I social media sono particolarmente efficaci nel manifestare il legame tra etichette, stereotipi ed estetica – sempre che visualizzazioni e mi piace siano sufficienti a raggiungere la soglia di visibilità minima. Il lavoro di Marguerite Kalhor parte da formati di successo per esplorare la dimensione performativa dell’esperienza online, che spesso è dominata da ansia e aspettative. In questo modo l’artista ha affrontato il selfie, il beauty tutorial, la food review e le recensioni di videogiochi, partecipando in modo apparentemente riluttante a un processo di stereotipizzazione collettiva. È però tutto parte della sua poetica: il cibo lo assaggia senza esprimere emozioni, mentre i tutorial di bellezza che ha mandato live su Facebook sono più astratti che pratici. Rispetto ad altri artisti, Kalhor si appoggia meno a una strategia di branding coerente e più a ritmo, presenza e intimità. La sua attività trasformista sarà quindi marginale all’interno dei propri network mediatici e culturali di riferimento, ma è critica proprio per questo – nel senso che spinge le narrazioni stereotipate in vicoli ciechi, mettendo in scena un fallimento dopo l’altro, in opposizione alla logica dell’attenzione quantificata da social network. Abbiamo parlato della sua relazione con i social media e della loro estetica.

Nicola Bozzi: Hai iniziato a usare i social come artista o come utente?

Marguerite Kalhor: Per prima cosa ho studiato come funzionavano le varie piattaforme e quali formati fossero più popolari. Penso che l’approccio a Instagram e YouTube sia stato facilitato dalla disponibilità di software per fare immagini e video – quando YouTube era appena stato lanciato avere una webcam non era ancora così automatico e non c’erano tanti programmi di video editing che costassero poco.

Nicola Bozzi: Hai iniziato con le food review. Alcuni video sembrano improvvisati, altri più studiati: da cosa dipende?

Marguerite Kalhor: Avevo solo tre regole. Uno: dovevo provare qualcosa che non avessi mai mangiato prima; due: i video dovevano essere sotto i due minuti; tre: dovevo dire la prima cosa che mi veniva in mente. Insomma, c’era la pressione del timer e brancolavo un po’ nel buio.

Nicola Bozzi: Come mai le recensioni del cibo?

Marguerite Kalhor: Su YouTube c’era uno che faceva questo tipo di video, Eric Dyer. È molto imbarazzate, quando mi sono imbattuta nei suoi video è diventato una fonte di ispirazione. Ma ci sono triliardi di cose così. Ero interessata al fatto che non c’è davvero un modo di descrivere un sapore, specialmente in un video, e comunque tutti hanno le papille gustative diverse. Insomma, mi sembrava una cosa senza senso, esiste solo per intrattenere la gente.

Nicola Bozzi: Nei tuoi video invece sembra quasi che tu voglia respingere l’attenzione. È giusta la mia impressione?

Marguerite Kalhor: Quei personaggi sembrano parodie di quelli che si vedono in TV, io volevo mostrare altri modi di diffondere informazione. Insomma, non bisogna essere per forza un maniaco sovraeccitato.

Nicola Bozzi: Hai provato a fare del branding tradizionale da YouTube, usando tag o commentando su altri video? Oppure hai pubblicato per poi aspettare che venissero loro da te?

Marguerite Kalhor: Ho aspettato che arrivassero loro. Ho taggato i video “food” e “food review” e qualsiasi prodotto stessi recensendo, quindi alcuni canali di review hanno iniziato a seguirmi e commentarmi, ognuno con il suo piccolo brand. È la stessa cosa se fai arte su Instagram o se commenti sulla pagina di un museo, i bot ti seguono per qualche giorno e poi ti unfollowano se non li segui anche tu. Quelli che commentano sempre con un’emoji a caso… È assurdo, non li capisco.

Nicola Bozzi: Hai mai pensato di attirare l’attenzione dei brand in modo più diretto?

