FACES è una mailing list per artiste e professioniste che lavorano nel campo dei media e della tecnologia. Fondata nel 1997 con l’intenzione di dare spazio e visibilità alle donne che lavorano nel mondo del digitale come artiste, programmatrici, teoriche, designer, curatrici, attiviste e DJ all’interno di una società dominata dagli uomini, FACES è diventata un network importante, che da vent’anni permette alle donne di connettersi, fare rete, condividere e discutere all’interno di uno spazio progettato da loro e per loro. FACES, gestita e curata da Diana McCarty, Kathy Rae Huffman, Ushi Reiter e Valie Djordjevic, è un canale nel quale utenti di tutto il mondo possono scambiarsi informazioni relative a progetti, trovare collaborazioni e discutere di eventi, all’interno di una solida rete di donne impegnate in diversi ambiti delle nuove tecnologie.

Di recente ho avuto l’opportunità di parlare con due delle fondatrici di FACES, Kathy Rae Huffman e Valie Djordjevic, di ricostruire la storia della creazione della mailing list e di discutere del suo valore attuale e del suo potenziale futuro. In questa intervista Kathy Rae Huffman e Valie Djordjevic raccontano di come il mondo è cambiato per le donne negli ultimi vent’anni, inseriscono FACES all’interno del contesto storico attuale e spiegano la ragione per cui una mailing list come FACES continua ad essere così importante e preziosa.

Anna Gorchakovskaya: Nel 2017 si celebra il ventesimo anniversario dalla fondazione di FACES. Qual era lo scopo originario del progetto al momento della sua creazione nel 1997? In che modo vi siete rese conto che una piattaforma dedicata alle donne era assolutamente necessaria?

Valie Djordjevic & Kathy Rae Huffman: A quel tempo probabilmente non ci rendevamo conto di quanto sarebbe diventata importante una piattaforma di comunicazione come FACES. Volevamo rispondere ad un bisogno diretto delle persone che ci circondavano e abbiamo avuto l’idea di creare una community online di donne che andasse a completare la community offline di cui già facevamo parte. In quanto attive partecipanti alla prima ondata di net.art, ognuna di noi era attiva sotto diversi punti di vista all’interno della scena online. Diana McCarty viveva a Budapest, ha co-fondato e co-organizzato la conferenza Meta Forum del 1994 ed è stata contributor ed editor di NETTIME, una mailing list dedicata al pensiero critico sulle reti. Kathy Rae Huffman viveva a Vienna, aveva curato diversi programmi per Ars Electronica, EMAF, DEAF, e collaborava con il gruppo viennese HILUS.

Kathy ha lavorato anche con Eva Wohlgemuth, con la quale nel 1995 ha creato il progetto online Siberian Deal (disponibile su Rhizome). Valie Djordjevic lavorava presso l’Internationale Stadt di Berlino, una piattaforma online dedicata ai gruppi sociali e artistici – uno dei primi provider di internet per privati in Germania e, allo stesso tempo, un centro nevralgico per la comunità della net.art tedesca. Approfittavamo di qualsiasi occasione: frequentavamo festival e conferenze, spesso venivamo invitate a organizzare eventi e a intervenirvi, e generalmente eravamo membri molto attivi della community di internet, che al tempo era abbastanza piccola, una specie di famiglia allargata.

I festival di Media Art hanno iniziato ad interessarsi agli artisti che lavoravano online e attraverso il digitale, ma abbiamo notato che le donne non sembravano emergere in modo netto. I direttori dei festival dicevano che non c’era modo di scoprire in quali campi le donne fossero attive. Gli unici punti di riferimento erano la scena artistica dominata dagli uomini e/o quella della tecnologia pesante maschile (entrambe insoddisfacenti per le donne). Essendo così legate ai festival, spesso li abbiamo sfidati a dare più spazio alle donne.

