Citando e parafrasando le parole con le quali Fred Richtinapre il suo ormai celebre “After Photography”, potremmo dire che “siamo entrati nell’era della sorveglianza. E l’era della sorveglianza è entrata in noi. Non siamo più gli stessi individui di un tempo. In meglio e in peggio.” Viviamo in un’epoca estremamente complessa, in cui una delle principali preoccupazioni sembra essere la ricerca di un equilibrio tra l’esposizione e l’invisibilità, tra il desiderio di guardare (ed essere visti) e quello di preservare quella che oggi viene comunemente chiamata privacy.

E’ proprio sulla problematicità di queste tematiche che si focalizza la mostra Seen, in visione fino al 1 luglio nella galleria Wei-Ling Contemporary di Kuala Lumpur, in Malesia. Parlare di sorveglianza significa riflettere sulla necessità della visibilità come elemento ordinatore di uno spaziotempo caotico, che ha bisogno di essere decifrato o modellato (e non è in fondo la stessa cosa?) per essere tenuto d’occhio.

Le onnipresenti e onniscienti telecamere a circuito chiuso che sono ormai parte integrante dello spazio urbano contemporaneo, come quelle che costellano la Congestion Charging Zone di Londra fotografate da James Bridle in Every CCTV camera (London), sono l’espressione moderna di un desiderio antico, quello di controllare il mondo. Un’impresa, questa, che vede uomini e immagini collaborare fianco a fianco, fino quasi a confondersi.

Ci sono i sorveglianti in carne ed ossa, come quelli mostrati da Victoria Binschtok in Suspicious Mind, dove in una sorta di lapsus dello sguardo l’artista mette a fuoco gli addetti alla sicurezza che accompagnano i personaggi importanti in contesti pubblici, a loro volta ripresi dai sistemi di sorveglianza o dagli obiettivi dei giornalisti.

Un lavoro, questo, che richiama alla dimensione materiale del controllo, insieme a Targetdi H.H. Lim, in cui l’essere umano viene ridotto ad un bersaglio, e a Portrait ofJulia e Winston and Julia Say Goodbye di Anurendra Jegadeva, opera in cui l’artista, facendo riferimento al famoso “1984”di Orwell, prova a rappresentare un’epoca, la nostra, che sembra sempre più dominata da disuguaglianze sociali e squilibri di potere.

Ci sono poi le immagini generate in tempo reale dalle diverse tecnologie di sorveglianza, desiderate e temute nello stesso tempo, come quelle che compongono It’s not a vicious cycle, it’s a downward spiral di Ken Feinstein, in cui l’artista espone lo statuto problematico di queste rappresentazioni e la loro comune appartenenza a un contesto socio-politico ben preciso.

In questa situazione diventa cruciale ed urgente porsi le giuste domande, come quella che dà il titolo all’opera di Ivan Lam: Who watches the watchers? è un invito al rovesciamento dello sguardo sorvegliante e alla reciprocità della visione come pratiche di consapevolezza e di svelamento. Un monito contenuto anche nell’opera di Heather Dewey-Hagborg, che in Stranger Visions ha realizzato ritratti 3D di perfetti sconosciuti elaborando attraverso una I.A. gli indizi genetici ricavati da tracce trovate nelle strade (mozziconi di sigaretta, gomme da masticare…).

Un’operazione affascinante e controversa allo stesso tempo, che evoca lo spettro del determinismo biologico insito in un utilizzo poco ortodosso di queste nuove tecnologie. Il panorama della sorveglianza contemporanea si delinea dunque come zona grigia, come terreno vago e inafferrabile, dove si intrecciano traiettorie visive diverse e spesso non identificabili, come quelle nascoste nelle fotografie di Roger Ballen provenienti dalla serie Asylum of the birds.

Come elaborare strategie di resistenza in un contesto simile? In The Missing TAhmet Ögüt racconta una piccola storia di opposizione in codice, dando voce (e immagine) ad un gruppo di ex-poliziotti di Tulum che hanno avuto il coraggio di protestare contro la condotta poco trasparente del governo, pagando questo tentativo al prezzo del proprio lavoro; la scelta di utilizzare un linguaggio cifrato è infatti legata alla tutela degli intervistati.

In Obscurity, invece, Paolo Cirio elabora un’azione di sabotaggio mediatico clonando il contenuto di alcuni noti siti di mugshot americani e offuscando le fattezze degli individui ritratti nelle foto segnaletiche; nello stesso tempo, l’artista ha messo a punto una proposta di normativa denominata Right to Remove, che sostiene il diritto degli individui alla rimozione delle proprie informazioni personali dai motori di ricerca in rete.

Forse, mai quanto oggi, l’arte ha il compito e la responsabilità di partecipare al dibattito contemporaneo e di essere vigile: chi meglio di un artista può comprendere pienamente il valore di un’immagine, e delle immagini? Solo ricambiando lo sguardo oggi possiamo riuscire a capire la realtà.


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