Ciò che sembra evidente guardando l’attività di Jeroen van Loon è che non è interessato a giudicare se gli algoritmi basati sul marketing siano giusti o sbagliati, se i dispositivi portatili stiano creando delle comfort zone progettate per un intrattenimento continuo o se i social media incoraggino delle strategie nocive di auto-presentazione. Al contrario, l’artista olandese esamina i vecchi e nuovi sviluppi nella cultura digitale per evidenziare gli interstizi tra i temi più dibattuti nella cosiddetta arte digitale distruttiva. Certo, si possono trovare opere sulla presenza preponderante di internet nella vita quotidiana di tutti, sul ruolo svolto dalla Maholy-Nagy alla New Vision delle macchine nella maniera in cui noi esseri umani sperimentiamo la realtà e sull’influenza di sovrastrutture invisibili nel design delle città; ciò che fa la differenza è il rispetto che dimostra di avere per il visitatore e le persone che sono coinvolte nel suo progetto. Un altro punto nella sua pratica è infatti il meta-dibattito sul modo in cui gli artisti vogliono creare, mostrare e cancellare i propri lavori in un mondo intrinsecamente digitale.

Il lavoro di Van Loon, che gli è valso un European Youth Award e una borsa di studio del KF Hein, è stato esposto in mostre personali e collettive internazionali. Tiene regolarmente delle presentazioni sulle sue esplorazioni artistiche della tecnologia, sia nel mondo dell’arte sia attraverso istituzioni volte a promuovere l’innovazione, come TEDx. Van Loon ha una laurea in Digital media design e un master in European media. Vive attualmente a Utrecht, Paesi Bassi.

Filippo Lorenzin: La maggior parte dei tuoi lavori ruota intorno all’impatto di internet nella vita quotidiana. Prendi in considerazione non solo gli individui che lo utilizzano attivamente ma anche chi non lo fa. Per esempio, nella collana Life Needs Internet (2012-) hai chiesto a otto persone provenienti da tutto il mondo di scrivere delle lettere su come si sentissero usando internet, anche a persone che non sanno nemmeno cosa sia.

Jeroen van Loon: Chiedere alla gente in che modo internet condizioni la loro quotidianità è una domanda molto aperta: non si concentra su nessun argomento specifico nel perimetro della cultura digitale. Credo che questo sia veramente fondamentale in Life Need Internet. Voglio che le persone che scrivono queste lettere si sentano libere di dire qualsiasi cosa e penso che solo in questo modo racconteranno storie originali, personali e interessanti. All’inizio di Life Needs Internet, le lettere da coloro che non sapevano usare internet o che nemmeno sapevano cosa fosse erano di vitale importanza per me, perché ho potuto capire che non si può dare un’opinione sull’influsso di internet senza considerare le persone che non lo usano. Quando ho iniziato il progetto, ho voluto mostrare le lettere di chi non ha alcun accesso alla rete fino a chi ha invece un accesso al cento per cento. Credo che tutte le altre storie si dimostrino più forti se si includono i punti di vista di quelli che non possono permettersi, non sono capaci o non hanno la possibilità di usare internet nella vita di tutti i giorni, perché anche questo fa parte dell’impatto di internet.

Se non si sa guidare un’auto, si rimane comunque influenzati dalla sua incapacità perché gli altri riescono e altri ancora plasmano la città, perché le auto sono ormai fondamentali. Ritengo che, durante gli ultimi anni, i punti di vista di coloro che sono digitalmente esclusi non siano considerati “prospettive minoritarie”, ma più come punti di vista post-online, vale a dire che stiamo assistendo a un trend mondiale nel fare meno cose digitali, connettersi meno, impiegare meno tempo sui social media, disconnettersi più spesso. Lo trovo divertente, perché credo che tutto questo fosse già presente in queste prospettive meno recenti, solo che allora non era una scelta, ma oggi queste storie sono probabilmente più rilevanti che mai. Tuttavia, in questo momento, sono concentrato sugli esclusi digitali da un’altra prospettiva. Per un nuovo progetto chiamato Read The Fucking Manual, mi focalizzerò sulla gente esclusa dal mondo digitale all’interno della nostra società, basti pensare a persone con handicap o anziani. Sto frequentando dei corsi di computer per anziani per avere un’idea di come ci si senta a non essere capaci a svolgere le attività più (secondo me) banali online, come il download di una foto o inviare una mail. Lo reputo interessante, perché tra quarant’anni avremo forse gli stessi problemi.

Filippo Lorenzin: Mi sembra che il tuo interesse per le culture e individui esclusi digitalmente non riguardi solo l’interaction design. Se una delle caratteristiche principali dell’arte online è la sua trasversalità, la sua l’accessibilità potenziale per chiunque abbia una connessione internet e un dispositivo, cosa succede quando gli artisti realizzano progetti che funzionano solo con tecnologia d’avanguardia o una connessione internet veloce? Cosa rende questi progetti diversi dalla stessa arte tradizionale d’élite che la net.art ha inizialmente disdegnato?

