Nei prossimi cinque anni, l’utero artificiale diventerà una realtà nella medicina. L’ectogenesi, ovvero la gestazione esterna all’utero, è sempre più praticabile per gli embrioni umani. Condurrà a un’utopia femminista, o rappresenta la nuova manifestazione di una secolare fantasia maschile? La questione ha occupato le menti di femministe, scrittori di fantascienza e scienziati per decenni, ed è riemersa quando un assegno di ricerca di €2,9 milioni del programma Horizon 2020 dell’Unione europea è stato conferito a un team di ricercatori dei Paesi Bassi per lo sviluppo di un prototipo di utero artificiale.

Ectogenesi (dal greco ecto, esterno, e genesis, nascita) è un termine che in futuro si potrebbe sentire molto spesso. Coniato per la prima volta nel 1923, si riferisce in generale alla crescita di un organismo in un ambiente artificiale esterno al corpo. Negli ultimi mesi, l’ectogenesi è diventata oggetto di un crescente dibattito pubblico nei Paesi Bassi, a seguito dell’annuncio da parte di scienziati olandesi della Eindhoven University of Technology della possibilità di un prototipo entro i prossimi cinque anni.[i] A sostegno di questa affermazione, un assegno di ricerca europeo di €2,9 milioni conferito nell’ottobre del 2019 per lo sviluppo in clinica di un prototipo funzionante.

Gli attuali sviluppi nella progettazione del prototipo di utero artificiale fanno parte della più vasta storia di tecnologie riproduttive, che comprende i contraccettivi e la fecondazione in vitro (FIV). Lo sviluppo dell’utero artificiale rientra inoltre nella più ampia storia dell’utero come luogo di disputa e sfruttamento. L’utero trascina con sé un cambiamento storico predominante nelle società occidentali. Nel suo libro di rilievo, Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria (2004), Silvia Federici documenta esaurientemente come il controllo sull’utero è stato cruciale per la fondazione del capitalismo.[ii] Elementi chiave dello sviluppo del capitalismo in Europa sono stati la colonizzazione, la tratta atlantica degli schiavi, l’espropriazione dei contadini europei dalle proprie terre, e il controllo repressivo del corpo delle donne, compreso il lavoro (riproduttivo) non retribuito. Federici documenta come l’accumulazione primaria dei capitali ha significato lo sviluppo di una nuova divisione sessuale del lavoro, soggiogando il lavoro e la funzione riproduttiva delle donne alla produzione della forza lavoro. Inoltre, ha dato forma alla costruzione di un nuovo ordine patriarcale, basato sull’esclusione delle donne dal lavoro retribuito e sulla loro subordinazione agli uomini, così come alla meccanizzazione dei corpi femminili come macchine per la produzione di nuovi lavoratori, compresa la criminalizzazione dell’aborto. Come sostiene Federici, le donne dovevano produrre forza lavoro per le fattorie e le officine, e carne da macello per le guerre imperiali. Lo sviluppo di un utero artificiale si posiziona e rientra anch’esso nella storia capitalistica del lavoro.

L’utero artificiale

Per chiarire, non stiamo parlando di un utero artificiale funzionante in tutto e per tutto. Né stiamo parlando di parto automatizzato. Il prototipo olandese in arrivo sarà più simile a un contenitore a forma di sacca che immerge in fluidi un bambino nato in modo estremamente prematuro, e fornisce ossigeno e sostanze nutritive attraverso una placenta artificiale collegata al cordone ombelicale del neonato. Di fatto, “utero artificiale” è un termine un po’ improprio, o comunque più un’ambizione che una realtà. Il prototipo in fase di sviluppo rappresenta più di un passo verso la crescente artificializzazione della riproduzione biologica, che fornisce ai bambini un ambiente che simula condizioni fisiologiche. In sintesi: è una nuova tipologia di incubatrice finalizzata a intervenire nell’alto numero di decessi annuali di bambini prematuri. Pertanto, qualsiasi idea di gestazione esterna all’utero di un feto pienamente sviluppato appartiene, almeno per ora, al mondo della fantascienza e al design e all’arte speculativi.

