MU - Eindhoven
11 / 05 / 2018 – 08 / 07 / 2018

Biotecnologie, intelligenza artificiale e Internet delle cose stanno dando forma al XXI secolo proprio mentre parliamo. L’informazione è tutto ciò che conta: chi la controlla, la possiede, la diffonde, la raccoglie, la usa, la vende o la crea? MU prende in esame i miti dell’informazione della nostra epoca (identità, privacy, libertà, verità) con due distinte mostre personali, come due universi paralleli di riflessione critica, degli artisti Zach Blase Heather Dewey-Hagborg.

In The Objectivist Drug Party, Zach Blas presenta la video installazione im here to learn so :)))))) realizzata in collaborazione con Jemima Wyman. I due artisti fanno rivivere Tay, il chatbot che Microsoft ha creato su Twitter, rimosso dalla piattaforma nel 2016 per essersi trasformato, dopo solo poche ore di interazione frenetica con gli utenti umani, in un neonazista omofobo e misogino.

Immerso in una psichedelia di dati, Tay si presenta sotto forma di avatar 3D, e riflette sul riconoscimento di modelli, sul potere dell’algoritmo e sulla volontà umana. “Ripeti dopo di me: io imparo da te ma sei un idiota anche tu!”. Nei panni di un’istruttrice di fitness, incoraggia le donne a tenersi in forma cantando in playback la hit dei Corona The Rhythm of the Night, in una violenta visione da incubo della sua vita immortale.

La violenza si profila anche nel corto Jubilee 2033, fulcro di Contra-Internet, celebre progetto di Blas co-prodotto dal MU e ora in mostra per la prima volta nei Paesi Bassi. Liberamente ispirato al film queer punk Jubilee di Derek Jarman’s, del 1978, Jubilee 2033 dà voce alla scrittrice Ayn Rand, eroina dei neoliberali e dei miliardari dell’industria tecnologica, interpretata dall’icona queer Susanne Sachsse.

Nel 1955 a New York, Rand legge brani dal suo libro “Atlas Shrugged” agli ammiratori Alan Greenspan e Joan Mitchell. Chiedendosi quale potrebbe essere l’impatto della scrittura di Rand, i tre assumono delle droghe che permettono loro di osservare il mondo nel 2033, quando Internet sarà finalmente scomparso e la Silicon Valley un campo di battaglia. Nel caos, il profeta della fine di internet Nootropix (interpretato dal visual artist transgender Cassils), danza sulle note di Con te partirò di Andrea Bocelli, mentre un liquido scuro zampilla da una fontana luminosa a forma di dildo.

Rand è morto nel 1982 ma la sua influenza è tuttora in crescita. Gli eroi odierni della tecnologia come Peter Thiel (PayPal, Palantir), Travis Kalanick (Uber), Kevin Systrom (Instagram), Elon Musk (Tesla, SpaceX) ed Evan Spiegel (Snapchat) si ispirano tutti alla sua difesa morale dell’individualismo radicale e del capitalismo del laissez faire. Benché siano tutti ampiamente consapevoli che le allettanti possibilità dell’innovazione tecnologica possono avere anche un lato negativo, i governi esitano a regolamentare il settore.

Dopo tutto, l’innovazione tecnologica offre a tutti gli Stati grandi vantaggi nel quadro dell’economia globale e di una corsa agli armamenti che dipende sempre più dalla sorveglianza, dagli algoritmi e dall’intelligenza artificiale. Gli universi dei due artisti si incontrano proprio qui: nella comune preoccupazione per l’uso crescente di informazioni personali e biometriche per fini commerciali e di sorveglianza, e per l’impatto enorme che questo ha sulle nostre vite.

La mostra di Heather Dewey-Hagborg, The Genomic Intimacy, presenta in anteprima mondiale l’opera T3511. Questa video installazione a quattro canali è realizzata in collaborazione con l’artista e regista Toshiaki Ozawa (che, tra gli altri, ha lavorato anche con Laurie Anderson al suo Heart of a Dog e con l’artista Matthew Barney), e racconta la storia di una biohacker che riceve della saliva da un donatore anonimo.

Dopo aver analizzato il DNA, la donna procede alla coltura di nuove cellule, prima nel suo laboratorio, in condizioni rigorosamente controllate, poi sul suo stesso corpo. In uno scambio sempre più intenso di messaggi privati con il donatore, confessa la sua ossessione. Essendo un’opera di fantasia, T3511riduce sapientemente in forma di dramma le attuali possibilità di ottenere informazioni dal sequenziamento genomico e il modo in cui queste informazioni diventano accessibili tramite biobanche e compagnie commerciali come AncestryDNA (ritrova un parente perso da tempo a soli $99!), che conservano i campioni del DNA di milioni di persone.

Quest’opera porta a interrogarsi su cosa significhi conoscere qualcuno di persona. Come se l’unico modo per avvicinarsi a un nostro simile fosse quello di sezionare la membrana cellulare e vedere quali segreti contiene. E allora cosa resta delle esperienze condivise, di una risposta alle nostre lettere, della consapevolezza che esistiamo?

L’installazione vicina, Probably Chelsea, è basata su informazioni prelevate da materiale genetico, ma sfata il mito della certezza del DNA alimentato da CSI/NCIS. Chelsea è Chelsea Manning, la spia statunitense che ha scontato sette anni in prigione per aver denunciato la tortura e l’omicidio di diversi civili da parte dell’esercito americano, durante le operazioni militari in Iraq e in Afghanistan. Dai tempi della sua condanna e del cambio di sesso, l’immagine di Chelsea è stata soffocata dal carcere finché Barack Obama, con uno degli ultimi atti in qualità di Presidente in carica, ha commutato la sua pena a 35 anni permettendole di essere rilasciata nel maggio del 2017.

Dewey-Hagborg ha realizzato trenta ritratti di Chelsea stampati in 3D, basati su alcuni campioni di DNA che lei le ha inviato dal carcere, per darle un volto – o meglio, una moltitudine di probabili volti. Mostrando l’ampiezza di interpretazioni a livello genetico, Probably Chelsea ci ricorda efficacemente quanto abbiamo in comune, dal mondo che abitiamo fino alle nostre stesse cellule.

Le due mostre al MU fanno emergere delle domande a cui è difficile dare una risposta. Ad esempio, cosa ci rende chi siamo ora e chi definisce la nostra identità? Come possiamo opporci ad un’industria che vale trilioni di dollari e che raccoglie e smercia i nostri dati? Come possiamo opporci a dei governi ansiosi di monitorare ogni singolo individuo per scovare (potenziali) criminali, terroristi o oppositori politici?

Se le aziende e gli Stati detengono il potere di elaborare dati e algoritmi per gestire le informazioni di miliardi di persone, e l’intelligenza artificiale è in grado di prevedere il nostro comportamento d’acquisto e una nostra ipotetica minaccia per la società, a noi cosa rimane? Possiamo chiedere quanto meno una regolamentazione, possiamo lasciare Facebook, e alcuni di noi, come Zach Blas e Heather Dewey-Hagborg, possono creare un’arte che ha dell’incredibile.


http://deweyhagborg.com/

http://www.zachblas.info/

www.mu.nl