Da ormai diverse settimane ha avuto inizio qui in Italia e in molti Paesi del mondo la cosiddetta Fase 2, una parziale riapertura dei luoghi pubblici, di vita e di lavoro, scandita da nuove norme e regolamenti. Cerchi, linee e frecce colorate ci indicano come muoverci, il tragitto da seguire, dove e come stazionare, ridisegnando la nostra mobilità e le nostre interazioni quotidiane.

Con l’idea di avviare una riflessione sull’utilizzo dello spazio pubblico – che si trova oggi ad essere sempre più normato, limitato e ridotto – dal 2014 Paolo PatelliGiuditta Vendrame, attraverso il progetto Friction Atlas raccolgono, classificano e rendono visibili leggi, norme e dispositivi che regolano il modo in cui le persone si muovono e si incontrano nello spazio pubblico.

Nella metropoli contemporanea, evoluzione della città borghese nata con l’affermarsi del capitalismo commerciale, la gestione e il monitoraggio degli individui è tanto capillare quanto invisibile e inintelligibile. La forza degli algoritmi e dei dispositivi di controllo digitali può fare affidamento su strumenti molto meno evidenti ma altrettanto efficaci. Come evidenziato dai due artisti «attraverso il semplice atto di camminare e muoversi all’interno della città ogni individuo entra a far parte di un sistema di regole e vincoli che ne regolano la circolazione», una serie di norme così pervasive e interiorizzate che vengono spontaneamente performate ogni giorno da miliardi di persone. Le nuove esigenze dettate dall’emergenza sanitaria hanno però richiesto una presenza manifesta e tangibile del potere e della legge. Le norme devono essere rese visibili, leggibili e azionabili da tutti. Un capovolgimento di paradigma solo apparente che ci offre però un importante occasione per riflettere e prendere coscienza delle nostre azioni quotidiane e della capacità che queste hanno di riformare e manipolare lo spazio pubblico.

Le coreografie ed i diagrammi che compongono Friction Atlas diventano allora un invito ad interrogarsi e a giocare con questi nuovi dispositivi – nei limiti della tutela e della cura collettiva – per fare sì che questi non diventino un’ulteriore strumento di specializzazione e frammentazione della città.

Fabiola Fiocco: Direi di cominciare dalla genesi di Friction Atlas. Come è nato il lavoro e qual è la frizione a cui fa riferimento il titolo?

Giuditta Vendrame: Friction Atlas è un lavoro che abbiamo sviluppato nel 2014 per BIO50, la Biennale di Design di Lubiana. Era una Biennale un po’ particolare perché solitamente i curatori commissionano a dei progettisti o ad artisti dei lavori, mentre nel caso di BIO50 i curatori Jan Boelen e Maja Vardjan avevano realizzato una open call con diverse tematiche. Noi abbiamo risposto al tema walking the city

coordinato da Judith Seng e Marko Peterlin – avendo già cominciato a riflettere sull’atto di camminare nella città e piano piano ci siamo avvicinati a questa idea di Friction Atlas e alla di possibilità di analizzare le norme e le leggi che regolano come le persone si assembrano e si incontrano negli spazi pubblici.

Paolo Patelli: L’idea di Atlante si spiega facilmente con l’intenzione di mappare, classificare, astrarre e presentare ciò che volevamo osservare. Frizione è un termine ambiguo che ci piaceva anche proprio per questa ambiguità, perché non fa riferimento specificatamente ad un aspetto preciso dell’esperienza della città ma è allusivo, per cui si presta a descrivere conflitti, attriti e contrasti che nascono dalla coesistenza – anche conflittuale – di regole, interessi, desideri e comportamenti dentro la città. Fa riferimento anche alla prossimità, alla frizione tra i corpi e al piacere che lo sfregamento dei corpi produce. Lo sfregamento tra i corpi ma anche con gli spazi della città.

Giuditta Vendrame: Ma fa anche riferimento a quella linea sottile che c’è tra il legale e l’illegale. A volte sei in una situazione di legalità, altre invece sei in una situazione, anche senza saperlo, di ambivalenza per cui magari l’assembramento in un determinato momento o spazio può risultare illegale.

Paolo Patelli: Rispetto a quello che ha detto ora Giuditta, ad esempio, quando si legge che un gruppo non può costituirsi in un determinato spazio, luogo o tempo, la definizione di cosa è un gruppo è difficile da dare. Anche se c’è un numero – cinque persone – quando è che queste cinque persone sono effettivamente insieme? Quando si guardano? Quando parlano? Quando camminano nella stessa direzione? Oppure quando si scontrano? Si genera allora questa frizione tra ciò che è permesso e ciò che non è permesso ed è lì che la performance diventa interessante. Poi alcuni esercizi generano materialmente frizione, come il kettling, che è una forma legale di accerchiamento di un gruppo di persone da parte della polizia. Le persone accerchiate sono strette tra di loro, alcune magari cercano anche di uscire dall’accerchiamento, producendo un’effettiva frizione tra i corpi e un gioco di ruoli che può anche cambiare nel tempo.