Kathy Rae Huffman:  Grazie al mio precoce (e per quei tempi anche eccessivo) accesso online su HILUS, ero consapevole del fatto che ci fossero forum online per donne, specialmente nel mondo accademico. Ad esempio, c’è stata una grande adesione femminile online nel 1995, promossa da Muriel Magenta, dell’Università dell’Arizona, per la Quarta Conferenza Mondiale delle donnea Beijing, e ci sono state iniziative per la formazione e l’informazione al femminile, come gURL a New York, avviata da due studentesse della NYU.

Io ero ancora in contatto con le media artist femministe, molte le conosco dalla fine degli anni ’70, così come con i membri del gruppo Van Gogh TV con i quali ho lavorato ad un progetto per documenta nel 1992. Eppure nella community di net.art, sulle liste più popolari come Nettime,la mailing list orientata alla teoria e al dibattito e The Syndicate, che connette tutti gli artisti dell’Europa orientale, gli uomini avevano una presenza predominante, pur contando sulla partecipazione di importanti figure femminili.

Quando io e Eva Wohlgemuth abbiamo deciso di lavorare insieme ad un secondo progetto online dopo che Siberian Deal si era classificato al primo posto all’International Video Festival di Berlino nel 1996 (che ha poi cambiato il suo nome in Transmediale nel 1998), abbiamo deciso di seguire la nostra passione e concentrarci sulle donne e la cucina, e abbiamo chiamato questo progetto Face Settings. Avevamo già organizzato molte cene insieme, e anche dei seminari per insegnare agli artisti come creare siti web (Eva) e come navigare su internet (io). Eva lavorava all’ORF (il servizio di radiodiffusione televisiva Australiana) specializzata in quello che oggi chiameremmo streaming video, e io ho curato la prima mostra online per Ars Electronica, chiamata Dar-Links (da allora scomparsa dal loro sito web). Ho anche inaugurato la rubrica web Pop-Tarts per il giornale online Telepolis insieme a Margarete Jahrmann, dove scrivevamo regolarmente di net culture da un punto di vista femminile.

Quando Eva ed io abbiamo iniziato a riflettere su come continuare a lavorare insieme online, e guardando attentamente alla scena della net.art, abbiamo pensato che le donne che vivevano fuori dalle città principali, dove internet è meno disponibile, potessero trarre benefici da una connessione con resto del mondo. Ci piaceva anche viaggiare e avevamo stretto molte amicizie al di fuori delle principali città europee. Per coinvolgere le donne nella comunicazione su internet abbiamo scelto cinque città: San Pietroburgo, Glasgow, Bilbao, Belgrado/Bielefeld (Germania) e ovviamente Vienna. Abbiamo organizzato lezioni sullo streaming e sulla cucina. Questo esperimento è stato anche una ricerca sulla comunicazione tra uomo e donna, e noi eravamo convinte che internet stesse offrendo alle donne uno strumento che avrebbe dato loro maggiore potere, e che fosse un posto in cui gli uomini non potevano zittirti!

Uno dei primi obiettivi di FACES era creare una mailing list per restare in contatto con le donne che avevano partecipato ad una cena particolarmente memorabile nel novembre del 1996 a Vienna (un’occasione in cui si festeggiava anche il compleanno di Diana). Nonostante FACES e Face Settings siano due progetti del tutto differenti, condividono questo iniziale collegamento tra cene, donne e dibattiti. Inizialmente si trattava di una lista di contatti molto modesta, organizzata privatamente e in linea con una sorta di urgenza che in quel momento si avvertiva in tutta Europa, quando sembrava che tutti volessero essere connessi con gli altri. Molti festival, eventi e incontri in questi primi anni si sovrappongono, e ognuna di noi ne ha un ricordo diverso.

Ricordo chiaramente quando Eva Wohlgemuth e io abbiamo presentato la nostra idea di Face Settings tutta al femminile (la presentazione includeva anche la mailing list FACES) alla conferenza Liverpool LEAF nell’aprile 1997, contro le forti proteste di molti dei nostri colleghi uomini. Noi volevamo semplicemente organizzare un pranzo con sole donne per provare e capire quali temi venivano da loro affrontati e abbiamo capito qualcosa di molto importante nel momento in cui siamo state circondate da uomini che volevano ascoltare le nostre conversazioni. Avevamo già deciso che avevamo bisogno di un canale privato per discutere di progetti ed esigenze, per celebrare i nostri successi e sollevare questioni di vitale importanza per tutte le donne presenti online.

