“Come mai le persone stanno perdendo fiducia nelle fonti d’informazione tradizionali? Quali sono le conseguenze dei social media e delle nuove piattaforme online che stanno diventando la fonte principale d’informazione e d’interpretazione di ciò che accade nel mondo?  Quali meccanismi stanno alla guida di queste risorse on line, come riescono ad essere manipolate e come sono collegate alle nuove strutture di potere esistenti nella nostra società?”

Queste domande urgenti circa l’era della post-verità affrontate dal fondatore dell’ Impakt Festival Arjon Dunnewind, risuonano nel teatro di Het Huis ad Utrecht (NL) e introducono il tema dell’Impakt Festival 2018. Le questioni descritte da Dunnewind vengono studiate ulteriormente dai curatori Luba Elliott (curatrice, ricercatrice e consulente, specializzata nelle applicazioni creative dell’intelligenza artificiale), Yasemin Keskintepe (curatrice e ricercatrice, si occupa della valutazione delle politiche e poetiche delle condizioni digitali) e Alex Anikina (artista, ricercatrice e regista, professoressa associata in Cinema e Produzione Multimediale) attraverso il ruolo che gli algoritmi giocano nella nostra società, un festival di 4 giorni con un programma che risulta pieno di presentazioni, comitati, proiezioni, tour e una mostra, intitolata ALGHORITHMIC SUPERSTRUCTURES (le sovrastrutture algoritmiche).

Il tema del festival è affrontato come metafora, spiegano i curatori, perché venga valutato criticamente dal pubblico, per provocare un dibattito combinando il maggior numero possibile di punti di vista, il modello IMPAKT del Festival è sempre riuscito con successo a restare lo stesso negli ultimi anni, riflettendo in maniera critica sulla cultura mediatica contemporanea.


“I lavori della mostra” secondo le parole del curatore Keskintepe, “fanno riferimento alle nuove forme politiche di governo e all’egemonia che stanno istituendo, opposta alle procedure e ai valori democratici. Nel mostrarci come le sovrastrutture algoritmiche stanno plasmando il nostro pensiero, la nostra percezione e il nostro sistema dei valori, ci parlano della necessità di responsabilità e di nuove forme di democrazia pubblica. L’esposizione si domanda come, in questo scenario, possiamo preservare la nostra legittimità democratica pur abbracciando gli sviluppi tecnologici e mantenendo l’integrità dei processi democratici.”

In lavori commissionati parzialmente nuovi, gli artisti selezionati esaminano la capacità di apprendimento della rete e dell’Intelligenza Artificiale (Constant Dullaart e Adam HarveyImagenet.xyz 2017, Coralie VogelaarDisegni Espressionisti ideati da An AI That Is Fed By Trolls 2018), progettano e immaginano modelli di rete futura (Paolo CirioGlobal Direct 2014 e Kyriaki GoniAegean Datahaven 2017), indagano criticamente o riflettono sulle dinamiche del potere della rete (Kara VithTwitter Getusertimeline [25073877] 2016, Donna VerheijdenD.A.T.A. Dock 2018, Chloe Galibert-Laine e Kevin B. LeeBottles Songs 2018) immaginano scenari futuristici (Egor Kraft, Pekka Tynkkynen, Alina Kvirkveliya, Karina GolubenkoAir kiss 2017/2018) o utilizzano l’IA per generare banche dati in una ricerca sulla speculazione finanziaria (Anna RidlerMosaic Virus 2018).

Spicca, in particolare, Imagenet.xyz di Constant Dullaart e Adam Harvey in cui Dullaart ha riqualificato reti di riconoscimento di immagini che comprendano artefatti europei, un progetto chiamato EuroNet. La questione principale di EuroNet, come spiegato sul sito Web, è capire se la diversità culturale dell’Europa possa essere rappresentata all’interno di un insieme di dati e se la rete ha la capacità di riconoscere quanto ritenuto europeo. Illustrando la capacità delle reti di mettere in luce i pregiudizi culturali, il lavoro mostra la comprensione dell’interpretazione dell’immagine meccanizzata dell’Europa nel 2017. (Fonte: http://imagenet.xyz/ – EuroNet è un lavoro commissionato dal Victoria and Albert Museum per la mostra 4017 Enacted ed è visitabile online).

Un’altra novità è rappresentata dall’Airkiss di Egor Kraft, Pekka Tynkkynen, Alina Kvirkveliya e Karina Golubenko, un’installazione video a quattro schermi, che offre uno sguardo verso un futuro speculativo in cui cittadini e intelligenza artificiale appartengono allo stesso sistema collettivista, rendendo Stato e governo societario obsoleti: una cosiddetta democrazia parametrica.


Nel momento in cui gli artisti si interesseranno attivamente ai digital network e agli algoritmi per riflettere sul nostro stato attuale e sui possibili scenari futuri, i presentatori e gli interventi principali esporranno una visione più esplicita della condizione digitale. Il festival ha preso il via con il principale speaker attivista Adam Greenfield, il quale raccomanda apertamente di prestare una maggiore attenzione e resistenza alle tecnologie radicali che controllano e trasformano la nostra vita quotidiana e che stanno ridefinendo ciò che significa essere umani. Secondo Greenfield, dobbiamo (ri)vendicare il nostro posto nel futuro.

Le tecnologie a cui bisogna prestare attenzione, secondo Greenfield, sono in un certo modo affrontate nel primo intervento del festival, Black Boxes for Fiction Makers, in cui gli artisti Mario Klingemann, Nicolas Maigret, Egor Kraft e Coralie Vogelaar hanno presentato le nuove forme di rappresentazione che l’apprendimento automatico può migliorare in rapporto al pigro cervello umano, riponendo le proprie speranze nelle macchine per mostrarci qualcosa di nuovo.

