Canadian Cultural Centre, Paris
05 / 02 / 20 - 17 / 04 / 20

Abbiamo insegnato tutto alle macchine. Oggi apprendono da sole. Il mondo digitale lo chiama “machine learning”. Sempre più artisti collaborano con le macchine per produrre opere.  Non sarebbe ora di considerare il valore dell’insegnamento che queste macchine di vario genere profondono su di noi adesso che un numero sempre maggiore di artisti fa uso del potenziale creativo delle tecnologie, prendendo inoltre in considerazione i mondi immaginari e le estetiche che ispirano o producono?

Human Learning. What Machines Teach Us è una mostra che documenta il mondo utilizzando le tecnologie che lo plasmano. I lavori presenti nella mostra hanno molteplici stili: apparecchi interattivi che ci insegna la loro accessibilità, installazioni generative con processi completamente autonomi e creazioni digitali fatte di forme altrettanto digitali.

Il concetto di intelligenza artificiale si è sviluppato nel 1950. Serviva come mezzo di un mondo immaginario che fu subito adottato da scrittori di fantascienza che ritenevano le macchine capaci di “pensare”. Nel 1980, nacque l’idea che le macchine potessero apprendere autonomamente per deduzione. Questo è conosciuto come “machine learning”. Infine, all’ inizio del millennio, il termine “deep learning” fu utilizzato per indicare il trattamento da parte dei computer di una grande quantità di dati.

Abbiamo insegnato tutto alle macchine e continuiamo ad aggiornarli così che possano perseguire il “desiderio” di autonomia che vorremmo garantirgli. Non è forse giunta l’ora di iniziare a pensare che anche noi impariamo da loro osservando le loro particolarità o qualità? Se c’è una comunità che osserva il mondo per donarci le interpretazioni del suo cambiamento, è proprio la comunità artistica.

Gli artisti hanno sempre utilizzato gli strumenti e i materiali del loro tempo. Pertanto sono in aumento quelli che si stanno aprendo al potenziale creativo delle tecnologie digitali che inoltre vengono utilizzate dai ricercatori nei loro laboratori. Così facendo accettano quello che le macchine offrono loro e allo stesso tempo aggiungono un elemento di imprevedibilità alle loro creazioni. A volte prendono le distanze dalle loro opere e questo fa si che le loro modalità d’azione vengano osservate meglio.

Macchine e robot sono inoltre i soggetti di fotografie o film che altri artisti producono per stimolare in noi nuove forme di empatia. Non è  un’applicazione o un servizio che non funziona non appena lo si apre. Dai filtri con effetti speciali dei software del mercato di massa alle reti di neuroni artificiali che gli artisti condividono con i ricercatori. Entrambi apprendono e si appropriano di queste tecnologie stando spalla a spalla con esse.

Siamo parecchio vicini ai lavori che emergono dall’uso e/o dall’osservazione delle tecnologie che modellano il nostro rapporto con il mondo, con gli altri e con noi stessi. Approvare le tecnologie presenti nelle nostre vite ogni giorno in un contesto artistico ce le fa figurare in modo diverso. Sapendo che è attraverso il contatto con gli altri che costruiamo noi stessi, è giunto il momento di pensare al “meccanico” che frequentiamo sempre più spesso senza esserne troppo consapevoli. Dedicare una mostra alle macchine e alle idee o all’estetica che ne deriva equivale ad accettarne gli insegnamenti.


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