Infatti, in occasione della nostra partecipazione all’incontro Backspace a Londra, io e Diana abbiamo cercato febbrilmente una collega donna che gestisse una mailing list più professionale, e siamo state davvero contente quando Valie Djordjevic è entrata con entusiasmo a far parte del progetto a Berlino. Un altro importante passo nello sviluppo della comunità FACES è stato decidere di utilizzare la mailing list per organizzare la prima Cyberfeminist International, un incontro di una settimana che si è svolto a documenta X nell’ambito del progetto Hybrid Workspace del 1997. Questo ha fatto aumentare notevolmente i membri del network,  che in questo modo ha acquistato notorietà. Così, con il lungo elenco delle partecipanti a documenta, insieme a quelle di Face Settings e ai contatti di Meta Forum e di Internationale Stadt, FACES si è trovata ad avere un’ampia lista di contatti e a sapere “dove erano le donne”.

Durante il Cyberfeminist International, Diana e Valie erano due delle partecipanti principali di questo incontro di una settimana, stimolando dibattiti e tenendo conferenze che hanno fatto storia. Io e Eva Wohlgemuth abbiamo organizzato la cena d’apertura, riservata alle donne, come un evento di Face Settings (ma sfortunatamente ognuna di noi è dovuta andare via prima perché Eva stava già insegnando a Vienna e io ero la co-curatrice della mostra principale dello Steirischer Herbst con Silvia Eiblmayr, che avrebbe inaugurato la settimana successiva a Graz). Ma dopo documenta X, FACES è diventata un collegamento consolidato e vitale tra le donne che lavoravano online in diverse parti del mondo.

Anna Gorchakovskaya: Nelle interviste spesso fate riferimento ad una domanda emersa varie volte, nel 1997, in merito alle donne, la tecnologia e i media. Questa domanda era: “Dove sono le donne?”. È pertinente ancora oggi? Come sono cambiate le cose?

Kathy Rae Huffman: Credo che le cose siano notevolmente cambiate negli ultimi 20 anni e, soprattutto il mondo della rete. La connessione adesso è piuttosto diffusa e gli smartphone ci permettono di fare cose straordinarie (come lo streaming e le chat pluri-localizzate) che una volta richiedevano capacità tecniche e tantissima pazienza. La celebrità, oggi, è l’obiettivo di molte giovani donne nell’universo online, i risultati, il numero di amici, ecc. si possono tradurre in una sorta di flusso di guadagno (non saprei dire quanto questo possa funzionare a lungo termine, ma esiste già una notevole varietà di blog, siti web e iniziative). Ci sono ancora giovani donne che entrano a far parte della mailing list, che ci sono grate per avergli offerto la possibilità di entrare in contatto con altre donne, anche se non di vista o di persona. C’è grande rispetto per la longevità di FACES e per l’eredità che ha lasciato nel corso degli anni. Solo il fatto di essere ancora qui è abbastanza sorprendente.

Valie Djordjevic: Io ritengo che oggi questa domanda abbia ancora importanza. Se facciamo caso a quante donne prendono parte alle conferenze, che siano incentrate sull’arte o sui media, ci rendiamo conto che gli uomini continuano a rappresentare la maggior parte dei partecipanti. In Germania sono nate delle iniziative sul web, come ad esempio 50 Percent, per calcolare il numero degli oratori presenti nei panel, ed è molto raro che la metà dei partecipanti sia di sesso femminile.
Anche sul sito speakerinnen.org (in tedesco il suffisso “-innen” indica la forma femminile di un sostantivo) dei volontari ricercano donne esperte in qualsiasi tipo di argomento al fine di incrementare la visibilità della compagine femminile. Ma stiamo parlando solo della Germania! A distanza di 20 anni dobbiamo ancora affrontare le stesse problematiche, come se non fosse cambiato nulla. È frustrante. Tuttavia, molte altre cose sono cambiate.

