Questo saggio introduce una serie di interviste che usciranno su Digicult nelle prossime settimane. Le ho raccolte nell’ambito del mio dottorato all’Università di Salford, a Manchester, con lo scopo di esplorare vari approcci critici alla costruzione dell’identità online. La premessa della mia ricerca è infatti che la categorizzazione è diventata una parte fondamentale di come organizziamo il nostro essere connessi, e che nel praticarla rinforziamo stereotipi e squilibri in modo non soltanto riduttivo, ma anche creativo.

Mi interesso insomma alla natura ambigua dello stereotipo e a come social media e comunità digitali siano definite da avatar culturali contraddittori come il “Gangster”, il “Nomade” e il “Troll”. Le interviste che seguiranno non riguarderanno queste figure in modo specifico, ma sono incentrate su modelli, formati, parole chiave e algoritmi attraverso i quali l’identità culturale viene trattata come una costellazione di meta-dati.

Anche se è questo il comune denominatore tra i miei intervistati, le tattiche che vengono fuori dalle nostre conversazioni sono molto varie: trollate su Instagram, approcci performativi al machine learning, appropriazione del marketing come strumento di attivismo sociale, hashtag nuove contro hashtag vecchie.

Lo scopo di questi confronti è provare a capire se è possibile resistere a polarizzazione culturale e “stereotipizzazione” in ambienti digitali che hanno profiling e categorizzazione come base strutturale della propria architettura.

Aldilà del successo che hanno avuto nei rispettivi contesti, questi episodici atti di resistenza offrono infatti una conoscenza localizzata dalla quale possiamo imparare. Il loro atteggiamento giocoso e sovversivo nei confronti del tagging (inteso nel senso più largo possibile) è quindi la base per un glossario di tattiche che, se va bene, possono essere un punto di partenza per resistenze future. Prima di approfondire queste tattiche e la loro estetica, però, è necessaria un’introduzione teorica.

Il sociale e l’estetico

 La convergenza di estetico e sociale non è mai stata così evidente come nell’era dei social media. La convergenza di per sé non è niente di nuovo, anzi: la progressiva “estetizzazione” dell’esperienza quotidiana viene discussa e teorizzata da un bel po’ – dal Dada al situazionismo, dalle tattiche del quotidiano di Michel De Certeau all’arte relazionale di Nicholas Bourriaud.

De Certeau e Bourriaud sono particolarmente utili per interpretare il contemporaneo: venendo dal sociale e andando verso l’estetico, il primo vede la pratica del quotidiano come “un’arte dei deboli”, un astuto utilizzo del tempo che evade le logiche del regime produttivo, dall’artistico verso il sociale; il secondo suggerisce che l’arte può aiutare a immaginare nuovi modelli sociali, senza le ambizioni macro-utopiche su larga scala tipiche del modernismo.

Entrambi hanno ispirato nuovi concetti e critiche, tra cui la nozione di tactical media (definita prima da David Garcia e Geert Lovink e poi ripresa da Rita Raley) e lo scetticismo di Claire Bishop riguardo alla possibilità di vero antagonismo all’interno dello spazio espositivo (in risposta all’estetica relazionale).

Leggendo Inferni Artificiali di Bishop è facile intuirne le implicazioni riguardo ai social media, anche se l’autrice li nomina solo di sfuggita. Bishop spiega come il ruolo dell’arte contemporanea sia cambiato nel Regno Unito (e nelle società neoliberali in generale) e come le politiche di Thatcher e New Labour abbiano mantenuto creatività e inclusione all’interno della ferma morsa del capitalismo cognitivo globalizzato, mettendo di fatto sulle spalle di arte pubblica e partecipativa la responsabilità di uno stato sociale in declino.

Una delle conseguenze è la ri-brandizzazione dell’arte partecipativa come educativa e, quindi, la sua depoliticizzazione a livello di contenuto (sia per un’ovvia questione di fondi, ma anche per un rifiuto programmatico di qualsiasi gerarchia estetica come anti-democratica).

