Una serie su tagging e stereotipi online non può che iniziare con un account Instagram. La piattaforma è senza dubbio la più influente a livello di estetica, e ha creato una serie di formati, meme e modelli tutti suoi. @catonacci_official non è senz’altro il più famoso degli artisti su Instagram, ma proprio per questo rappresenta un ottimo esempio di come si può iniziare un progetto artistico da zero, per arrivare poi a racimolare un discreto seguito a dispetto dell’ipercompetitività propria della piattaforma. Jacopo Calonaci è un illustratore con il DNA da troll, e questo alter ego non era inizialmente che un passatempo: nella prima bio si autodescriveva come un ex modello Marlboro diventato cat sitter per ripagare una costosa educazione artistica, ma, da sporadiche foto insieme a gatti svogliati, @catonacci_official si è evoluto in manipolazioni digitali sempre più avanzate. Lo scherzo è quindi diventato una vera e propria estetica dai toni un po’ alla South Park, che combina l’appropriazione del gatto come icona click-bait per eccellenza con un’infaticabile attività di tagging, la quale ha poi dato i suoi frutti in termini di following. Ormai divenuto una piccola micro-celebrity, il sinistro cat sitter rappresenta un vettore critico che si fa strada nel più attuale dei social media: contemporaneamente detrattore e praticante delle logiche di celebrità e superficialità dettate dal regime estetico di Instagram, Calonaci è un esempio perfetto di approccio tattico dal basso. Abbiamo parlato delle motivazioni dietro al suo personaggio, cultura Instagram e tecniche di tagging.

Nicola Bozzi: Mi interessa il tuo progetto perché c’è un personaggio, un’identità, e un approccio tattico all’uso delle tag. Come mai hai scelto Instagram?

Jacopo Calonaci: Io sono abbastanza nuovo, l’iPhone ce l’ho da un anno e mezzo. Mi sono rifiutato per tanti anni, quindi è anche un modo di divertirsi con questo nuovo giocattolo. La mia fidanzata è di Hong Kong e mi ha fatto conoscere Snow, che è lo Snapchat sudcoreano. Quando l’ho incontrata aveva 4 mila followers, ma conosce anche tanta gente con 100 mila – che magari nella vita quotidiana sono miserabili, perché questa immagine non combacia con quella che hanno online. È un collage fittizio dello stato di una persona: ci sono i filtri apposta per fare le foto al cibo, le app per far risaltare la crosta, il luccichio… Hanno passato mezz’ora tra quello e il selfie col cornetto, ma magari come compagnia e come gioia che hanno attribuito a quel pranzo hanno fatto schifo, magari hanno trattato male il cameriere… C’è questo narcisismo che porta con sé questa gioia di vivere fittizia, è un modo di competere con l’esistenza. Magari c’è chi sta male e va a usare questo Instagram come un Prozac, che è quello che sto cercando di fare anche io: questo caps lock con WHY IS LIFE SO GENIUS, COULD THE LORD PLEASE… ho notato che mi fa stare un po’ bene. Effettivamente, why is life so genius? Perchè in realtà life è genius. Quindi insomma, un po’ aiuta.

Nicola Bozzi: Mi piace molto quest’idea del modello Marlboro, quest’immagine del maschio in declino che hai un po’ abbandonato a un certo punto…

Jacopo Calonaci: Esatto, ora è in fase di test, è cambiato. Ora è tutto lettere maiuscole, è diventato anche una terapia: why oh why is life so fucking genius. E quindi diciamo che c’è questo pazzoide esaltato dall’esistenza. Come dicevi te, giustamente, ex modello Marlboro in declino. Prima era sul cavallo a farsi fare le foto mentre fumava alla John Wayne e adesso gli tocca portare cibo per gatti in giro per le strade di Amsterdam.

Nicola Bozzi: Mi piace per il contrasto, alla fine la gente su Instagram trasmette sempre quest’idea di una vita sempre al top. Ma tu se non sbaglio avevi iniziato con un altro account, uno di disegni, no?

Jacopo Calonaci: In quell’account c’erano i miei disegni ed ero molto più stitico chiaramente, perché erano i miei disegni e non usavo gli hashtag perché mi facevano schifo. Magari mi piacevano due foto di qualcun altro e basta. Adesso con questo sistema vai su #catsofinstagram e fai mi piace a tutto, e in questa maniera prendi un botto di followers, perché così vengono anche loro a cliccare il like. È uno scambio, la gente spesso non le guarda nemmeno. Penso ci sia anche chi li compra, è pieno di bots. E quindi è interessante perché io in realtà ho voluto mettere l’enfasi sullo student debt, per una cosa personale – perché il mio sogno è che arrivi qualcuno che mi aiuti a pagare questo maledetto debt che mi sono costruito dai 18 ai 21 anni, quando ero abbastanza arrogante da pensare di essere già un pittore.

 

Nicola Bozzi: Che tipo di reazione hai ottenuto con questo nuovo personaggio?

