L’etichetta come forma di stigma sociale è da tempo un concetto cardine nelle teorie sulla costruzione dell’identità. I social media fanno la loro parte in questo e offrono l’opportunità di manifestare problemi complessi e degni di essere discussi. L’artista Simon Boas lavora su concetti come responsabilità, consenso e privacy da diversi anni, a volte toccando anche il tema dello stereotipo. Le sue opere fanno infatti riflettere su quanto la definizione dell’identità sia un affare collettivo e come etichette vaghe o troppo strette finiscano per intrappolare gli individui singoli. Con i social media, il momento in cui siamo “catturati” è sempre identificato e registrato ed è lì che l’artista può intervenire. Insieme all’artista e art director Kris Blackmore, sotto il nome collettivo di MidGray, Boas ha creato un generatore di definizioni di “terrorista”, un progetto artistico sul voyeurismo delle foto segnaletiche (e come si riflette anche nel mondo dell’arte) e un’articolata ricerca sul consenso sessuale nella cultura maschile americana rappresentata nei profili di online dating. Come artista ed ex-giornalista, Boas sente la responsabilità di contribuire a queste conversazioni, ma pensa che anche le piattaforme debbano essere chiamate a rispondere. Abbiamo parlato di come gli artisti possono usare tecniche di marketing per il bene comune.

Nicola Bozzi: Nel progetto Voyeuroboros hai stampato diversi volantini con le facce di tutti gli utenti Facebook che hanno fatto “mi piace” a una determinata pagina dedicata alla condivisione di foto segnaletiche, poi hai registrato via webcam tutti i visitatori della mostra che portavano via uno di quei volantini. Da dove è partita l’idea, e cosa volevi dimostrare?

Simon Boas: Ci sono un sacco di siti che ospitano foto segnaletiche, e si tratta di un fenomeno decisamente americano, quantomeno rispetto all’Europa occidentale. Quando vieni arrestato, anche se non ti condannano, ti fanno una foto e (per quello che so) questa appare brevemente in un database pubblico, anche se poi la fai rimuovere. C’è gente che programma dei bot, raccoglie questi dati, li ricarica sul proprio sito e ci mette intorno dei banner pubblicitari. Spesso estorcono soldi alla gente per far rimuovere le loro foto, ma a volte non lo fanno. In alcuni stati sta diventando illegale, ma è un processo lento. Da tempo seguo Paolo Cirio e ho visto una sua lezione su estetica ed etica dell’informazione, in particolare riguardo al suo progetto Obscurity. Prende tutte le foto da questi siti – così si può vedere chi è, perché è sempre una foto – ma toglie tutti i nomi. Insomma, crea una specie di rumore bianco attorno a queste immagini, ma è un rumore sempre simile e ti trovi a chiederti: “Cosa sto guardando?” Dal progetto poi è partito tutto un movimento sul diritto a essere rimossi e dimenticati. A me interessava molto il tema, ma volevo fare qualcosa che avesse più conseguenze – mi occupo di anonimato online e mi interessava il fatto che se non rimane niente di collegato a quello che dici, non ci sono ripercussioni per quello che fai su internet. Insomma, Voyeuroboros è un modo di sperimentare, senza fare poi molto, ma provando a vedere dove sta il limite. Un sacco di gente non capisce che se ti arrestano non sei necessariamente un criminale, quindi ho provato a emulare questo processo di “etichettamento” per la gente sulla pagina Facebook, riflettendo tutto il processo.

Nicola Bozzi: Mi piace che più o meno state materializzando una specie di responsabilità dell’attenzione, il ciclo del voyeurismo. Cosa avete notato di interessante rispetto alla gente che avete “catturato”?