L’arte imita la vita

Come recita la famosa frase scritta da Oscar Wilde nel 1889, “La vita imita l’arte più di quanto l’arte non imiti la vita”. L’immaginario artistico e romanzesco gioca un ruolo cruciale nello sviluppo di nuove tecnologie e pratiche. Infatti, il mondo fantastico (e scientifico) e dell’arte (speculativa) interessa la vita reale. E, in questo caso, interessa moltissimo. Un’immagine del prototipo di utero artificiale (Fig. 1.) è diventata virale in oltre 3 milioni di ricerche online, annunciandone lo sviluppo. Hendrik-Jan Grievink e Lisa Mandemaker, designer dello studio Next Nature di Amsterdam, hanno progettato un prototipo in collaborazione con il team di professori e ricercatori premiati del Máxima Medical Centre di Eindhoven e con gli scienziati della Eindhoven University of Technology.

Il prototipo è stato fotografato nel corso dell’acclamata Dutch Design Week del 2018, dove è stato presentato per la prima volta come esempio di design-for-debate dal professor Guid Oei. È molto probabile che non sarà usato per aiutare a crescere i bambini prematuri. Al contrario, ci ha dato un’impressione preliminare del primo utero artificiale per gli esseri umani nel mondo. Subito dopo aver ricevuto un assegno di ricerca dall’UE, il professor Oei ha spiegato: “Nel corso dei prossimi cinque anni, condurremo ulteriori ricerche e testeremo queste tecnologie in una collaborazione europea, e continueremo a svilupparli finché non riusciremo a realizzare un prototipo di un utero artificiale.”[iii]

Design olandese

Storicamente i designer olandesi, tra cui nella fattispecie Hella Jongerius, Tejo Remy, Piet Hein Eek, Jan Konings e Jurgen Bey, hanno occupato una posizione stimata come pionieri globali e pensatori in anticipo. E forse il più conosciuto, il collettivo Droog Design fondato da Renny Ramakers e Gijs Bakker, rappresenta l’inizio dell’avanguardia dei designer olandesi nei primi anni Novanta. Per molto tempo le loro creazioni hanno dato l’esempio di un design critico, ironico, concettuale, guidato dalla responsabilità sociale ed etica dei designer. Facendo eco all’approccio critico e concettuale del loro ambito, i designer presenti al Next Nature hanno avviato un progetto di ricerca con il supporto del design per esplorare “l’impatto della tecnologia sulla riproduzione biologica, il genere e la famiglia”.[iv] Una parte di questo progetto è una mostra di design speculativo dedicata al tema della riproduzione artificiale in collaborazione con la Eindhoven University of Technology. Intitolata Reprodutopia, la mostra è stata inaugurata nell’ottobre del 2019 alla Droog Gallery ad Amsterdam. Next Nature ha scritto che la mostra Reprodutopia “è travestita da clinica del futuro che presenta visioni concettuali-stimolanti sulle tecnologie riproduttive di artisti e designer… C’è il bisogno urgente di discutere sul modo in cui la tecnologia altera radicalmente il nostro modo di pensare la riproduzione, il genere, le relazioni e l’amore nel 21esimo secolo. Se vogliamo riscrivere la storia dell’uomo, assicuriamoci che diventi una storia che favorisca tutti”.[v]

Il design speculativo riflette sulle preoccupazioni e sui desideri sociali del presente immaginando realtà future. La missione del design può essere quella di promuovere un dibattito e, nel caso del Next Nature, di immaginare scenari tecnologici futuri per porre domande sulle attuali conseguenze etiche e sociali. E quale miglior tempismo. Nel 2017, un gruppo di scienziati di Philadelphia ha mantenuto in vita in un utero artificiale un agnello prematuro. E nel 2018 sono nate Lulu e Nana, le prime “neonate cinesi con DNA modificato” che saranno immuni all’infezione da HIV. I medici hanno ammesso di aver modificato geneticamente gli embrioni di DNA. Senza dubbio, la riproduzione e il parto sono alla soglia di un enorme cambiamento tecnologico e pretendono la nostra attenzione collettiva.