Marguerite Kalhor: Penso che lo farei magari dal canale con le review, piuttosto che da una pagina associata proprio al mio nome. In ogni caso probabilmente sono inondati da richieste di attenzione di quel tipo, quindi può darsi che il messaggio si perda e basta. Un amico conosce una persona che scrive copy per Pringles, e visto che cercano sempre nuovi modi di fare promozione gli ha mandato un link ai miei video. Ma non è successo niente.

Nicola Bozzi: Mi sembra che attacchi sistematicamente questi formati prestabiliti – la review, il selfie, eccetera. Ci sono dei motivi dietro a questa scelta?

Marguerite Kalhor: La mia serie Post-media Role-play, quella con i collage grandi, sono tutte foto di me che avevo scattato in tre giorni diversi. Erano state tutte fatte separatamente, poi con Processing ho creato un generatore di frasi molto rozze e una volta che ho avuto quelle ho scelto alcune immagini con licenza pubblica e le ho modificate con Photoshop e Illustrator. Il messaggio era tipo “Guarda tutti questi mondi fantastici che si possono costruire a partire da un selfie!” Penso che il tema generale fosse proprio che non c’è niente di vero in un selfie, è comunque un’immagine assolutamente costruita. Io ho semplicemente esagerato quell’aspetto.

Nicola Bozzi: Mi piace il beauty tutorial dove ti copri la faccia con una maschera chroma key, mi ricorda un po’ alcuni pattern che ho visto online, pensati per contrastare gli algoritmi di facial recognition. Li hai condivisi sui social media? E come mai non parli durante i tutorial?

Marguerite Kalhor: Li ho condivisi live su Facebook. I beauty tutorial ti insegnano come usare il trucco, ma secondo me non esiste un solo modo per farlo, e quindi i miei video sono una specie di versione astratta di quei tutorial. Ci sono un sacco di teorie sul selfie come una cosa femminile e sullo sguardo maschile, ma la donna che si fa il selfie rimane sempre al centro. Il silenzio è perché l’immagine è silenziosa – ma magari volevo semplicemente evitare di includere il ronzio del mio computer.

Nicola Bozzi: Che mi dici invece del progetto con i selfie che hai chiamato #konzeptkunst? Come mai quella tag, e come mai le foto sono girate di 90 gradi?

Marguerite Kalhor: Il primo post, quello sul mio sito, dice “una foto come questa ogni giorno lavorativo”. Avevo appena iniziato il master a Santa Cruz e pensavo di fare ricerca sul selfie. Ho scelto la tag #konceptkunst perché non c’erano tanti post taggati così e volevo provare a usare tag in altre lingue. L’angolo a 90 gradi è dovuto alla fotocamera con cui ho fatto le foto, visto che non ho usato il telefono. Li potevi collegare via bluetooth e ogni volta che facevo le foto in portrait mode sul telefono uscivano così.

Nicola Bozzi: Una specie di glitch quindi? Ha a che fare con il concetto di scartare i selfie rispetto a tenerli così come sono?

Marguerite Kalhor: Penso che all’inizio ne facessi una decina per poi scegliere il migliore, ma poi li ho ridotti a tre.

Nicola Bozzi: Quanto eri disposta a condividere della tua vita reale? E quanto volevi che il lavoro fosse costruito?

Marguerite Kalhor: Volevo che l’account Instagram fosse abbastanza spontaneo, i post sembrano abbastanza casuali. Tutto quello che non riguarda la mia faccia è semplicemente roba che trovo interessante – clip-art, foto di spazzatura… Ma poi ho un po’ smesso perché il livello di cura che la gente mette nel gestire la propria immagine su Instagram mi deprimeva abbastanza. È per quello che ho abbandonato quel progetto e ho smesso di fare selfie appena ho finito il master, era più un peso che altro. Volevo fare qualcosa di diverso, ricominciare a dipingere. È importante.

Nicola Bozzi: Condividi i tuoi quadri sui social network?

Marguerite Kalhor: No, senti un sacco di storiacce su artisti che postano il proprio lavoro online e poi i grossi brand glielo rubano, nessuno vince mai quel tipo di cause. Ma alla fine ti serve per avere visibilità, quindi è un po’ uno schifo.

Nicola Bozzi: E il progetto Blazeit?