Nel successivo intervento, chiamato Algorithms and Financial Speculation, il ricercatore Inger Leemans, gli artisti della Demystification Committee e l’artista Anna Ridler (il cui lavoro, Mosaic Virus, è stato incluso nella mostra) discutono del trading ad alta frequenza, seguendo il suo sviluppo sin dai primi anni. Le discussioni che sono seguite hanno dato vita a una visione interessante secondo cui non si capiva se le opere di Ridler e del Demystification Commitee stessero criticando o facilitando queste speculazioni finanziarie e complessivamente l’intervento era un po’ carente di argomentazioni reali e interessanti sull’argomento.

La seconda relatrice Julia Kloiber, ricercatrice, designer e fondatrice del Prototype Fund, supporta chiaramente un ottimismo digitale, a favore di nuovi discorsi e visioni che potrebbero diventare profezie che si auto-avverano, opponendosi apertamente a Greenfield (secondo Kloiber infatti, la tecnologia non è affatto così mistica) e in seguito anche al primo relatore Evgeny Morozov.


Chi possiede lo spazio digitale? È questa la domanda su cui riflette l’intervento Augmented Cities: Data and Public Space (conferenze a cura di Judith Bihr, curatrice e ricercatrice, di Charlie Clemous, editor e podcaster, e di Albert Meijer, professore di Public Innovation), mostrando che la battaglia per scoprire e accaparrarsi strutture di potere nello spazio pubblico digitale sia già iniziata nel 2010, esibendo anche qualche esempio di vandalismo avvenuto in un contesto di realtà aumentata.

Evgeny Morozov è il primo relatore del terzo giorno di festival nonché scrittore celebre, ricercatore e critico digitale, ed è consapevole di lasciare gli ascoltatori in uno stato negativo persistente. Morozov si schiera con la visione di Greenfield portando attivamente l’attenzione ai veri moventi che stanno dietro al big data: figure come Tesla, IBM e Google. Morozov ha poi concluso il discorso senza arrivare alla nota positiva che aveva inizialmente promesso. Ma è questo il tipo di visione contrastante necessaria per poter affrontare certe questioni digitali.


Nell’intervento (Infra)structures of Trust la questione sulla sovranità del design computazionale che influenza diversi ambiti sociali è stata affrontata dallo sviluppatore Jaromil, dallo strategista Arnaud Castaignet e dall’artista, attivista e ricercatore Paolo Cirio. Quest’ultimo ha presentato la sua opera Global Direct (2014) che è stata esposta alla mostra del festival. Influenzato dai suoi progetti precedenti e dal fatto che non abbiamo affatto rappresentanza sulle decisioni che prendono le istituzioni, Cirio ha iniziato a pensare a una filosofia politica che potrebbe diventare una democrazia globale.

Secondo l’artista, Global Direct trasforma la globalizzazione e la tecnologia in un’opportunità: può essere vista come un partito o un movimento politico, ma in realtà si tratta di un’utopia che riguarda internet. Durante l’ultimo giorno del festival, ha preso la parola il collettivo di ricerca open source Bellingcat, rappresentato dal fondatore Eliot Higgins, mostrando il proprio servizio civile per indagare la verità (qualunque essa sia in questa era della post-verità) attraverso risorse online open source, mettendo in discussione la trasparenza e la responsabilità ma dimostrando anche come il giornalismo può adattarsi a queste nuove condizioni e come questo possa persino dimostrare il proprio contributo in alcuni casi giudiziari (su questo argomento si riflette molto anche nell’opera di Turner candidata al premio Forensic Architecture).

L’intervento di Daniel van der Velden di Metahaven, collettivo di design, di ricerca e di artisti, è stato programmato strategicamente in chiusura dell’evento. Attualmente il collettivo espone la mostra personale EARTH nello Stedelijk Museum Amsterdam. Mentre i precedenti relatori hanno espresso opinioni critiche a supporto o contro la tecnologia, Metahaven lavora proprio in questo ambito con il suo flusso di immagini associative e testi, non ha parlato delle dinamiche del potere digitale e delle sfide della post-verità ma è andato dritto al cuore delle opere alienanti, un flusso incosciente di internet, totalmente immerso nell’esperienza della condizione digitale stessa, la somma per mezzo di immagini di quanto precedentemente discusso senza alcun giudizio, o così sembra?

Per andare avanti è necessario che diventiamo tutti attivisti digitali, ambasciatori digitali, o, se siamo sicuri che sarà condannato al digitale, dobbiamo semplicemente osservare e accettare il nostro destino? C’è di più dietro alle preoccupanti idee di Greenfield & Morozov, possiamo oltrepassare quest’ingenuità apparente di Klober condividendo però la sua visione moderna? L’IMPAKT Festival si colloca esattamente in questo punto.

Il Festival non è semplicemente una presentazione di opere d’arte che vanno verso il digitale e di conferenze ma è inoltre la discussione e il movimento che crea tra le combinazioni di tutti i programmi, invitando attivamente diversi punti di vista, che siano negativi, provocatori o tradizionali. Nessuno dei relatori o degli artisti viene giudicato al Festival, ma nondimeno gli ospiti vengono scelti con attenzione e soprattutto l’aspettativa è che il pubblico faccia più che semplicemente ascoltare, infatti i visitatori sono spinti a pensare ed esprimere la propria opinione.

Dal momento che il Festival tornerà con una nuova edizione nel 2019 e riunirà alcuni pensatori critici ancora una volta e che IMPAKT quest’anno ha espanso il loro programma delle mostre, mi sento di dire che lo sviluppo del network politico non passerà inosservato. Non posso sapere cosa ci aspetta nel futuro digitale ma posso dire che:

Abbiamo bisogno di un maggiore Impakt.


https://impakt.nl/