La relazione tra pubblico, estetica e politica è cruciale per la Bishop. All’idea di una società estetizzata, spettacolarizzata e dematerializzata in cui l’arte viene riassorbita nei rapporti sociali, comune all’estetica relazionale e ad altre forme di arte partecipativa, Bishop preferisce quella di Jacques Rancière, secondo cui l’estetica è piuttosto un piano autonomo – non tanto in termini di opera d’arte come oggetto prodotto in determinate condizioni, ma in termini di esperienza del pubblico. Parte dell’obiettivo dichiarato del libro della Bishop (e il motivo per il suo riferimento al filosofo francese) è proprio la riabilitazione dell’estetico, termine spesso associato alla depoliticizzazione dell’arte in nome del mercato.

Questo comporta un’idea precisa della relazione tra estetica e politica: l’indecidibilità dell’esperienza estetica implica una messa in dubbio dell’organizzazione del mondo, e di conseguenza anche la possibilità di un cambiamento o di una “redistribuzione del sensibile” (la famosa formula di Rancière).

La contraddizione produttiva riguardo alla relazione tra arte e cambiamento sociale sta quindi nel paradosso dell’autonomia e dell’inscindibilità dalla promessa di un mondo migliore: l’estetico, in altre parole, non ha bisogno di essere sacrificato sull’altare del cambiamento proprio perché contiene già una pulsione verso di esso. L’opera d’arte, come oggetto intermedio tra il sociale e l’estetico, può essere quindi giudicato come estetico senza rinunciare alle proprie connotazioni politiche. Insomma, ogni giudizio estetico è già di per sé politico.

Estetica dei social media: ambiguità e politica dell’identità

 La “contraddizione produttiva” di cui sopra è ancora più evidente sui social media. In termini di politica e cambiamento su larga scala, è ormai evidente che le piattaforme proprietarie che ospitano le nostre imprese creative e campagne di attivismo hanno ancora pieno controllo materiale, nonostante la retorica di emancipazione dell’utente che domina la partecipazione online.

Quanto all’estetica, l’entusiasmo di un decennio fa riguardo all’infoviz è stato complicato dall’arrivo di fake news, bot, intelligenza artificiale, guerre di meme varie, e in generale l’ambivalenza che secondo Whitney Phillips e Ryan Milner (tra i più conosciuti studiosi del fenomeno trolling e autori di The Ambivalent Internet) riguarda la comunicazione digitale.

Discutere la produzione collettiva in rete secondo parametri estetici non è cosa nuova: Vito Campanelli scriveva di “web aesthetics” già prima del 2010, mentre Olga Goriunova definiva comunità online anche a tema non artistico come “art platforms”. In The Interface Effect Alexander Galloway evidenzia proprio il contrasto tra infoviz e un’estetica più politica, discutendo proprio il problema della non rappresentabilità: con l’aumentare dell’efficienza algoritmica secondo Galloway c’è un calo di quella simbolica – in altre parole, l’informazione diventa ostacolo all’estetica.

In generale, quindi, la natura sociale e partecipativa della rete (e dei social media in particolare) sta sollevando sempre più dubbi, e richiede nuove teorie dei network che tengano conto sia delle loro implicazioni politiche che estetiche.

Tornando allora a Bishop e Rancière: se l’estetico e il politico hanno in comune la preoccupazione per la distribuzione e la condivisione di idee, capacità ed esperienze, l’infrastruttura dei social media può essere giudicata non solo come una sorta di economia politica, ma anche come una specie di macro-assemblaggio di sforzi creativi in contraddizione – sempre che il giudizio estetico di tale assemblaggio non sia semplicemente un prendere atto della sua natura socio-relazionale, ma una reale considerazione delle specifiche configurazioni che emergono da esso.


E, visto che la tensione tra arte e politica rimane irrisolta, darei ragione a Wendy Chun e agli altri che notano come la rappresentazione sia tornata a incentrarsi su politiche basate sull’identità: meme conservatori, self-marketing aggressivo, “filter bubble” e simili hanno trasformato la definizione dell’essere online in una routine quotidiana e una guerra culturale, un flusso continuo di produzione-classificazione-consumo. Quest’ultimo punto è particolarmente importante nella mia ricerca.

Estetica e categorizzazione: confini

La classificazione è un aspetto importante dei social media. Le tag e le cosiddette “folksonomie” fanno parte degli elementi fondanti del cosiddetto Web 2.0, mentre taggare altri utenti – che siano amici o celebrity da insultare – è diventato comune più di recente. Ci sono altre forme di classificazione che non sono parole o link: meme, liste, reaction gif e simili possono tutte essere viste come forme di categorizzazione culturale ed emotiva.