Simon Boas: La prima volta che abbiamo mostrato l’opera abbiamo notato che ci sono diversi livelli: il database della polizia, il sito di foto segnaletiche, Facebook e alla fine la galleria. La galleria comprende un gruppo di persone molto specifico, di classe media o medio-alta, quelli su Facebook sembrano appartenere a una classe socio-economicamente un po’ più bassa, mentre gli arrestati sono un livello sotto. Quindi l’opera è un commento su questa pratica disgustosa, ma anche su come proviamo a separarci da essa dicendo “guarda che schifo” mentre anche noi partecipiamo a cose disgustose. Insomma, bisogna pensare a come queste cose sono collegate e funzionano come un sistema. È un progetto al quale vorrei lavorare di più. Ma visto che probabilmente quando fai cose del genere stai violando l’API di Facebook, poi ti tocca riscrivere il codice ogni volta.

Nicola Bozzi: Questo ci porta a Yes in Disguise, il vostro lavoro su OkCupid. Avete raccolto informazioni pubbliche su tutti gli utenti che hanno risposto a una serie di domande problematiche in modo misogino – per esempio “Ci sono situazioni in cui una donna è obbligata a fare sesso con te?” o “È vero che ‘no’ significa sempre ‘no’?” – e le avete stampate come una serie di carte collezionabili da mostrare in galleria. Come si è sviluppato?

Simon Boas: Le carte funzionano in modo simile a quelle di Voyeuroboros, c’è una categorizzazione anche lì. Avevo una lista di domande e se l’utente aveva risposto ad almeno cinque di loro nel modo che avevamo deciso, allora salvavamo tutto il profilo come testo e facevamo la carta. C’era una specie di coefficiente di misoginia, doveva arrivare a 5. È veramente facilissimo da fare. Ho imparato a utilizzare Python solo per quello, ho trovato del codice su GitHub e ho messo insieme un algoritmo. Adesso la piattaforma ha cambiato tutto il sistema e la gente non può più scriverti direttamente se non fai “mi piace” sul loro profilo, quindi ho dovuto riscrivere il codice da zero. Prima seguivano l’esca e ti scrivevano loro, e poi io gli facevo un background check. Adesso devi approvarli prima, quindi ho fatto un bot che fa “mi piace” a tutti, che è un po’ più aggressivo.

Nicola Bozzi: Con Voyeuroboros creavi questa classe di voyeur definita da un gesto, il contatto con il criminale. In questo caso è una cosa più sottile, ma in pratica usi questi cinque punti per definire questa figura del “misogino da OKCupid”. Cosa pensi di questo uso parziale dei dati, vi siete posti qualche domanda mentre preparavate il questionario, o avete deliberatamente escluso delle informazioni?

Simon Boas: È stata una decisione cosciente. In molti casi non è giusto nei confronti delle persone coinvolte. In tutti questi progetti. Per quanto riguarda il fatto di concentrarsi su individui che hanno detto cose misogine, in California molta gente ci passa su. In Europa è stato un po’ diverso, la gente ci diceva “È chiaro che state violando la privacy di queste persone.” Negli Stati Uniti siamo più abituati perché c’è un approccio molto più neoliberista alla privacy. Soprattutto considerando che abbiamo lavorato su persone che dicono cose orribili sulle donne, o gente che ride delle sfortune altrui, la gente ce l’ha fatto passare. Non è che sia perfettamente a mio agio con questa cosa, ma continuo a farlo perché è una cosa interessante che vale la pena esplorare.

Nel progetto su OKCupid, la parte con le carte, c’erano persone che raggiungevano il coefficiente e io mi andavo a leggere tutto il profilo e poi tiravo fuori una frase che andava sulla carta. L’opera parla anche di come si può rappresentare una persona secondo i suoi aspetti più negativi. Ci sono persone che non rientrano nella definizione di misogino, ma magari hanno semplicemente delle opinioni molto retrograde. E di questo bisogna parlare. La misoginia non è una cosa sola, è dentro di noi ed è un problema culturale. Sbagliamo a non parlarne al momento giusto, specialmente con gli uomini giovani. Solo perché non sei uno stupratore o non picchi nessuno o non dici quelle cose orribili non significa che non stai esercitando la misoginia. È come con la definizione del criminale: anche se critichi una cosa stai comunque contribuendo alla attention economy, la stai promuovendo e stai facendo vedere quella foto in giro. È anche un riflesso delle norme di gestione dati di queste compagnie – questo è un software, ci sforziamo di migliorare, ci stiamo lavorando, lo mettiamo a posto se qualcosa non va… ma alla fine non lo fanno mai.