Origini eretiche

Dalla sua nascita come termine e aspirazione futura, l’ectogenesi ha toccato un punto dolente. Nel 1923 la Heretics Society dell’Università di Cambridge invitò John Haldane, un biologo britannico e pensatore radicale, per tenere una lezione nel corso di uno dei loro famigerati cicli di conferenze. La Heretics Society era intesa come un luogo sicuro per i pensatori radicali, dove mettere in discussione le autorità e i dogmi religiosi e dare voce alle loro menti anticonformiste. Tra gli invitati c’erano Jane Harrison e Virginia Woolf. Haldane espose la parte cruciale della sua lezione dalla prospettiva di uno studente di biologia dell’anno 2073, il quale affermava che in quell’anno l’ectogenesi sarebbe stata universale. “L’effetto sulla psicologia umana e sulla vita sociale della separazione tra l’amore sessuale e la riproduzione non è affatto soddisfacente. La vecchia vita familiare aveva certo un buon motivo per encomiarla” rammentava il futuro studente.[vi] Tuttavia, spiegava Haldane, l’ectogenesi ha dei vantaggi: “La piccola percentuale di donne e uomini selezionati come antenati per la prossima generazione è senza dubbio così superiore alla media che il progresso di ogni generazione sotto tutti gli aspetti, dall’aumento del consumo di musica di alta qualità alla diminuzione delle condanne per furto, è davvero sorprendente.”[vii] Se non fosse stato per l’ectogenesi, sosteneva Heldane, “non c’è dubbio che, entro un tempo misurabile, la civiltà sarebbe collassata in quasi tutti i paesi, a causa della maggiore fertilità dei membri della popolazione meno desiderabili.”[viii] Haldane, comunista dichiarato, provocò di proposito i suoi ascoltatori con il racconto speculativo ante litteram di un futuro dello Übermensch (l’Oltreuomo) preselezionato e privilegiato.

Il Baby Business

Dove ci portano le immaginazioni dei designers, considerando il dibattito che l’ectogenesi continua a suscitare? Per i visitatori di Reprodutopia il futuro sembra una clinica mobile, un incrocio tra una struttura medica privata di alto livello e il Genius Bar di un Apple store. I suoi dipendenti, in lunghi camici bianchi, hanno offerto una consulenza personalizzata di self-help, per progettare il vostro futuro riproduttivo. L’elemento centrale era il prototipo di utero artificiale di Next Nature, presentato da Oei alla Dutch Design Week: una collezione di cinque sfere sintetiche, grandi come sedie a sfera da ufficio, appese al soffitto.

In particolare, i principali ricercatori medici del progetto dell’utero sono un cast tutto maschile: Prof. dr. Frans van de Vosse, Prof. dr.ir. Loe FeijsProf. dr. Guid Oei. Il genere è degno di nota in questo caso. Fare scienza e progettare un utero artificiale speculativo consiste in atti situati e incarnati. Le “conoscenze situate”, un termine coniato dall’autrice femminista Donna Haraway nel 1998, descrive i livelli ontologici, epistemologici, politici ed etici correlati e inseparabili.[ix] Haraway sosteneva che tutte le conoscenze sono situate. La scienza è un’azione, e quest’azione è fatta da corpi. I corpi sono marcati, e la marcatura è sempre determinata dal loro ruolo nelle “società scientifiche e tecnologiche, postindustriali, militarizzate, razziste e a dominanza maschile”.[x] Vale a dire che la scienza, in quanto atti di conoscenze incarnate e situate, è sempre oberata dai rapporti di potere esistenti.

