NONE collective – gruppo artistico con base a Roma che si muove sul confine tra arte, design e ricerca tecnologica fondato da Gregorio De Luca Comandini,Mauro Pace, Saverio Villirillo – prosegue la sua indagine sulla dimensione umana, sulle macchine che esplorano lo spazio fisico, virtuale e l’inconscio, e utilizza la tecnologia in questo caso per riflettere sulla condizione quotidiana dell’umano, non in una visione antropocentrica, bensì offrendo allo spettatore uno spunto di riflessione sul presente e sul prossimo futuro.

La loro nuova opera J3RR1. Una tortura programmata è una normale macchina come molte altre. E’ un computer programmato per eseguire uno stress test continuo, ovvero una prova di prestazioni hardware, un benchmark. J3RR1privo di esitazioni fa ciò per cui è stato programmato, si sforza, si stressa per verificare le proprie performance, nella perenne ricerca di miglioramento delle proprie prestazioni,senza sapere quale sia l’utilità, il senso del proprio lavoro.

J3RR1. Una tortura programmataè stato in mostra fino al 1 luglio all’interno della sezione “Umano, sovraumano?” curata da Valentino Catricalà in collaborazione con la Fondazione Mondo Digitale per l’edizione romana di Human +. Il futuro della nostra specie al Palazzo delle Esposizioni, a cura di Cathrine Kramer, per una mostraconcepita e presentata per la prima volta da Science Gallery presso il Trinity College di Dublino.

Marco Mancuso: Mi descrivete il vostro nuovo lavoro J3RR1? Come nasce e come si colloca all’interno della vostra ricerca a cavallo tra arte, design e tecnologia? Quali feedback vi stanno arrivando dalla mostra al Palazzo delle Esposizioni?

NONE Collective: Da qualche anno portiamo avanti questo tipo di ricerca, per questo motivo abbiamo anche promosso da gennaio a maggio Simposio, un programma di incontri, performance e installazioni ad ingresso gratuito e senza scopo di lucro per approfondire il rapporto uomo macchina con artisti, critici, storici dell’arte, hacker e curiosi.

Solitamente l’approccio che si ha con la macchina è un misto di curiosità e diffidenza, definendo la macchina prima di tutto come uno strumento di dominio, di controllo, sia fisico che cognitivo.

Con J3RR1 siamo andati oltre, cercando di invertire il punto di vista “comune” e ponendoci come osservatori della macchina. Nello stesso modo in cui normalmente si osserva la natura, nella quale ci si identifica più facilmente, verso cui si sviluppa empatia, attribuiendole addirittura un’anima. Come ci si comporta invece davanti a qualcosa di artificiale? J3RR1è un prodotto dell’uomo, in questo senso artificiale, è un normale computer, un mini pc Asus,dotato di CPU, RAM e un disco. Ci siamo chiesti se fosse possibile provare empatia nei confronti di una macchina, da questa riflessione nasce l’opera.

Per quanto riguarda i feedback, il Palazzo delle Esposizioni e più in generale i musei italiani non hanno un pubblico abituato a confrontarsi con tematiche legate al digitale e alla macchina, per cui abbiamo recepito un mix di diffidenza e fastidio nei confronti della mostra, e parallelamente molta curiosità e interesse.

Marco Mancuso: Parlatemi dell’idea di stress testing per il sistema audiovisivo da voi costruito: qual è l’elemento di indagine del progetto e perché avete voluto focalizzarvi su questa idea?

NONE Collective: L’idea di stress testing nasce dalla necessità di trovare un modo per creare empatia con la macchina. Come può un essere umano identificarsi con una macchina? Abbiamo trovato dei punti di contatto con il nostro quotidiano e abbiamo provato a sottoporre la macchina ad una “tortura programmata”, che, in qualche modo, è una metafora della nostra vita, in cui rincorriamo degli obiettivi di cui spesso non abbiamo ben chiaro il senso, in una costante tensione per migliorarsi e migliorare le proprie performance.