Marguerite Kalhor: Quello è un progetto su Snapchat. Li mandavo solo a una cerchia ristretta di persone, ce li mandavamo a vicenda. La cosa interessante lì è che per avere lo sticker “4:20” devi per forza essere online in quel momento specifico, quindi dovevamo per forza interrompere qualsiasi cosa stessimo facendo per mandare lo snap.

Nicola Bozzi: Questo è molto interessante in termini di presenza e performance. Anche il fatto di mantenere il tutto per un pubblico privato. Quanto al contenuto dei collage, c’è qualche significato particolare?

Marguerite Kalhor: Alcuni amici nel mio giro sono straight-edge, quindi prendono molto in giro questa cultura californiana dell’erba. Ma è anche un po’ come la cosa delle review, mi piace provare ad andare avanti con un tema all’interno di queste piccole costrizioni. Snapchat ha fatto un sacco di update per arrivare ad avere tutte queste funzionalità, puoi cercare e attaccare un sacco di cose sulle tue foto ormai. È difficile starci dietro onestamente, non lo faccio da un po’.

Nicola Bozzi: Mi interessa questo in relazione al discorso sugli stereotipi, che mi sembra essere un tema ricorrente nel tuo lavoro. Anche il fatto che partecipi in queste cose, ma sembra che tu lo faccia di malavoglia. Come lo spiegheresti?

Marguerite Kalhor: Penso che sia un’attitudine che proietto sulla performance. Ovviamente quelle cose le voglio fare, ma credo di essere un po’ riluttante. E ci sono dei buoni motivi, visto che penso ci siano un sacco di persone che usano i social pensando “vabbè, a ‘sto punto lo faccio anche io…” Non saprei, ma non mi piace più usarli, mi fa un po’ ridere questa cosa.

Nicola Bozzi: Quindi diciamo che stai manifestando la riluttanza che altri nascondono. E in effetti anche gli stereotipi sono riduttivi, ma la gente li usa lo stesso. Pensi che i social media incoraggino a comportarci tutti un po’ nello stesso modo?

Marguerite Kalhor: Certo. Quando c’è un evento mediatico è come se ci fosse uno script invisibile che la gente legge prima di postare o dire la sua online. Sono tempi strani. Penso di aver smesso con i social media (questa è la mia opinione) perché quando eravamo piccoli guardavamo la TV spazzatura, ma adesso tutti parlano di questi show che si guardano online. Hanno tutti lo stesso investimento emotivo negli eventi mediatici, come gli omicidi, e se ce n’è uno la gente non parla d’altro, anche offline. Queste cose ci affascinavano anche prima di avere gli show di Netflix sui serial killer, ma i social media sono un po’ come i tabloid e penso sia una cosa sfigatissima.

Nicola Bozzi: Insomma c’è questa reazione istantanea sui social media. Mi interessa il tuo approccio perché concedi solo il minimo di interazione possibile – il video breve, la performance live, lo sticker di Snapchat… C’è un messaggio in particolare che vuoi dare?

Marguerite Kalhor: Penso sia più un invito a stare un po’ attenti. Tutti hanno una tolleranza diversa per cose diverse, ma personalmente essere sempre online mi rendeva troppo ansiosa. La paura di perdersi qualcosa non va proprio via, ma non ho bisogno di stare a seguire tutto perché qualcuno che me ne parla c’è sempre. Anche se non voglio, le news mi raggiungono sempre.

Nicola Bozzi: Ho letto che i social media possono avere effetti negativi sulla salute mentale, ma più su chi li usa passivamente rispetto a chi posta. Che ne pensi?

Marguerite Kalhor: Beh, dipende dalla salute mentale e dall’età della gente che analizzi. Penso che la gente che usava MySpace ai tempi probabilmente è abbastanza cinica a riguardo adesso, avranno famiglia e tutto. Sarebbe interessante capire di chi parla la ricerca. È bello ricevere notifiche, ma c’è anche un sacco di roba in quegli algoritmi che ti fa apparire più o meno spesso nei feed degli altri, quindi la gente che posta poco o magari non riceve nessun like dovrebbe ricordarsene. Magari li fa sentire meglio.