Jacopo Calonaci: Ci fu quella ragazza del Pakistan che mi ha intervistato. Mi aveva preso sul serio e io avevo detto “I look forward to working with Pakistan”. La maggior parte della gente pensava l’avessi fatto con un article generator. Non è uscito niente da quell’articolo, speravo di essere invitato come ambasciatore dei gatti per poi magari trovarmi in una situazione difficile, ma niente. C’è anche gente a cui ho detto che sto studiando scuola veterinaria, che ogni tanto su Tinder funziona per pagare il conto a metà, ma se poi vi rivedete la menzogna viene fuori. Ci sono un sacco di persone che vanno avanti così, tutte queste fashion blogger le cui bio sono “travelling, I love coffee…” con l’emoji della tazza. Oppure “I’m a coffee addict”. Poi c’è lei che salta sulla spiaggia, che guarda l’orizzonte, che ha in mano un bambino africano…. Tinder può diventare anche molto deprimente.

Nicola Bozzi: Dicevi che sei interessato a degli sponsor, ma ti interessano anche istituzioni artistiche? Avevi già fatto lavori su Internet, giusto?

Jacopo Calonaci: Sì, su Cosmos Carl, che è una piattaforma online di artisti della Rietveld. Il punto è come fare successo con una storia fittizia. Perché io gatti non ne ho.

Nicola Bozzi: Quindi non sei mai stato un cat sitter?

Jacopo Calonaci: Ma è questo il bello. Magari è anche la storia simile alla fashion blogger che si fa le foto davanti alla scritta iAmsterdam o alla Tour Eiffel, ma magari tutto il giorno litiga col ragazzo perché la foto è venuta male.

 

Nicola Bozzi: Hai mai considerato altri personaggi, tipo impiegato di call center? Il cat sitter è sicuramente un lavoro precario, un po’ da studente… È un aspetto che volevi evidenziare o è solo perché attira click?

Jacopo Calonaci: È un po’ tutti e due, perché è pieno di account di foto di dannati gatti, gente che scrive sotto “give me food human”, eccetera. Da un lato c’è quello e dall’altro il fatto di essere comunque precario. Avevo creato anche un account su Pawshake, che è una piattaforma per fare il cat sitter, ma mi hanno bloccato perché c’erano troppe foto con gli occhiali da sole e le sigarette. Ma ce ne sono altri. In realtà il cat sitter l’avrei fatto, anche per avere più varietà di gatti. Ma poi ci vuole un fotografo, perché i gatti difficilmente stanno fermi. In ogni caso siamo a più di 10 mila follower, la maggior parte dei quali sono account di maledetti gatti con cinque foto con l’animale indispettito che non si voleva fare la foto. Basta che gli metti mi piace su tutte e diventano follower, è molto facile come sistema. Il gatto funziona, ma magari funziona così anche con altre cose, tipo il fashion. C’è anche il bulk following e unfollowing, ma quello diventa snervante. Ormai mi sono rovinato l’algoritmo di Instagram, il feed è pieno di gatti. Anche se ho quei 200 amici con contenuti interessanti, ho cliccato così tanto che Instagram mi dà solo quello.

Nicola Bozzi: Come crei le tue immagini, tecnicamente? Usi app, filtri?

Jacopo Calonaci: È tutto Photoshop. Avevo iniziato coi selfie, ma era difficile. Un po’ mi aiuta la mia fidanzata, un po’ Amsterdam è perfetta per i gatti, si fanno toccare… se vai nel Jordaan sono sempre lì che gironzolano. A Firenze, a Barcellona… lì non si fanno toccare, hanno tutti le cispe negli occhi, si incazzano. Non so cosa gli facciamo… qui sono tutti che fanno le fusa appena ti vedono.

Nicola Bozzi: Quindi hai le immagini sul computer e le copi sul telefono.

Jacopo Calonaci: Quella è l’unica. Spesso sono fotomontaggi dove la foto originale chiaramente era un’altra. Ogni tanto qualcuno usa i filtri di Instagram che fanno schifo, perché spesso sono brutte foto. Però c’è chi ha tutte le app che generano gli hashtag. Io no, però so chi le usa.

Nicola Bozzi: Come funzionano?

Jacopo Calonaci: Penso che uno si è fatto le foto del pranzo, scrive “pizza” o “happymoments” e ti genera tutti gli hashtag relativi a quello che vuoi spingere, a dove vuoi immetterti. C’è chi fa uso sempre di #likeforlike, che poi magari non è vero ma semplicemente serve ad avere like gratis.

Nicola Bozzi: E tu che tag usi? #followforfollow?

Jacopo Calonaci: Quelle non le uso, uso solo quelle dei gatti. Anche solo il tag #cat, c’è una nuova foto ogni due secondi. Tu fai like, like, like e poi vengono da te a fare like, like e magari anche il follow. Se usi #esotericdrawing magari ci sono migliaia di foto ma sono state fatte tre ore fa, tre giorni fa… vanno nel dimenticatoio. Con i gatti non devi dare il follow come #followforfollow, è meglio mantenere i following bassi.