Per questo abbiamo sottoposto J3RR1 ad uno stress test continuo, cioè ad un test programmato di verifica delle prestazioni hardware, quindi del CPU, della RAM, della memoria, un normale benchmark che si utilizza per quantificare le “skill” del computer.

Ogni mattina, appena il personale del museo lo accende, J3RR1 inizia il suo lavoro e inizia a stressarsi in maniera pianificata, inizia ad aumentare il calcolo, senza alcuna reale funzione, aumentando RAM, CPU, la scrittura sul disco in maniera ciclica, ogni giorno.

Marco Mancuso: Si osserva una corrispondenza diretta tra la fisicità della macchina e quella degli spettatori di fronte ad essa. Da un lato, il sistema tecnologico viene considerato un’entità viva, fatta di circuiti e algoritmi, soggetta a sforzo e malattia, malfunzionamento e usura, dall’altro le persone che con essa interagiscono sono elementi fondanti dell’opera stessa nel momento in cui con essa “dialogano” in maniera corporea e sensoriale subendo il calore che la macchina produce… 

NONE Collective: J3RR1è dotato di due dispositivi, uno visivo e uno sonoro, che sono stati inseriti per monitorare le funzioni vitali dell’unità. Come il medico ascolta il paziente con uno stetoscopio, così anche noi analizziamo le funzioni vitali della macchina attraverso due sensori, uno anteriore e uno posteriore, uno collegato alla luce, che varia d’intensità (calore) e velocità a seconda delle modifiche subite dalla RAM e dalla CPU; mentre il suono è associato alla scrittura disco. Questi due dispositivi sono stati inseriti all’interno di due tronchi piramidali a base quadrata rivestiti internamente di specchi, si crea un’illusione ottica nota come quadrisfera. Quando lo spettatore incontraJ3RR1avrà la percezione di guardare un volume sferico e luminoso molto più grande dello spazio in cui è contenuto.

Osservando la quadrisfera si scopre il proprio riflesso, lo stupore che s’innesca molto spesso crea il bisogno di usare un’altra macchina ancora, il proprio smartphone per fotografarsi. Si genera una dialettica tra la macchina riflessa e l’essere umano riflesso e tra questi due elementi si possono avere le reazioni più disparate: c’è chi viene disturbato da questi impulsi sonori e luminosi e subisce la stessa tortura impartita alla macchina, oppure chi entra in empatia con la macchina e non la sente più così lontana da sé.

Marco Mancuso: E’ possibile sviluppare un’empatia verso la macchina, così come voi stessi dichiarate nella presentazione del progetto? Che idea vi siete fatti, dopo anni di lavoro e di esperienza sul rapporto uomo-tecnologia?

NONE Collective: È un rapporto che tutti viviamo inevitabilmente, per necessità, per alcuni aspetti è una fortuna, l’utilizzo delle tecnologie da certi punti di vista semplificato, accelerato le nostre vite, ci ha aperto molte nuove possibilità. Il punto è se questa accelerazione, queste nuove possibilità portano un valore aggiunto per alleggerire l’essere umano dei propri oneri e permettergli più libertà, più tempo per sé, per le proprie passioni. Se invece anche la creazione di questo valore aggiunto diventa una prerogativa della macchina, ad esempio la composizione di una traccia musicale, o la scrittura di una poesia o una ricetta culinaria, la macchina stessa perde di senso; se le demandiamo il compito di riempire il tempo riservato alle nostre passioni diventa una forma di dipendenza per noi quanto uno spreco per la macchina, si finisce con il rincorrerla invece di usarla per semplificare le nostre vite. Come si può evitare? Dipende dalla consapevolezza che si ha nell’utilizzo della macchina, ci vuole un esercizio continuo per non cadere nella trappola del comfort infinito, per uscire dalla bolla e sviluppare uno spirito critico che ci renda consapevoli del limite tra queste due condizioni.