Jeffrey Baker scrive in The Machine in the Nursery (1966) che, nei primi giorni di sviluppo dell’incubatrice, in Europa, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta dell’Ottocento, molti dottori e scienziati credevano che l’incubatrice dovesse essere, come l’utero, un sistema chiuso contenente fluidi caldi e impenetrabile alla luce. I primi tentativi di creare un utero artificiale erano accompagnati dal pensiero condiviso di molti ostetrici, secondo cui “le stesse madri, con le loro abitudini antigieniche, il comportamento irresponsabile e la preoccupazione ansiosa, potrebbero mettere in pericolo i loro neonati – un pericolo che potrebbe essere contenuto mettendo stabilmente l’utero-incubatrice nelle mani dei medici”.[xi] Evidentemente, ci sono anche rapporti di potere in gioco nella ricerca sull’ectogenesi e sulle sue speculazioni progettuali. Innanzitutto, i corpi delle donne come luoghi di contestazione in corso che, allo stesso tempo, si inseriscono in una gamma di questioni politiche ed etiche, considerazioni sul parto, la riproduzione, la cura genitoriale, il sesso, le relazioni e, ovviamente, la maternità.

La teorica culturale, Valeria Graziano, formula un’argomentazione acuta che vale la pena citare:

“Per troppe donne, la maternità non è ancora una scelta, perché le opzioni di contraccettivi e di un aborto sicuro non sono ancora a loro disposizione… Per troppe donne, la maternità non è una scelta, perché sono costrette a farne l’unico ruolo sociale disponibile per loro. Per troppe donne, la maternità è una scelta, si, ma di rinunciare ad altre abitudini, studio, lavoro, progettare, partecipare alla politica o alla vita delle loro comunità, semplicemente perché le gioie della maternità sono tutto ciò a cui dovrebbero aspirare mentre faticano continuamente nei solitari lavori domestici. Per troppe donne, la maternità può solo avere la forma di un amore sacrificale, perché si logorano destreggiandosi fra le esigenze di farsi una vita, di rispettare la burocrazia, di far fronte alla scarsezza di cure mediche. La maternità non è affatto un’opzione. Nel celebrare la maternità come orizzonte politico, potremmo non sapere ancora come immaginarla, se come una capacità collettiva piuttosto che individualizzante, e anche come qualcosa che, a volte, vale la pena rifiutare.” [xii]

Infatti, come possiamo re-immaginare, collettivizzare, e riprogettare la riproduzione sociale? Sophie Lewis, ricercatrice sulla maternità surrogata e autrice, scrive: “centinaia di migliaia di donne muoiono ogni anno a causa della gravidanza”.[xiii] Negli Stati Uniti quasi mille persone muoiono durante il parto e altre 65 mila si avvicinano pericolosamente alla morte. Nel suo libro Full Surrogacy Now[xiv], Lewis spiega: “La situazione è sociale, non semplicemente ‘naturale’. Le cose stanno così per ragioni politiche ed economiche: noi le abbiamo fatte così”. La gestazione può essere un business mortale. In genere, una gestazione più sicura è sempre stata un privilegio degli agiati. Quindi, quando l’utero artificiale verrà sviluppato, sarà importante sapere chi progetterà e dirigerà questi processi, e chi ne beneficerà.

Testicoli, o il desiderio patriarcale di controllare la riproduzione

La prima cosa da notare del prototipo dell’utero artificiale è che quel gruppo di sfere color carne assomiglia stranamente a dei testicoli che ciondolano. È importante, e tragicomico, che il prototipo somigli più a dei testicoli penzolanti che alla forma, ad esempio, di un utero. Le sfere inoltre evocano, non a caso, immagini dell’homunculus alchemico. Il desiderio di progettare un utero artificiale, o un utero-replica se si vuole, è un sogno secolare nella storia della scienza medica. Le sue origini risalgono ai primi automi, quando gli alchimisti medievali si rannicchiavano attorno a contenitori di vetro cercando di evocare degli uomini in miniatura in piccole bottiglie. Alcuni alchimisti medievali amavano credere che un homunculus potesse avere poteri superiori, e diventare un essere spiritualmente puro e limpido, e quindi una versione migliore dell’essere umano.

