È dal periodo immediatamente precedente le elezioni americane del 2016 che i temi di rappresentanza delle minoranze, intersezionalità e politiche identitarie sono diventati oggetto di discussione pubblica su uno spettro mediatico sempre più vasto. Di conseguenza, anche in termini di cultura online si è sentito parlare spesso di una scissione tra una sinistra più concentrata su identità razziale o di genere e un’altra più materialista, che considera invece la classe come la categoria più importante. Un esempio di questa discussione è il controverso Kill All Normies di Angela Nagle, che analizza il fenomeno dell’alt-right paragonandolo a una controparte di sinistra che definisce “liberalismo da Tumblr”, caratterizzato da vittimismo e isolazionismo. Oltre a questa contrapposizione, Nagle nota anche come l’impeto dell’alt-right derivi da un’appropriazione dell’estetica d’avanguardia un tempo caratteristica della controcultura di sinistra, di fatto dirottando il concetto di politica identitaria a proprio vantaggio.

Al di là di quello che si possa pensare del libro di Nagle, uno degli elementi più interessanti di questo dibattito è proprio la creazione di etichette per definire queste identità. Per esempio, la costruzione del nemico collettivo, definito come “social justice warrior” (o SJW), da parte dell’alt-right, è stato strategicamente molto efficace nell’inquadrare l’attivismo di sinistra come estremista e oppressivo nei confronti della libertà di parola; quanto alla sinistra, l’utilizzo dell’aggettivo “woke” – traducibile come “sveglio” ma usato prevalentemente per segnalare familiarità con concetti come intersezionalità, appropriazione culturale o generalmente temi relativi alla giustizia sociale – è stato spesso criticato e preso in giro per la sua connotazione modaiola e riduttiva.

È in questo contesto culturale che è nato il progetto #AltWoke, dagli sforzi di un collettivo eterogeneo chiamato ANON che comprende teorici, attivisti, artisti e anche sex workers. Principalmente il gruppo ha pubblicato un manifesto che riguarda le difficoltà memetiche della sinistra e propone un approccio “accelerazionista” alla guerriglia culturale contro l’alt-right. Il manifesto combina un gusto per questioni filosofiche complesse (macro-economia, automazione, intelligenza artificiale) con una forte enfasi sul potere della cultura pop, specialmente di stampo afroamericano. Impetuoso e a tratti contraddittorio – come tutti i manifesti – il testo di AltWoke e le hashtag coniate da ANON cercano di problematizzare i social media da sinistra, coniugando materialismo e identità insieme. La mia conversazione con ANON si è concentrata quindi su social media, etichette identitarie ed estetica.

Nicola Bozzi: Come è nato il progetto AltWoke? E chi siete voi generalmente, per quanto volete rivelare?

Anon: Il grosso catalizzatore del progetto sono state le elezioni del 2016. Tutto è nato dalla frustrazione per la situazione politica attuale: pensavamo che ci potesse essere un dialogo migliore. La sinistra non era riuscita ad adattarsi come aveva fatto la destra. La maggior parte di noi si è incontrata a scuola, quindi in realtà se ne parlava già più o meno dal 2012, ma il tutto si è concretizzato in qualcosa di coerente e aggregativo durante la campagna elettorale. La nostra università ha uno stampo molto teorico, quindi abbiamo usato quegli strumenti quando Trump è stato eletto.

Nicola Bozzi: Nick Srnicek dice che la sinistra è reattiva, e voi state creando una hashtag per reagire all’alt-right. È un modo per disinnescarla? Oppure ironia e contraddizione fanno parte del vostro metodo?

Anon: L’alt-right è una reazione al liberalismo, al capitale e ai fallimenti locali di quei progetti: la classe media in declino, la classe lavoratrice… Richard Spencer e Paul Guthrie hanno inventato il termine nel 2007 e Nick Land – un intellettuale spesso associato all’alt-right – ha pubblicato The Dark Enlightenment nel 2012, dopo i primi quattro anni dell’amministrazione Obama. È stato quello il loro “momento Trump”, è a quello che stanno reagendo. Come ti dicevamo, tanti di noi frequentavano questa università molto teorica e ai tempi anche molto attivista, ma non si rispecchiavano nel loro approccio a queste idee. C’è qualcosa di innegabilmente eccitante, energico e libidinale nella loro estetica. È sempre interessante e avvincente da osservare, ma adesso non è più una cosa che guardi e basta.

Nicola Bozzi: Teoria ed estetica sono molto importanti per voi. Come pensate si relazionino tra di loro al momento?