Marco Mancuso: Parliamo dell’idea di specchio e del rapporto identitario che si instaura in J3RR1 tra umano e non umano: l’immagine riflessa dell’elemento biologico all’interno dell’ecosistema tecnologico. La visione antropocentrica si spezza a favore di un approccio macchinico che esplora il mondo attorno a sé, il suo rapporto con le cose e con gli altri esseri viventi. Perché vi ha interessato lavorare su questo elemento e che potenzialità ci trovate in termini poetici e artistici? 

NONE Collective: Abbiamo sicuramente un rapporto molto stretto con la macchina, quindi ci è venuto naturale, parliamo con le macchine, le insultiamo, le amiamo se funzionano e le odiamo se non funzionano. Le potenzialità della ricerca sono infinite, ritroviamo questa stessa estetica in tutto l’immaginario di futuro distopico da Blade Runner a Black Mirror, però spesso si guarda alla macchina come un sostituto, un surrogato dell’uomo, qualcosa che ci somiglia e che ci può soppiantare, invece J3RR1 è visivamente diverso, è un oggetto, al limite del design, che non viene riconosciuto come simile. In termini di ricerca è stato approfondito moltissimo l’aspetto relativo all’errore della macchina, vedi il glitch ad esempio, quello che invece vorremmo approfondire sempre di più è l’identità della macchina.

Marco Mancuso: Quali potenzialità potrebbe avere J3RR1 dal punto di vista allestitivo e di mercato? Lo avete pensato per il mercato dell’arte contemporanea più espositivo e di collezionismo, o potrebbe avere uno sviluppo anche in termini installativi e ambientali? 

NONE Collective: J3RR1  è frutto di un processo di sintesi formale che stiamo portando avanti, siamo soliti costruire grandi installazioni immersive, invece J3RR1s’inserisce nell’ambito dell’oggetto artistico e di design, in questo senso sì, può entrare all’interno di spazi dedicati all’arte, può acquisire una commerciabilità, è un’opera vendibile, ed è sicuramente una novità per noi, pur continuando a mantenere quella caratteristica performante che ci contraddistingue. Può essere inserito in qualsiasi spazio, anzi, stiamo già lavorando per inserirlo in uno spazio in cui possa dialogare con l’attività dell’ambiente circostante in termini di luce, suono e qualsiasi altro effetto che possiamo immaginare.

Marco Mancuso: Quali sono i vostri prossimi progetti? Mi sembra che ormai la direzione dello studio sia quella di “separare” le attività artistiche da quelle commerciali e di ricerca, per poi restituire al pubblico un’immagine di studio che segue una ricerca integrata e organica…. 

NONE Collective: Sì, è decisamente così, prossimamente saremo in Brasile, a settembre per la precisione, con un progetto promosso da MADAI art, in uno degli spazi del Farol Santander, nell’ambito della Biennale di Arte Contemporanea di São Paulo, in cui verranno dedicati due spazi ad installazioni immersive, uno per un artista brasiliano, uno per un’artista internazionale in cui andremo a lavorare e rimarrà in esposizione per tre mesi. A fine settembre giochiamo in casa e saremo a Roma all’interno del programma di Romaeuropa Festival presso la Sala Santa Rita con GENESI.

Per quanto riguarda la direzione dello studio, crescendo abbiamo sentito la necessità di portare avanti la nostra ricerca per dare continuità al nostro percorso, quindi sviluppiamo lavori che rispecchiano la nostra estetica ma non abbiamo perso la capacità di calare i nostri progetti su commissione, per cui cerchiamo sempre, anche nelle grandi incarichi, di non perdere la nostra autorialità, cercando di traghettare il cliente verso “un’esperienza” più evocativa e artistica.


https://en.wikipedia.org/wiki/Stress_testing

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