Jeroen van Loon: È una domanda davvero interessante. Credo che lavorare con le tecnologie (molto) recenti possa essere intrigante, ma c’è il pericolo che la novità sia eccessiva, vale a dire che la gente comune non riesca ancora a capire perché l’impiego delle nuove tecnologie nell’arte possa essere interessante. Si viene a creare quasi automaticamente un muro tra il pubblico e l’artista. Secondo me, usare la tecnologia un po’ meno recente è di solito più intrigante, dato che ha già avuto un qualche impatto sulla società che è poi possibile mostrare/criticare/mettere in dubbio o immaginare. Qualche volta il nuovo è semplicemente troppo nuovo e quindi l’arte diventa una sorta di prototipo senza alcun significato.

Al contempo, quando si parla di trasversalità e disponibilità, penso che l’opposto stia diventando sempre più interessante. Questo concetto ha avuto anche un ruolo importante nel mio lavoro Ephemeral Data. Credo che stia avvenendo un cambiamento nel modo in cui accediamo alle informazioni online e le valutiamo. Il fatto che i dati online siano disponibili 24/7 a livello mondiale non ci interessa più. Ci stiamo muovendo più verso una cultura digitale dove l’informazione digitale è limitata, breve, unica, temporanea e forse anche locale. Questo è già visibile nel modo in cui gli adolescenti usano internet. Sono cresciuti con l’idea che quello che viene postato online rimarrà disponibile solo per 24 ore, pensa a Snapchat o alle storie di Instagram.

Filippo Lorenzin: What You See is What You Get (2014) mostra le immagini di una TAC del tuo computer insieme all’audio del battito cardiaco di tuo figlio. Sottolinei una connessione sentimentale, quasi fisica tra noi stessi e i nostri dispositivi. Questa simbiosi fa in modo che sperimentiamo il mondo attraverso una lente mai vista prima, mettendo insieme la nostra percezione umana con dei sensi artificiali.

Jeroen van Loon: Sinceramente, non ci avevo mai pensato. What You See is What You Get fu un lavoro creato molto sul momento senza pensare troppo al suo significato. Mi ricordo di aver avuto l’idea di usare le immagini di una TAC come una sorta di macchie di Rorshach e di includere il battito cardiaco per aggiungere qualcosa di umano a queste immagini tecnologiche. Per me era un miscuglio di come umanizziamo la tecnologia e del modo in cui vogliamo vedere quello che vogliamo vedere nella tecnologia, da qui il titolo. Le macchine o i software aggiungono qualcosa alla nostra esperienza del mondo o la limitano? Penso facciano entrambe le cose contemporaneamente. È fantastico che con Google Maps io possa andare ovunque voglia, sappia immediatamente quale autobus locale debba prendere per andare dove voglio in un paese straniero.

Ma al contempo mi sento completamente perso senza l’app. Penso sia un’area che continua a cambiare, il centro continua a spostarsi. Continuiamo ad avere nuove possibilità ed esperienze ma allo stesso tempo ne svaniscono altre e ogni tanto ci rendiamo conto di ciò che è accaduto e proviamo a spostare il centro o all’indietro o ancora più avanti. Mi riesce difficile dare una risposta concreta a questa domanda, dal momento che cambia molto per ogni tecnologia.

Filippo Lorenzin: Il tuo interesse per la traduzione delle informazioni digitali in modi di pensare analogici è evidente in opere come Analogue Blog (2010), un progetto che ti ha spinto a curare e tenere un diario con metodi analogici, e Connecting the Dots (2018), per cui hai chiesto a dei bambini di disegnare 279 puzzle in cui dovevano unire i puntini per raffigurare un cavo internet di un sottomarino.

Jeroen van Loon: Avevo parlato da poco con qualcuno che aveva visitato Ephemeral Data, avevamo parlato di quell’opera e delle altre e anche lei ha menzionato questo tema nei miei lavori. Non l’ha chiamato un ponte tra il vecchio e il nuovo, ma mi ha detto che molti dei miei progetti avevano come tema il passaggio del tempo e mi ha domandato cosa tramandare di questa cultura digitale alla prossima. L’ho trovato molto interessante perché è un tema molto presente in un lavoro come Ephemeral Data, ma anche in Cellout.me. Lo stesso si può dire di Life Needs Internet e forse anche di Connecting the Dots. Adesso che ci penso, è presente anche in Read The Fucking Manual. Penso che non sia una cosa che sto cercando attivamente, ma più una prospettiva di fondo presente in tutti i temi che mi interessano. Credo sia interessante pensare all’impatto della cultura digitale in un lasso di tempo più lungo piuttosto che concentrarsi solo sul qui e ora e sul presente.

Filippo Lorenzin: Nel 2016 hai venduto le informazioni del tuo DNA per il progetto Cellout.me. Se questo può essere visto come il massimo autoritratto, come tu stesso suggerisci, come fanno gli artisti a spingersi oltre questo confine per rappresentare loro stessi in un modo che vada oltre la raccolta di informazioni genetiche?