Anon: Vogliamo distaccarci da quello che chiamiamo “accelerazionismo con la A maiuscola” e avvicinarci a quello con la a minuscola, perché pensiamo che quello con la maiuscola sarà sempre troppo legato alla figura di Nick Land. A lui, come ha detto Reza Negarestani, bisogna riconoscere di essere stato capace di circondarsi sempre di gente giovane, di aver capito dove il pensiero tradizionale non riesce ad arrivare. La cosa più vicina a quell’aspetto energico, libidinale e attraente che aveva il marxismo era Slavoj Zizek, che comunque non regge il confronto con Nick Land. L’immaginario è la sua qualità, mentre la sinistra è noiosa. Se tornassimo al 1800 e leggessimo Marx probabilmente adesso suonerebbe come fantascienza, come strano. Probabilmente la maggior parte della gente che legge Nick Land non capisce nemmeno quello che dice.

Nicola Bozzi: Volevo farvi una domanda a proposito dell’intersezionalità. Nel manifesto scrivete: “Se pensate che l’intersezionalità sia una questione di numeri, il vostro approccio alle politiche identitarie è sbagliato”. Cosa intendete dire?

Anon: Ai tempi l’avevamo scritto perché vedevamo diversi filoni della sinistra che cercavano rappresentazioni letterali in TV e simili come obiettivi politici, e pensavano “ci siamo!”. Prima del manifesto, in giro per New York c’era questa campagna pubblicitaria di Calvin Klein, chiamata #InMyCalvins. C’erano un sacco di giovani Internet celebrities – trans, gente di colore, ecc. C’erano frasi come “I break binaries” e poi questa hashtag #InMyCalvins. Questo può servire ai ragazzini o alla gente che non ha nessun modello da ammirare in cui possano rispecchiarsi, ma dev’essere una cosa più profonda di così. Serve gente che sia esplicitamente anti-capitalista, non basta semplicemente avere delle persone lì.

La reazione a Black Panther è un altro esempio: da una parte ha stimolato un sacco di conversazioni – e sicuramente è un buon modo per avvicinarsi all’afropessimismo – ma al tempo stesso soddisfa quegli stessi media capitalisti e in gran parte razzisti che estraggono capitale dalle persone. Non a caso anche gli esponenti dell’alt-right apprezzano Black Panther, perché presenta gli africani con il proprio stato isolato. I nazionalisti bianchi supportano il film perché promuove quel tipo di monarchia tecnocratica e autoritaria e l’idea di separazione. La serie Dear White People invece è stata più efficace nel far indignare le persone in modo ragionevole – non è necessariamente meglio di Black Panther, ma è stata più efficace in termini di agitazione culturale. Ha creato più indignazione e discussione, mentre con Black Panther tutti sono d’accordo.

Nicola Bozzi: Visto che avete creato le hashtag #AltWoke e #BlackPopMatters, pensate che i social media siano il miglior campo di battaglia per introdurre questa nuova terminologia?

Anon: A proposito di tagging c’è quest’idea che la sinistra non sia capace di fare i meme, cosa che in gran parte è vera. Ma un’altra idea potrebbe essere: la destra sa usare le hashtag? La differenza tra un meme e una hashtag è che il meme cambia da persona a persona – questo simulacro, questa immagine degradata, la qualità del jpg che cambia col tempo e diventa irriconoscibile. Con la hashtag c’è un aspetto di longevità, c’è la comunicabilità della tassonomia, una cosa significativa come #metoo, per esempio. Un altro vantaggio è la tracciabilità – quanta gente è in dialogo con la tag, quanta gente la usa: si può quantificare. In un certo senso critichiamo questa cultura delle hashtag, ma contemporaneamente la usiamo e ne riconosciamo il potere memetico. Una hashtag è un meme grammaticale, può comunicare e collegare soggetti diversi. Ci serviva qualcosa da criticare… in un certo senso #AltWoke è una hashtag contro le hashtag. Perché noi odiamo i social media.

Nicola Bozzi: Ma come fate a essere accelerazionisti se odiate i social media? Non sono la cosa più accelerazionista che ci sia?

Anon: Non siamo d’accordo. Una cosa come Tumblr… tutto ciò che è basato sul visivo è un social media buono. Media come Twitter o Facebook sono decelazionisti perché ci sono regole, ma su Snapchat non ci sono regole per quanto ne sappiamo. Se non metti in streaming un omicidio non ti disturba nessuno – i sex workers per esempio usano la piattaforma per vivere. Instagram e Tumblr lo stesso. È accelerazionista nel senso che puoi promuovere cose molto rapidamente e ci sono poche restrizioni. Al contrario di Facebook, che è molto burocratico.