L’utero artificiale attinge a diverse versioni e interpretazioni passate della storia dell’homunculus. Per alcune femministe, l’homunculus rappresenta la rimozione della donna dalla riproduzione sessuale grazie alla tecnologia: uomini capace di creare esseri viventi senza bisogno delle donne. Altre riflettono con ottimismo sulla prospettiva della riproduzione artificiale, vedendola come una tecnologia femminista che riuscirebbe a liberare le donne dai rischi di salute legati al portare in grembo e partorire i figli, riassegnando l’autorità alle donne, rendendole libere dai vincoli del loro corpo e dai cosiddetti “orologi biologici”. Le femministe della seconda ondata avvertono che potrebbe liberare ma anche reprimere, soprattutto se le condizioni di disparità tra i sessi rimangono invariate. La scrittrice Shulamith Firestone, pur essendo una delle maggiori sostenitrici della tecnologia dell’utero artificiale, scrisse nel 1970 in The Dialectic of Sex che “nelle mani della società attuale non c’è dubbio che la macchina potrebbe essere usata, e viene usata, per intensificare il sistema di repressione e aumentare il potere costituito”.[xv]

In ogni caso, gli sviluppi attuali delle tecnologie riproduttive emergenti si riallacciano alle precedenti visioni immaginarie dell’homunculus. E l’homunculus, a sua volta, riprende quella persistente fantasia maschile di possedere un potere simile a quello di un dio: la vita creata artificialmente. Questo per dire che il prototipo di utero artificiale inaugura una tradizione tecnologica pronta ad introdurre la gestazione senza un “proprietario” biologico, il più grande artificio di un dio. Le storie speculative che raccontiamo sul futuro della riproduzione, anche se immaginata sotto forma di design-fiction, narrata nella fantascienza o rappresentata nei film, sono incorporate e incastonate, provengono da qualche parte e sono intrecciate in rapporti di potere consolidati e continui e in fantasie secolari.

Il che solleva la questione: quali pensieri sul futuro riproduttivo evoca il prototipo dell’utero artificiale? E chi ne trae vantaggio? Forse un testo umoristico scritto da Next Nature può dare una risposta a queste domande. Stampato su carta rosa chiaro, il lettore trova una selezione di pubblicità fittizie in stile Craigslist nella brochure della mostra Reprodutopia. Si leggono come una serie di annunci di incontri dal futuro, inseriti da persone alla ricerca di co-genitori (Fig. 4). Si legge: “Baires, 19: cerco un partner per crescere undici figli. Perché undici? È il numero che mi serve per creare la mia squadra di calcio.”

Reprodutopia—Reprodistopia

Usando umorismo ed esagerazione, Reprodutopia offre una varietà di oggetti di design speculativo sul tema della riproduzione artificiale. Prendiamo per esempio il Parenting Kit (2018), progettato da Next Nature, disponibile anche nelle versioni Mono, Duo e Poly. Il suo design somiglia molto a un incrocio tra un test del DNA online e i pacchetti software. La descrizione invitava i visitatori a immaginare un futuro in cui ognuno di noi potrà mandare un campione di pelle a un laboratorio futuristico e attraverso un processo chiamato “gametogenesi in vitro” le nostre cellule cutanee si trasformerebbero sia in sperma che in ovuli, e potremmo fecondare noi stessi per creare un bambino. Il Parenting Kit consente di avere un figlio senza un partner genetico, con un partner dello stesso sesso, o con un gruppo di persone che insieme contribuiscono al 100% del materiale genetico necessario per la gametogenesi in vitro. Il Kit, come da descrizione, permette di far emergere e favorire diverse forme di genitorialità, e di armeggiare e assemblare un cocktail accurato di materiale genetico per creare prole, sollevando di nuovo lo spettro dell’Oltreuomo di Haldane e della creazione di bambini personalizzati.