Nicola Bozzi: Hai mai provato a lanciare delle tag tue? O le usi solo per scopo promozionale?

Jacopo Calonaci: Tendenzialmente no, però sarebbe bello avere un tag come #lifeisgenius.

Nicola Bozzi: Quindi diciamo che le immagini sono l’elemento creativo principale, non i tag.

Jacopo Calonaci: Sì, sono un extra che trovo indispensabile per avere gente che viene a vedere me, ma anche per accedere io direttamente a quei tag, per avere quel tipo di follower. Ho provato a usare altri hashtag per raggiungere altri tipi di follower, perché la maggior parte sono casalinghe con il gatto. Magari avere anche follower di qualità. Iniziavo a mettere le foto con le sigarette anche per vedere se riuscivo a perdere follower, magari trattando anche un po’ male il gatto… magari gli spiaccichi un po’ la testa e scrivi “gli sto facendo uno scalp massage…” ma loro cliccano lo stesso, anche alla cieca.

Nicola Bozzi: Hai provato a scioccarli, insomma…

Jacopo Calonaci: Sì, una sorta di kamikaze, pensando “magari mi bannano…” ma invece tanti hanno capito il gioco dietro all’account.

Nicola Bozzi: E il feedback fuori dal circuito delle gattare?

Jacopo Calonaci: Direi molto positivo. Incontro la gente che conoscevo e non mi vede da un po’ che pensa che faccio davvero il cat sitter. C’è chi invece commenta solo. Mi sembra che ti avevo mandato lo screenshot del mio primo death threat, da parte di un turco-tedesco. Mi scrisse: “animal abuser you bastard, just wait i will kill you”. È serio, è una persona vera. Abita a Colonia, o una cosa del genere. Il mio primo hater ufficiale. Ha detto “just wait”, e io aspetto… Certo, essere sgozzato per questo sarebbe un peccato, perché non potrei più essere vivo, ma immagina quanti follower

Nicola Bozzi: E in termini negativi, a parte le minacce di morte?

Jacopo Calonaci: Il feedback più negativo è l’unfollow, c’è anche un’app esterna per capire chi ti unfollowa e succede anche da chi non ti aspetti, anche amici… Vedi chi ti non ti segue più, poi clicchi su “unfollow everybody”. Se tu mi diminuisci il numero io devo diminuire il tuo, anche se la tua pagina mi piace. È una pugnalata alle spalle.

Nicola Bozzi: Ci sono altre piattaforme che vorresti esplorare?

Jacopo Calonaci: Instagram è la piattaforma giusta per fare questo tipo di hijacking mediatico, è un museo online che rimane lì ed è accessibile con uno schiocco di dita. Avevo fatto delle robe su Facebook: annunci immobiliari, appelli a Mark Zuckerberg… L’unica cosa da fare è quella, continuare con il mio account e iniziare un vero e proprio attacco kamikaze contro Mark Zuckerberg. Perché voglio venir via da Facebook, lo usiamo solo per gli eventi ormai… Ha comprato tutte le cose buone, ma la sua cosa originale l’ha buttata via. Su Instagram uno può buttarsi dove vuole… ci sono anche i generatori di commenti, tante persone che mettono “wow beautiful” e basta. Siamo arrivati all’idiozia minimalista. È la nuova televisione, uno si può anche rincoglionire. Quando facevo like, like, like… passano due ore, come quando uno faceva zapping una volta.

Nicola Bozzi: Il tuo è un progetto prettamente satirico o sei davvero in cerca di sponsor?

Jacopo Calonaci: Da un lato è reale, per capire quanti follower riesco a raggiungere, perché in meno di due anni ne ho ottenuti più di 10 mila. Mi chiedo se avessi iniziato quattro anni fa… Diciamo che l’obiettivo è arrivare almeno a 100 mila, magari dopo se l’economia va meglio uno se li compra anche. Comunque se hai più followers funziona meglio, la gente ti segue più facilmente, diventa esponenziale. A volte lavorando in hotel ci arrivano queste email di fashion blogger che dicono “Ho 25 mila follower su Instagram in Ucraina e Russia, posso stare gratis un paio di notti in cambio di visibilità?” È anche quella l’idea, farsi sponsorizzare da Whiskas o Marlboro. È chiaro che a un certo punto farò qualche gesto kamizaze – nel senso che magari inizio a trattare male i gatti, li prendo per la coda, li strangolo, non gli do da mangiare, li butto nell’acqua… per vedere se questi follower prestano attenzione o cliccano solo perché ci sono i gatti.

Nicola Bozzi: Altri progetti?

Jacopo Calonaci: Mi piacerebbe aprire un account di lifestyle dove mangio banane e faccio flessioni, mettendo citazioni di Alan Watts insieme ai miei selfie sudati da dopo-palestra.