Nicola Bozzi: Ma ti dà la visibilità maggiore. Cosa pensate di Mastodon per esempio? Pensate che sia utile?

Anon: Sì, immagino ci sia il potenziale di essere più accelerazionista di queste piattaforme più grandi. Facebook è accelerazionista nel senso che ti intrappola in questo ciclo pavloviano – una volta che ci sei dentro non riesci a uscire, cambia proprio il tuo livello neurologico. Facebook è molto neo-reazionario. Con Instagram c’è accelerazionismo in un senso più positivo, perché almeno si sta interagendo con uno spazio fisico per contribuire al sito. Si può arrivare al punto in cui i social media diventano il tuo lavoro e sei tu che vieni pagato mentre facciamo tutti lavoro sui social media. Facebook è quello che odiamo di più, perché nello stesso modo in cui la globalità favorisce l’innovazione, Facebook favorisce la monotonia. Ti vedi riflesso e modifichi il tuo comportamento. Twitter è terribile, ma siamo ambivalenti nei suoi confronti perché dipende da che tipo di Twitter sei.

Nicola Bozzi: A proposito di Twitter, qual è il ruolo di #BlackPopMatters, è una specie di sotto-hashtag di #AltWoke?

Anon: Questa hashtag parte dall’idea di Kodwo Eshun che i neri siano soggetti alienati. C’è una relazione tra l’essere neri e la tecnologia: forme culturali come l’hip-hop si evolvono insieme alla tecnologia e all’economia – per esempio, il movimento è iniziato con una crisi energetica. C’erano tutti questi giradischi, aggeggi elettronici, macchine varie. Anche la house e la techno, nel Mid-West… si arriva a un punto in cui questi generi diventano molto tecnologici. L’hip-hop espande molto queste tecniche con cui artisti e compositori modernisti sperimentavano. Questi artisti sono stati un quadro di riferimento e sono stati ispirati da forme d’arte europee come fauvismo, Ezra Pound, Picasso col cubismo… Adesso la cultura globale è più o meno cultura nera.

Nicola Bozzi: La musica trap per esempio è molto connessa a internet e globalizzazione. Come la inquadrereste rispetto al discorso AltWoke?

Anon: Se dovessimo fare due esempi sarebbero The Message di Grandmaster Flash e I don’t like di Chief Keef. Un purista dell’hip-hop direbbe che non hanno niente in comune, ma sono entrambe reazioni a una crisi economica. Ai tempi c’era questa idea di ottimismo. Grandmaster Flash arriva dopo vent’anni di lotte per i diritti civili, la sua è una canzone triste ma c’è della speranza dentro. Anche Chief Keef reagisce alla crisi, e tutt’e due esprimono un’affettività simile: ma non ci sono più pretese, l’estetica morale è assente. Tutto l’hip-hop è un’immagine della società senza pretese, i rapper esprimono la fantasia del sogno americano e del capitalismo, proiettandolo addosso all’ascoltatore. I CEO amano l’hip-hop e il suo aspetto materialista e capitalista.

Nicola Bozzi: Usate quell’hashtag per protestare contro la mercificazione di certi elementi della cultura pop oppure provate a riportare l’attenzione sul fatto che sia cultura nera?

Anon: Mike Will esprime il concetto molto bene in un’intervista per Red Bull Music Academy dove parla di Rae Sremmurd e di come fosse stato attaccato per aver prodotto e aiutato Miley Cyrus. Disse che ci vedeva qualcosa di più grande: “Non ho mai visto il pop essere così ghetto e il ghetto essere così pop”. Parafrasandolo sembra volere che alcuni elementi di questa cultura entrino nello status quo, non vuole più che sia un’estetica periferica. C’è poi un altro aspetto: già da tempo nel gangsta rap – con la Bad Boy di Diddy e l’hip-hop del sud – c’è questo elemento fantastico. Prendi Master P, lo vedi con un carro armato placcato oro piazzato in un campo da basket… è una fantasia molto elaborata e surreale. C’è questo discorso viscerale secondo il quale il gangsta rap ha connotazioni più o meno definite a livello razziale, ma sta diventando sempre più fantastico.

