La Kunsthalle Mulhouse, Mulhouse - France
13 / 02 / 20 - 26 / 04 / 20

“In passato l’uomo è stato il primo; in futuro il sistema deve essere il primo” scriveva Frederick W. Taylor in The Principles of Scientific Management nel 1911. Dalla sua gestione scientifica del lavoro alla gestione algoritmica di Amazon/Uber/Deliveroo, l’evoluzione è stata principalmente tecnologica, mentre sul piano ideologico si nota certa una continuità. Il pensiero di Taylor si basava su un deprezzamento delle competenze umane a favore di una sistematizzazione del lavoro da svolgere: “il rimedio a questa inefficienza sta nella gestione sistematica, piuttosto che nella ricerca di qualche uomo insolito o straordinario”.

Ora, mentre sempre più capacità che si pensava fossero umane sono applicabili alle macchine, come si può pensare a un lavoro che da tempo caratterizza l’uomo? Che cos’è il lavoro nell’era digitale globalizzata? Da un lato, un crescente taylorismo algoritmico – l’estrema divisione del lavoro tra “click-worker”- e, dall’altro, una persistente illusione macchinica – molti dei compiti che si pensa siano svolti dai computer sono in realtà svolti dagli esseri umani in modo più o meno occulto.

Nell’era della gestione algoritmica, che dire della misurazione delle prestazioni e degli strumenti di ottimizzazione dei lavoratori? Inoltre, in quella che oggi viene chiamata “economia dell’attenzione”, non sono più solo i lavoratori a lavorare: qualsiasi attività online rischia di aumentare l’accumulo di capitale dei giganti di Internet attraverso la sua mercificazione. Tutti i dati sono monetizzabili. Ogni utente di internet è redditizio. Essere online = lavorare?

Oltre al lavoro, l’arte è l’altra attività tradizionalmente utilizzata per qualificare gli esseri umani in quanto tali, anche se questa idea è sempre più messa in discussione dai ricercatori di intelligenza artificiale.

Algotaylorism riunisce tredici artisti e collettivi che operano tutti all’interfaccia uomo-macchina e hanno preso questa interazione come oggetto di ricerca e come strumento produttivo. Come indica il titolo, la mostra si concentra quindi sulla questione del taylorismo algoritmico, che è la divisione del lavoro portata all’estremo con la riduzione del gesto operaio a un click e che sembra prefigurare la fine del lavoro salariato come la struttura dominante del lavoro.

Attention economy e lavoro inconsapevole; gestione algoritmica; microlavoro e artifici dell’intelligenza artificiale, nonché  proposte per una società non centrata sul lavoro nei suoi diversi capitoli. Gli interventi umani e le performance sono qui accoppiati con un sacco di codici sotto forma di software text-to-speech, applicazioni di consegna, alberi di decisioni, un reddito di base della comunità, l’estrazione ecologica di una criptovaluta di ispirazione marxista e alcuni avatar che popolano alcuni degli schermi.

Algotaylorism è anche l’occasione per approfondire l’idea, ormai relativamente diffusa, che il lavoro tende ad assomigliare sempre più alla pratica artistica, dato il numero esponenziale di lavoratori autonomi, mentre gli artisti agiscono sempre più come imprenditori. Siamo passati da Never Work (non lavorare mai) di Debord a Ever Work (lavorare per sempre)?


kunsthallemulhouse.com