Nicola Bozzi: Qual è la tua relazione con il branding nelle serie di cui abbiamo parlato?

Marguerite Kalhor: Vedo quei lavori più in termini di performance, un modo mio di usare il corpo digitale come medium – stiracchiarlo in tanti modi diversi e incorporarlo in tante piattaforme diverse, su stampa e video. È stato divertente perché si possono fare un sacco di cose con la faccia.

Nicola Bozzi: L’idea di corpo e presenza sono molto importanti per te quindi?

Marguerite Kalhor: Sì.

Nicola Bozzi: Che mi dici del progetto Trollies?

Marguerite Kalhor: Per quello ho preso tutti i selfie che mi ero fatta e che non avevo postato. Li volevo usare in qualche modo, quindi ho usato un po’ di finto gergo teorico e ci ho messo sotto il nome di una persona famosa. Pensavo a delle cose stupide che magari direbbe un filosofo – ma non vogliono dire niente, stavo usando il linguaggio e basta, e poi ci mettevo la persona più improbabile che mi venisse in mente come fonte. Li ho fatti tutti nell’arco di 24 ore, in un periodo in cui non dormivo. È stato un modo di combattere la mia sindrome dell’impostore accademica.

Nicola Bozzi: Sono abbastanza dark. Li hai condivisi su qualche network?

Marguerite Kalhor: Li ho postati su Facebook, ma non li ha capiti nessuno.

Nicola Bozzi: Mi piace il fatto che Facebook è un po’ la piattaforma prescelta per le crisi.

Marguerite Kalhor: Anche Twitter funziona bene.

 

Nicola Bozzi: È vero, ma con Facebook è sempre gente che conosci, su Twitter è più gente tipo Kanye West.

Marguerite Kalhor: Lui è in crisi sicuramente! Qualche giorno fa guardavo su Twitter e un sacco di gente cinica stava provando a essere un po’ più sincera. Che è una figata. Twitter è figo perché finché non minacci la gente nessuno ti blocca, quindi puoi seguire tutte queste conversazioni assurde tra un anarchico, un socialista e uno dell’alt-right, e tutti si rispondono e fa troppo ridere. E tu puoi stare lì a guardare.

Nicola Bozzi: Internet ha anche questa cosa che distrugge la comunicazione non verbale…

Marguerite Kalhor: Ti dà un falso senso di sicurezza, ma poi rimane tutto lì. Insomma, non ci voglio tornare.

Nicola Bozzi: Quindi basta progetti online?

Marguerite Kalhor: In realtà ho questo account che si chiama GamerBabe. Ho fatto solo un video, ma mi piacerebbe farne di più perché ci sono un sacco di giochi su cui mi piacerebbe inventare delle teorie cospirative. L’ho postato su Reddit e la gente non aveva capito che fosse satira, pensavano fosse tutto vero.

Nicola Bozzi: Che reazioni hai avuto?

Marguerite Kalhor: Mi hanno detto che sono una scema e non capisco niente. Ma l’idea era quella di criticare i “game bros”, mi piacerebbe continuare con quello. Penso di essere rimasta un po’ esaurita dopo il master, volevo fare cose diverse oltre a questa roba su internet. A tutti serve un break ogni tanto, specialmente se non ci fai soldi.

Nicola Bozzi: Cosa vorresti fare in futuro, pensi ci sia qualche elemento che magari può essere utilizzato per criticare questa cultura che stai descrivendo?

Marguerite Kalhor: Penso che dovrei ricominciare dall’inizio. Senza disattivare tutto, ma ricominciare. Magari pianificando meglio i post, tornare dentro a scoprire cosa sta facendo la gente e trovare modi di commentare su cosa succede adesso. Sarebbe interessante anche provare a migliorare la qualità delle immagini e dei video. Essere un po’ più padrona del tutto, insomma.

Nicola Bozzi: Anche dal punto di vista della condivisione o mantenendo la stessa intimità?

Marguerite Kalhor: Ho un paio di account segreti. Magari diventare più anonima, ma con l’intento di condividere informazioni super costruire.

Nicola Bozzi: Più tattica, insomma?

Marguerite Kalhor: Sì.