A quanto pare l’ambiente sterile delle cliniche di fertilità del futuro è un terreno adatto per la ritualizzazione delle merci e del commercio, come testimoniato dal Virgin Parent Ring (2019) e da Lab Romanticism (2019), [xvi] altri due oggetti di design presentati alla mostra. In teoria, la riproduzione artificiale permetterebbe un concepimento incontaminato: le vergini potrebbero crescere un figlio all’interno dell’utero artificiale, come se fossero la Vergine Maria e Giuseppe ma contemporanei. Questa possibilità ha ispirato il design del Virgin Parent Ring. L’anello presenta le parole “genitore vergine” incise all’esterno e può essere acquistato nella clinica di riproduzione del futuro e scambiato tra “genitori che sono orgogliosi di essere vergini”, come spiega il testo della mostra. A sua volta, Lab Romanticism offre ai futuri genitori consapevoli un assortimento di rituali romantici per dare un po’ di colore alla procedura medica “distaccata” della riproduzione artificiale e della sterilità delle cliniche di riproduzione del futuro. Come il Virgin Parent Ring, si “aggiornano” le vecchie pratiche romantiche e rituali semi-religiose. Si includono attività come accendere le candele, raccogliere la sabbia in un mini-giardino zen e scambiare gli anelli per offrire ai futuri genitori “un’esperienza significativa”.

 Reprodutopia allude alla perpetuazione e alla diffusione del neoliberalismo nelle cliniche di riproduzione artificiale del futuro e al persistente conservatorismo dell’imperativo romantico. Si riferisce alla paura di essere controllati dal destino esemplificata da nuove forme di eugenetica e bambini costruiti artificialmente. Nonostante la loro importanza, questi argomenti sono come il vino vecchio nelle botti nuove. Se l’utero artificiale è destinato ad aiutare tutti in una futura Reprodutopia o, prima di tutto, a liberare le donne, allora dobbiamo favorire una proliferazione delle relazioni sentimentali e di cura e re-immaginare in modo radicale l’attuale posizione degli uomini nella creazione e nell’educazione dei bambini. Condividere un momento romantico nella clinica del futuro potrebbe essere un’esperienza preziosa per alcuni; dopotutto, condividere le gioie è facile. Ma che ne dite di condividere il duro, estenuante, ripetitivo e spesso ingrato lavoro di educazione dei bambini?

Maternità collettivizzata

Ciò di cui abbiamo bisogno sono visioni speculative su come gli attuali sistemi di limitazione della riproduzione potrebbero cambiare con la comparsa dell’utero artificiale. Abbiamo bisogno di immagini radicali su come l’utero artificiale potrebbe scuotere i concetti culturali di maternità e famiglia nucleare, il nodo centrale dell’educazione dei bambini. Nei prossimi 10 anni gli uteri artificiali potrebbero diminuire i rischi mortali legati alla gravidanza e al parto, ma come potrebbe cambiare (nel bene o nel male) i ruoli di genere all’interno della società a lungo termine? La cura e la nascita dei bambini sono attività che sono state assegnate alle donne per motivi biologici. All’interno delle culture capitaliste, eteronormative e patriarcali la cura e l’educazione dei figli sono state imposte storicamente alle donne in quanto lavoro non retribuito. Pertanto, le domande su cosa potrebbe cambiare per gli uomini con la riproduzione artificiale sono di primaria importanza. Potrebbe alleviare l’espropriazione patriarcale capitalista e lo sfruttamento dei corpi delle donne? Potrebbe intaccare l’eteronormatività? O più semplicemente, potrebbe cambiare alcune pratiche persistenti come il lavoro domestico non retribuito, il divario salariale basato sul sesso e il cosiddetto soffitto di cristallo? Quali sono i suoi limiti in termini di incontri, sesso e parità? E quali altri cambiamenti sociali si possono immaginare se l’utero funzionasse come uno strumento da noleggio per la maternità surrogata personale? Inoltre, quali nuove forme di sfruttamento ed espropriazione capitalista potrebbero introdurlo? O più preferibilmente, quali modalità radicali e collettivistiche di parentela potrebbero diventare immaginabili?