Gli effetti prodotti dal movimento #metoo hanno segnato non solo gli Stati Uniti ma tutto il mondo. Il sessismo e la violenza sulle donne purtroppo esistono ancora ma si sta diffondendo un vasto consenso che contrasta questi crimini, anche se c’è ancora tanto da fare. Basta osservare le statistiche: le donne non hanno ancora la stessa visibilità degli uomini, il loro stipendio è inferiore rispetto a quello della controparte maschile, e molte sono chiuse sotto una campana di vetro che impedisce loro di crescere esprimendo il proprio talento. Per non parlare poi del contraccolpo della politica conservatrice, che cerca di riavvolgere il tempo e diffondere un ideale di politica sessista che risale al 1950, non solo negli Stati Uniti con Trump, ma anche nel resto del mondo.

Anna Gorchakovskaya: Parliamo un po’ del target di FACES. Nella domanda precedente ho usato il termine “donne”, ma i membri di FACES spesso precisano che l’inclusione nella mailing list non dipende da una condizione biologica ma dalla dichiarazione di una posizione sessista. Potreste approfondire il vostro concetto di “donne”?

Kathy Rae Huffman: Per noi è chiaro. Se una persona si identifica come donna, vive e lavora come una donna, biologica o meno, la accettiamo. Non credo sia un concetto così confusionario.

Valie Djordjevic: Abbiamo discusso questo tema con i membri della mailing list, oggi la nostra filosofia è il risultato di un processo decisionale dell’intera comunità di FACES e riflette la convinzione per cui la distinzione di genere è un costrutto sociale e una caratteristica fondamentalista. Il genere è fluido e l’unico aspetto condiviso e sostenuto dalle donne è il fatto di essere tutti individui. Ci sono però alcuni ostacoli da affrontare a livello sociale. Come moderatori non vogliamo imporre le nostre idee sulla community, abbiamo quindi discusso molto approfonditamente su come definire la nostra “membership”.

Detto questo, siamo state sempre molto inclusive nella nostra politica di ammissione alla lista. Da una parte, come ha detto Kathy, ci premeva avere uno spazio sicuro per confrontarci e scambiarci idee, ma questo non doveva diventare una gabbia. All’inizio alcuni dei nostri membri erano donne transessuali, come Sandy Stone, una delle prime ad entrare nella mailing list, e all’epoca non è stato nemmeno un argomento di discussione. In seguito, diventando via via più consapevoli dei problemi sui diritti dei trans, abbiamo deciso, insieme ai nostri membri, di ufficializzare questa politica.

Anna Gorchakovskaya: Qual è il ruolo del femminismo (o meglio dei “femminismi”) e dell’intersezionalità nel progetto FACES?

Valie Djordjevic: Non ci siamo mai definite come una mailing list femminista – e lo abbiamo fatto di proposito. Nei primi anni avevamo un forte gruppo di donne dell’Est Europa nella lista e alcune di loro non si sentivano molto a loro agio con il termine femminismo – per i motivi più disparati. Lo stesso valeva anche per alcune donne più giovani di quel periodo. Oggi il termine “femminismo” sta tornando di moda, con Beyoncé che indossa sul palco una maglia con la quella parola che inizia per f o le questioni femministe discusse negli show televisivi (come I love Dick, un programma tratto dall’influente libro di Chris Klaus). Persino nel team di moderatrici abbiamo opinioni diverse su questo punto – alcune di noi si dichiarano pubblicamente delle femministe, altre lavorano a modo loro verso lo stesso obiettivo.