Nicola Bozzi: E poi c’è questo approccio un po’ “tutto o niente”, puoi tenerti i dati o ce li dai tutti. Anche le domande di OKCupid, le risposte sono ridotte a “sì” o “no”.

Simon Boas: Le domande di OkCupid non sono fatte molto bene. La domanda “’No’ è sempre ‘no’?”, per esempio, ha solo una variante che dice “sempre” e tre che dicono “non sempre”. Chiunque l’abbia scritto magari pensa che sia un riflesso della cultura, ma sta anche contribuendo a creare il mondo. Perché non fare tre versioni che dicono “sempre”, con più sfumature? La distribuzione di quelle quattro risposte è interessante.

Nicola Bozzi: Come artista, quale pensi sia la tua responsabilità, rispetto a un utente o a qualcuno che offre un servizio?

Simon Boas: Buona domanda. Penso che chi offre il servizio abbia il potere in questo caso, rispondono a certe cose e influenzano la cultura e il mondo, potrebbero farlo molto meglio. Che io sappia non è mai successo che qualcuna delle persone la cui immagine ho catturato sia rimasta danneggiata in qualche modo. È stato in parte intenzionale, sono abbastanza certo che quella gente non venga alla nostra mostra, per esempio. Secondo me ne dovremmo parlare tutti, ed è per questo che ci siamo spostati un po’ dal progetto delle carte – da Yes in Disguise a No in Disguise, che è la nuova fase della nostra ricerca. In questa abbiamo usato un sacco del codice di prima, ma invece di avere cinque domande ne ho usate solo due, “no vuol dire no” e “ci sono situazioni in cui qualcuno deve fare sesso con te”, siccome sono le più dirette. Ma invece di scaricare i dati l’algoritmo ci dava degli username di gente con cui parlare. Per ragioni personali Kris è abbastanza preparata a parlare di questo argomento e così faceva la parte di questa donna fittizia online. È anche più preparata per quanto riguarda il fattore etico, quindi non è che attaccasse la gente, ma gli chiedeva “Perché la pensi così?”

Nicola Bozzi: Quindi nella seconda versione era lei ad attaccare discorso?

Simon Boas: Sì, diceva “Posso parlarti un attimo, perché la pensi così?” e la gente rispondeva per esempio “Non puoi costringere nessuno, ma se sei sposato per esempio hai automaticamente il permesso”. Vengono fuori un sacco di problemi, ma scopri di più anche sulle sfumature, non c’è mai una risposta che dice “no è sempre no” e tre che dicono “non sempre”. Al contrario che nel progetto con le carte, abbiamo mantenuto anonimi tutti i partecipanti. L’idea è che c’è molto più di quelle persone lì dentro. Il punto non sono tanto i singoli, dire “questo la pensa così”, è che c’è tutta una parte della cultura maschile americana che la pensa così. Ecco perché il progetto è presentato come una video installazione dove un collage di facce maschili con tratti randomizzati legge degli estratti dalle chat che Kris ha fatto con questo nuovo gruppo di intervistati anonimi. Rispetto alla prima fase, dove portavamo la gente allo scoperto, la seconda si concentra sull’usare gli stessi strumenti per avere una conversazione più ampia. Una persona ci ha detto: “Non so perché ho risposto così, non lo penso affatto, adesso lo cambio, scusa.” È interessante anche quello. Capisci che è un quiz alla fine, ci sono centinaia di domande. Le quattro persone che abbiamo incluso nella versione attuale (e ne vogliamo mettere molte di più) hanno tutte parlato approfonditamente sul tema. Alcuni hanno resistito un po’, dicendo che non se la sentivano, ma poi hanno scritto il giorno dopo. Le conversazioni sono state più efficaci del previsto.