Nicola Bozzi: Quindi in un certo senso siete a favore di questa proliferazione globale e siete ottimisti riguardo alla sua deterritorializzazione. Pensate sia ancora possibile mantenere la specificità di questo immaginario?

Anon: Dipende da chi è coinvolto, quali settori del mercato, perché i termini della questione cambiano. Perché i bianchi mantengano il controllo l’essere neri deve restare un’esperienza isolata, ma il concetto di bianco è stato ampliato col tempo, stringendosi sempre di più attorno al nero. E questo probabilmente causa una specie di implosione, in un certo senso. I bianchi hanno rivendicato sempre più gruppi all’interno della propria categoria in modo da mantenere il potere – che in un certo senso è un atto suicida, perché la categoria ha bisogno di concedere spazio alle altre categorie per restare in cima, ma allo stesso tempo si cannibalizza e si perde. Anche gente con origini culturali miste rivendica uno stato su base etnica ormai, i suprematisti bianchi parlano sempre dell’Asia e dell’essere anti-nero, ma non capiscono quanto si stiano aprendo a persone diverse. È un etno-nazionalismo amorfo – non è una categoria che ha molto senso, l’unica cosa che la rende solida è l’essere anti-nero.

Nicola Bozzi: E per quanto riguarda il discorso di genere?

Anon: Vogliamo espandere e integrare la nostra analisi di genere in futuro, ma è complicato. Non che la questione razziale sia più semplice, ma è più chiaro quando hai un contrasto più netto. Si tratta di polarizzazione comunque, anche riguardo al genere si parla sempre di atomizzazione e creazione di un soggetto, che è stato il risultato della creazione della classe consumatrice. Il genere e l’essere neri hanno anche una relazione con la tecnologia. L’autodeterminazione è simile all’esplorazione di queste potenzialità virtuali del genere, della tua soggettività, oltre i confini materiali del tuo corpo.

Nicola Bozzi: Nel manifesto AltWoke nominate figure che spaziano da David Harvey a Holly Herndon. Avete pensato di coinvolgerli?

Anon: È una cosa che vale la pena esplorare. Alcuni ci hanno contattato, alcuni sono stati esitanti, altri ci hanno supportato – tipo Holly Herndon. Su Twitter comunichiamo con un sacco di gente. Una cosa interessante è che questa donna di nome Katie Halper ha iniziato a usare il termine, ma l’ha fatto in modo scorretto e senza sapere chi l’avesse creato – lei usava #altwoke per demonizzare i democratici mainstream. Il termine è uscito anche sul Financial Times. In questo caso è una specie di vettore non intenzionale… Pensiamo ci sia un certo livello di longevità in una tag che un meme non possiede. Diventa una specie di telefono senza fili.

Nicola Bozzi: Quindi in sostanza lei ha avuto la stessa idea, ma per lei voleva dire una cosa diversa da quello che vorreste fosse l’uso del termine?

Anon: Sì. Ha smesso di usarlo, ma la gente continua a utilizzarlo in quel senso. È anche positivo, perché anche per noi la questione è aperta, più di come lo usano loro. Lo associano esclusivamente ai democratici liberali, ma l’hashtag è messa arbitrariamente – li stanno descrivendo come #altwoke, oppure stanno contribuendo alla nostra critica? Questo tipo di ambiguità aiuta anche noi. Ci piace che anche altra gente usi il termine.

Nicola Bozzi: In definitiva volete mantenere un certo livello di controllo su AltWoke? Come vi relazionate a identità collettive come Anonymous, per esempio?

Anon: Senza dubbio. Anche all’interno del collettivo non tutti andiamo d’accordo su tutto. Non ci sono leader, ma in casi come LulzSec e Project Chanology… quando tutto è così disperso e decentralizzato ti apri anche a infiltrazioni del governo e della polizia. A un certo punto non sai più con chi parli, quindi un certo privilegio curatoriale serve anche per prevenire una cosa del genere. Se qualcuno si mettesse a parlare di buttare giù una torre, per esempio, ci troveremmo coinvolti contro la nostra volontà. Questi politici fascisti che sono sempre più popolari, come Trump, non esiterebbero ad aprire il fuoco sui dimostranti. È la prima volta che vediamo così tanta violenza, quindi un approccio insurrezionale non è saggio. Non sai chi attrai, è facile che qualcuno si infiltri. In questo senso è utile imparare dallo spionaggio industriale, capire come operano e che strategie di sorveglianza hanno. C’è un certo livello di forza politica che è sostenibile.


https://tripleampersand.org/alt-woke-manifesto/