In effetti, i progettisti di Next Nature hanno ragione a insistere sulla necessità di un design speculativo e di un dibattito pubblico sugli utilizzi futuri di queste tecnologie. E va notato che Reprodutopia menziona la possibilità di una riproduzione multigenitoriale. Tuttavia, lascia inimmaginabili le implicazioni sociali e politiche di questa innovazione. In futuro avremo bisogno di immaginari dal design speculativo sempre più radicale (e per estensione artistico e fantascientifico) sul futuro economico e sociopolitico delle tecnologie riproduttive e sulle loro possibili implicazioni. Naturalmente l’utero artificiale non risolverà problemi sistemici profondamente radicati, ma il design speculativo e la narrativa di design offrono la libertà di entrare nel futuro dopo quel fatto. Mentre vagavo nella clinica di riproduzione artificiale del futuro di Reprodutopia mi sono venute in mente le parole di James Baldwin. In un contesto differente, una volta osservò astutamente: “la visione che le persone hanno del mondo che verrà non è altro che un riflesso, con distorsioni prevedibili del mondo in cui vivono.” [xvii] E quel mondo sembra, ahimè, non avere una visione di quel cambiamento radicale. Al contrario, allinea la riproduzione artificiale con l’efficienza, il controllo e la commercializzazione del mercato (con il business come al solito) e più che altro di una distopia riproduttiva.

L’autrice desidera ringraziare la dottoressa Natalie Dixon per le sue intuizioni, i suoi commenti e la sua ricerca su questo articolo.


networkcultures.org/contesting-capture-technology/

[i] Vedere: https://www.tue.nl/en/our-university/departments/biomedical-engineering/the-department/news/news-overview/08-10-2019-multimillion-grant-brings-artificial-womb-one-step-closer/

[ii] Silvia Federici, Caliban and the Witch: Women, The Body and Primitive Accumulation, Brooklyn, NY: Autonomedia, 2004.

[iii] Vedere: https://www.tue.nl/en/our-university/departments/biomedical-engineering/the-department/news/news-overview/08-10-2019-multimillion-grant-brings-artificial-womb-one-step-closer/

[iv] Next Nature Network, Reprodutopia, 2019, https://nextnature.net/projects/reprodutopia

[v] Ibidem

[vi] J.B.S. Haldane, “Daedalus of Science and the Future”, [lezione] Università di Cambridge, 4 febbraio 1923. Disponibile su: http://www.psy.vanderbilt.edu/courses/hon182/Daedalus_or_SCIENCE_AND_THE_FUTURE_JBS_Haldane.pdf

[vii] Ibidem

[viii] Ibidem

[ix] Donna Haraway, “Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective”, Feminist Studies, Vol. 14, No. 3. (Autumn, 1988), pp. 575-599. Available at: http://links.jstor.org/sici?sici=0046-3663%28198823%2914%3A3%3C575%3ASKTSQI%3E2.0.CO%3B2-M

[x] Ibidem

[xi] Claire Horn, “The History of the Incubator Makes a Sideshow of Mothering”, Aeon, June 3 2020, https://psyche.co/ideas/the-history-of-the-incubator-makes-a-sideshow-of-mothering

[xii] Valeria Graziano, post in Facebook-group Pirate Care Network, 8 May, 2020.

[xiii] Sophie Lewis, Full Surrogacy Now: Feminism Against Family, London & New York: Verso Books, 2019.

[xiv] Ibidem

[xv] Shulamith Firestone, The Dialectic of Sex: The Case for Feminist Revolution, New York, NY: Bantam Book, 1970.

[xvi] Lisa Mandemaker, Lab Romanticism (2019), https://www.lisamandemaker.com/

[xvii] James Baldwin, The Fire Next Time, New York, NY: The Dial Press, 1963.