Nicola Bozzi: Sapevano che alla fine sarebbero stati inclusi in questo progetto, o pensavano ancora di stare parlando con qualcuno che magari avrebbero incontrato di persona?

Simon Boas: No, non lo sapevano. Altri artisti hanno lavorato in modo simile, Angela Washko ha parlato di femminismo su World of Warcraft, per esempio. Diceva che la gente è più incline a parlare di queste cose se sono nell’anonimato. Ma io penso che l’anonimato ti fa comunque recitare un ruolo, non significa necessariamente essere del tutto onesti. Non credo sia una rappresentazione veritiera, mostra un lato di te che appare quando pensi nessuno ti possa vedere, ma siamo quasi sempre osservati, quindi uno non è più valido dell’altro. La gente scompare continuamente dalle chat quando fa online dating, ci sono aspettative diverse. Non penso che le nostre conversazioni sarebbe avvenute altrimenti. Ad Amsterdam stavo lavorando con dei sociologi a un altro progetto sul dating online e parlavamo proprio dell’etica, chiedendoci se dovessimo rendere il profilo che usavamo esplicitamente un profilo di ricerca. Non penso che la gente parlerebbe con Kris o con me se l’avessimo fatto in quel modo, non ci sarebbe stato nessun incentivo per loro.

 

Nicola Bozzi: Quale pensi sia il comune denominatore tra le vostre opere?

Simon Boas: Alla fine si tratta sempre di un evento o un punteggio che ti cattura, e poi diventa una questione di identità online e dei suoi fallimenti, di come ci affidiamo alla tecnologia per farci rappresentare. Che nel migliore dei casi è problematico, nel peggiore diventa pericoloso. Il progetto sulla definizione del terrorista, per esempio, è un altro work in progress. Non c’è bisogno di persone esterne, non rubiamo i dati, è più un modo di sovvertire e giocare con la definizione. Crescendo negli anni di Bush alcuni nostri amici hanno dovuto andare in tribunale perché l’FBI se la prendeva con gli attivisti per i diritti degli animali, oltre che con il terrorismo. Il progetto parla anche del cosiddetto “Muslim ban” e della xenofobia, ovviamente. C’erano tutte queste definizioni diverse di terrorista, quindi ne abbiamo prese un po’ per crearne una un po’ assurda, che chiaramente non significa più niente.

Nicola Bozzi: Pensi che chi fa media art o lavori coi media in generale abbia una responsabilità in termini educativi?

Simon Boas: Sì. Harvey Weinstein e #metoo sono state le due cose che hanno aiutato a portare il discorso delle violenze sessuali nel mainstream. All’interno del discorso sulla privacy, l’intenzione è quella di usare tutti gli strumenti che abbiamo creato per quell’applicazione e usarli per scopi per i quali non erano stati programmati. Il lavoro mio e di Kris è più o meno quello, usare tecniche pubblicitarie per provare a farci qualcosa di buono per la società. Kris lavora in pubblicità, io facevo giornalismo online, e la nostra giornata era incentrata sul creare contenuti a basso costo, ma con abbastanza appeal da poterci mettere intorno della pubblicità. Come facciamo, quindi, a usare queste tattiche sviluppate da compagnie gigantesche e a farci qualcosa che sia quantomeno positivo per gli altri? Il principio guida è quello: riprogrammare questi strumenti per aprire delle conversazioni. Per esempio, adesso stiamo facendo un gioco di carte per aiutare la gente a parlare di consenso, una cosa che si può dare ad altra gente così che possano iniziare per conto loro.