L’atto di etichettare noi o altri utenti è una delle operazioni più banali che compiamo online, ma che si tratti di un link ipertestuale o culturale questo gesto contribuisce a cucire insieme reti e immaginari. Sui social media, il sociale – quello dematerializzato da lavoro cognitivo, gadget e così via – viene rimaterializzato su un piano estetico che possiamo streammare, scrollare e cliccare – una dimensione dominata da stereotipi, etichette controverse e pratiche di marketing ambigue. Quello che mi interessa quindi, è riflettere sull’estetica della categorizzazione, fare una critica della cultura del tagging.

Prima dei social media, Susan Leigh-Star e James R. Griesemer introducevano il concetto di “oggetto di confine”, cioè una forma di informazione plastica che mantiene la propria integrità di contenuto, ma viene interpretata in modi diversi a seconda della comunità di riferimento. Secondo gli autori, “la creazione e la gestione degli oggetti di confine è fondamentale nello sviluppo e nella manutenzione di coerenza tra mondi sociali che si intersecano”.

In un influente testo sulle conseguenze della categorizzazione scritto con Geoffrey Bowker, la Star ha sviluppato ulteriormente il concetto. Evidenziando l’emergere di database che incorporano visioni dei dati rivolte agli oggetti, al contrario dei vecchi sistemi basati su gerarchie stabilite una volta per tutte, Bowker e Star definiscono gli oggetti di confine come soluzioni pratiche che risolvono le anomalie della naturalizzazione (quando cioè i membri di una comunità si dimenticano la natura locale del significato di un oggetto o le azioni richieste per il mantenimento di questo significato) senza imporre tale naturalizzazione di categorie da una comunità in particolare o da una fonte esterna di standardizzazione. Questo carattere ambiguo ma senza dubbio politico degli oggetti di confine è molto importate per i social media.

Siccome gli strumenti di categorizzazione popolare vengono usati con scopi e pubblici diversi in mente, le tag che usiamo sui social media possono in effetti essere visti come oggetti di confine. Possiamo quindi portare questo concetto sociologico in un dialogo produttivo con l’idea di Rancière dell’opera d’arte come oggetto intermedio, una soglia di negoziazione politica basata su interpretazioni contrastanti. Nell’estetica del tagging, quindi, tag, meme e gif emergono come esperienze estetiche condivise invece che dati, e rappresentano istanze di gesti performativi piuttosto che nodi da sistemare e visualizzare su una mappa.

Queste esperienze possono contribuire alla naturalizzazione di categorie e stereotipi, oppure evidenziare invece i conflitti ideologici e storici della classificazione stessa, sostenuta dalle infrastrutture digitali. Come vedremo nelle prossime settimane, gli artisti, teorici e attivisti che ho intervistato si occupano proprio di questo tipo di negoziazione.

Apprich, C., Chun. W., Cramer, F., Steyerl, H. (2018). Pattern Discrimination. Minneapolis: University of Minnesota Press.

Bishop, C. (2004). Antagonism and Relational Aesthetics. OCTOBER 110, Fall 2004, 51–79

Bishop, C. (2015). Inferni artificiali. La politica della spettatorialità nell’arte partecipativa. Luca Sossella Editore.

Bourriaud, N. (2010). Estetica relazionale. Postmedia Books.

Bowker, G. & Leigh-Star, S. (1999). Sorting Things Out. Classification and Its Consequences. Cambridge, MA: MIT University Press.

Campanelli, V. (2010). Web Aesthetics. Rotterdam: NAI Publishers.

Chun, W.H. (2016). Updating to Remain the Same: Habitual New Media. Cambridge, MA: MIT University Press.

De Certeau, M. (2010). L’invenzione del quotidiano. Edizioni Lavoro.

Galloway, A.R. (2012). The Interface Effect. Cambridge, UK: Polity Press.

Garcia, D. & Lovink, G. (1997). The ABC of Tactical Media. Retrieved 1 August 2018 from http://www.nettime.org/Lists-Archives/nettime-l-9705/msg00096.html

Goriunova, O. (2011). Art Platforms and Cultural Production on the Internet. Abingdon, UK: Routledge.

Milner, R.M. & Phillips, W. (2017). The Ambivalent Internet: Mischief, Oddity and Antagonism Online. Cambridge, UK: Polity.

Raley, R. (2009). Tactical Media. Minneapolis: University of Minnesota Press.