Penso che usare qiesta parola non sia tanto importante quanto avere gli stessi obiettivi politici: aumentare la visibilità delle donne, guadagnare lo stesso stipendio per gli stessi lavori (questo vale anche per i freelance nel mondo dell’arte), liberarsi dei preconcetti maschili, tra cui argomenti che solitamente venivano visti come femminili e di conseguenza meno validi nell’arte ecc. Specialmente nei primi tempi ci siamo esplicitamente chieste se ci saremmo dovute chiamare “una mailing list femminista”, ma abbiamo concordato che fosse più importante essere solidali piuttosto che fissarsi su un termine. Per quanto riguarda l’intersezionalità, in lista abbiamo un variegato gruppo di donne di ogni età provenienti da tutto il mondo. Naturalmente c’è sempre un margine di miglioramento dato che quelli che lavorano con la tecnologia tendono ad essere i più privilegiati, ma non si può generalizzare.

Anna Gorchakovskaya: Quali sono i problemi che i membri di FACES devono affrontare nel mondo della tecnologia? Quali strategie applicate per fornire supporto e opportunità ai vostri iscritti, in modo da accrescerne la visibilità?

Kathy Rae Huffman: Non credo che stiamo cercando di accrescere la visibilità di nessuno. Il supporto deriva dal processo comunicativo con altre donne. Le opportunità vengono offerte tra quelle che si iscrivono a FACES…come moderatori, in linea di massima non facciamo molto.

Valie Djordjevic: Non sono molto d’accordo con Kathy su questo punto. In un certo senso quello era uno dei nostri primi obiettivi sin dall’inizio, a mio avviso – e l’ha detto anche prima “Dove sono le donne”? – Quindi direi che stiamo accrescendo la visibilità dei nostri membri tramite il networking e la comunicazione e il supportarsi a vicenda, nel senso che c’è una conoscenza reciproca dei propri lavori e ci si invita ad eventi, per esempio. Certo, non è qualcosa che noi facciamo in quanto moderatori, ma è un risultato della coesione dell’intera mailing list, qualcosa che è rende possibile la community, non i moderatori.

Anna Gorchakovskaya: Il vostro scopo è cambiato molto nel corso degli anni? Sentite di avere nuovi problemi da affrontare adesso?

Kathy Rae Huffman: Forse il problema più grande è che ci sono bisogni precisi che le donne sentono ancora, e questa mailing list non è impostata per aiutare nessuno, piuttosto si tratta di un posto dove condividere, cercare collaborazioni e, qualche volta, anche promuovere opportunità. In qualità di moderatrici e fondatrici di FACES, ognuna di noi è andata avanti facendo altre cose, tutte molto impegnate con le nostre vite personali e professionali, mentre la community ha continuato ad ampliarsi così tanto da non riuscire più a mantenere la stessa connessione personale che avevamo una volta con ognuna delle iscritte a FACES. Ora è una scena molto più dissipata, dislocata tra tre città (Budapest, Vienna e Berlino). Come moderatrici, non abbiamo trovato il tempo di pensare a nuovi modi per usare la mailing list.

Anna Gorchakovskaya: Durante l’assemblea a Graz nel 2017 avete annunciato un prossimo manifesto che dovrebbe essere pubblicato nel 2018. Potreste anticipare alcune delle disposizioni di questo documento?

Kathy Rae Huffman: Il manifesto è stato proposto da Marina Griznic, una delle donne che erano presenti all’assemblea. Ma non fa parte del nostro ruolo imporre alcun manifesto alla mailing list.

Valie Djordjevic: Il testo è più un risultato dell’insoddisfazione data dal fatto che la posizione delle donne sta cambiando troppo lentamente. Noi (o almeno alcune di noi) non avremmo mai pensato che 20 anni dopo aver fondato la mailing list avremmo ancora avuto la necessità di uno spazio per sole donne. La mancanza di rappresentanza delle donne è ancora presente: nell’arte, nella politica, in tutti i campi. Il movimento #metoo nel 2017 e nel 2018 ha mostrato quanto il sessismo sia radicato nella società anche in paesi che si considerano sviluppati. C’è ancora tanto da fare per ottenere lo stesso tipo di rappresentanza, potere economico e anche solo riconoscimento, degli uomini. Le cose stanno cambiando, ma troppo lentamente.


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