review Vol.74,(1967), p.183