Jeroen van Loon: Penso che il contesto sia la risposta. Non ha molta importanza se si sceglie di rappresentare sé stessi attraverso le informazioni genetiche o qualsiasi altro medium. Tutto diventa più interessante se si può mostrare il contesto del medium e porre delle domande sul perché o il cosa è interessante nello scegliere questo medium per rappresentare sé stessi in quello specifico contesto. Penso che le informazioni genetiche di per sé non siano molto interessanti o spettacolari, ma come gli altri reagiscono a queste informazioni, quello che si può fare con esse o il loro valore rendono il medium (e il contenuto) più interessante. Ci saranno senz’altro nuovi tipi di media che gli artisti possono usare e ognuno di questi media è inserito in una specifica parte della società con le sue regole, i suoi valori ed i suoi codici, quindi ci saranno sempre nuovi modi per gli artisti di rappresentare sé stessi.


Filippo Lorenzin: Il tuo ultimo lavoro, Ephemeral Data (2019), era una performance che giocava sul concetto di materialità e struttura. Dei performer hanno creato un mandala di sabbia di 12×9 metri che rappresentava l’infrastruttura digitale completa di Utrecht, raffigurando ogni cavo di telecomunicazione e ogni ripetitore telefonico.

Jeroen van Loon: Era un modo completamente nuovo di creare un’opera d’arte. Non avevo mai creato prima delle performance ma sapevo che quest’opera, e il messaggio che volevo trasmettere, richiedevano il medium della performance. In quel momento non mi ero reso conto di quale sarebbe stata la differenza tra il creare un’installazione e una performance. Di certo, una delle maggiori differenze era il fatto che si lavorava con delle persone e non solo con materiali e computer. Quindi scritturare tutti i performer, fare delle prove e lavorare insieme a loro è stata un’esperienza decisamente nuova e positiva. Mi ha anche fatto riflettere di più su come è possibile presentare il proprio lavoro nello spazio.

Se le azioni del performer sono considerate l’opera d’arte, cosa si vuole far vedere, come, perché, quando e dove? Non mi considero un performance artist da questo momento, solamente quest’opera era nata per essere una performance. Penso tuttavia che la cultura digitale possa imparare molto dalle caratteristiche e dall’essenza dell’arte performativa. Il fatto che sia fatto sul momento, che sia lì solo quando gli spettatori lo vedono, che venga eseguito sul posto e che si possa perdere. Non si può riguardare una perfomance su Youtube, bisogna essere presenti. Tutti questi aspetti diventeranno sempre più importanti all’interno della nostra futura cultura digitale.

Filippo Lorenzin: I mandala sono diagrammi cosmici che mostrano la nostra relazione con l’infinito e noto che volevi sottolineare la relazione quasi spirituale tra gli utenti di internet e la struttura stessa che sostiene la loro esperienza aumentata del mondo.

Jeroen van Loon: Non è esattamente quello che stavo cercando, la ragione principale per cui ho creato un mandala di sabbia era perché di fatto dopo averlo finito sarebbe stato cancellato in pochi secondi. Con Ephemeral Data volevo creare un’opera d’arte che parlasse di dati effimeri, effimero nel digitale, ma volevo che fosse l’opera stessa effimera. Motivo per cui non esiste una documentazione delle 444 ore di performance, a parte una foto scattata poco prima dell’inizio della performance e una subito dopo la distruzione del mandala di sabbia (era proibito anche al pubblico fare qualsiasi foto).

Tutto ciò che è avvenuto in mezzo poteva solo essere l’esperienza sul posto, durante la performance, e ora è tutto finito. Penso che gran parte del significato dell’opera risieda in questa azione, come sostengono anche i performer e il pubblico che ho intervistato. Ma è interessante ascoltare cosa pensi al riguardo, tanta gente aveva idee diverse sul significato dell’opera. Penso che ciò sia stato possibile perché era visivamente semplice. C’erano sei performer che creavano con tre colori un mandala di sabbia, raffigurante l’intera infrastruttura digitale di Utrecht. Nient’altro per dieci giorni, otto ore al giorno. Ha portato la gente a riflettere su diverse cose.

Filippo Lorenzin: Puoi dirci di più riguardo The Fucking Manual?

Jeroen van Loon: Tratterà l’esclusione digitale e si porrà la domanda se esisterà ancora nel futuro, quando avremo ancora più tecnologie e interfacce, migliori, più veloci e più invadenti. Sto anche lavorando all’idea di festeggiare il decimo anniversario del mio archivio Life Needs Internet. L’idea è di fare qualcosa con tutte le lettere ricevute e le diverse versioni dell’installazione video. Vorrei inoltre poter affidare l’intero archivio ad altri professionisti, come antropologi o sociologi, e chiedere di interpretarne le lettere. Poi, forse, una pubblicazione o un’esposizione, non sono ancora sicuro.


https://jeroenvanloon.com/

http://www.cellout.me/

VIDEO:

https://vimeo.com/157199739

https://vimeo.com/337886238

https://vimeo.com/340170927