Giuditta Vendrame: Abbiamo cercato di campionare i vari interessi che ci sono nello spazio pubblico, che possono essere attività ludiche, attività politiche, attività ricreative e di intrattenimento. Una cosa che abbiamo esperito anche noi in prima persona la prima volta che abbiamo allestito questo progetto all’interno della Biennale di Lubiana. Noi avevamo scelto una piazza, Novi Trg, e avevamo chiesto un permesso per poter allestire e installare il nostro lavoro in quel luogo specifico, che ci è stato dato. La mattina in cui dobbiamo installare troviamo nello stesso spazio un’altra installazione commerciale. Due uffici del comune avevano dato due permessi senza comunicare. Abbiamo deciso allora di installare il lavoro di fronte alla Moderna galerija, senza un permesso, ma nel momento in cui stavamo allestendo è arrivata una compagnia teatrale che doveva fare le prove nello stesso contesto, con un permesso, e dunque noi abbiamo dovuto negoziare tempo e spazio con loro. Molto meta-progettuale. È interessante come lo spazio pubblico è sempre uno spazio di negoziazione, di interessi, attività e persone diverse.

Paolo Patelli: Abbiamo ripetuto l’esperimento in diversi contesti e modi. A Lubiana l’avevamo presentato soprattutto come un’installazione nello spazio pubblico, diagrammi disegnati sulla superficie della piazza che venivano attivati durante l’opening. L’installazione è poi rimasta lì per dei mesi ed è stata appropriata da bambini e passanti. Ma in altri luoghi abbiamo attivato il progetto in modo completamente diverso. A Melbourne abbiamo prodotto delle installazioni improvvisate, anche lì senza permesso. Ogni giorno andavamo sul luogo insieme a due coreografe, con cui collaboravamo e che erano in quel momento basate a Melbourne, al Victorian College Of The Arts, e i partecipanti che loro ci avevano aiutato a coinvolgere, che erano dunque consapevoli del progetto, e attraverso queste installazioni estemporanee cercavamo di intercettare i flussi delle persone che attraversavano forse l’unico vero spazio pubblico di Melbourne, di fronte alla Biblioteca Nazionale. Lì l’abbiamo fatto per tre volte, in tre giorni e ogni giorno dovevamo disinstallare il lavoro entro mezz’ora e poi continuare senza i diagrammi. Ad Atene invece abbiamo realizzato un workshop, ospitato da Maria Papadimitriou, in cui abbiamo approfondito il tema attraverso insieme a giuristi, attivisti e artisti.

Giuditta Vendrame: Per ogni contesto abbiamo cercato di trovare una legge, una norma, un regolamento locale e poi di attivare questo progetto in maniera differente. L’ultima volta che lo abbiamo fatto è stato con noi non fisicamente presenti, in Nuova Zelanda per un festival di performance, e lì abbiamo spedito questa collezione di regole e di diagrammi, che sono stati poi allestiti e interpretati in maniera molto libera, a volte anche insieme ad attivisti appartenenti ad alcune comunità indigene. Lo spazio pubblico in vari contesti geografici viene percepito in maniera diversa e anche questo poi si rifà all’atlante. Il fatto di campionare delle leggi, delle regole che arrivano da geografie molto diverse tra loro.

Paolo Patelli: Rispetto alla Nuova Zelanda un aneddoto interessante è che abbiamo considerato delle leggi specifiche neozelandesi sulla proprietà terriera e abbiamo installato quindici diagrammi lungo un percorso sul lungomare e per ciascuno di queste installazioni – un diagramma ciascuno – gli organizzatori hanno invitato un respondent, una persona che offrisse un commento, una risposta in relazione alla legge. La cosa forse più interessante che è emersa da Wellington è stato come un attivista aborigeno maori interpretasse la legge sulla proprietà terriera dal punto di vista dell’erede delle popolazioni prima della colonizzazione britannica. Una critica ancora più radicale che ha portato il respondent rispetto al nostro progetto, che invece parte da leggi correnti.

Fabiola Fiocco: Il progetto si basa su una serie di leggi, norme e regolamenti provenienti da tutto il mondo che regolano la circolazione e le interazioni degli individui nello spazio urbano. In che modo avviene e quali sono i principali criteri che guidano la scelta dei casi studio?

Giuditta Vendrame: Ci è sempre interessata questa idea di Atlante e siamo partiti da tre punti di vista diversi. Da un lato la nostra esperienza personale. Ce n’è stata una in particolare, eravamo in residenza al Cairo e stavamo già lavorando a questo progetto. Ci siamo trovati fuori da un bar con altre persone che ci hanno fatto notare che in quel momento eravamo illegali perché stavamo parlando di qualcosa di pubblico nello spazio pubblico e questa riflessione faceva riferimento ad una legge anti-protesta entrata in vigore dopo la Primavera Araba secondo cui se sei in un gruppo di più di nove persone e vuoi parlare di qualcosa di pubblico nello spazio pubblico devi chiedere un permesso. Altre volte invece abbiamo fatto riferimento ad una nostra rete internazionale di persone che lavorano sul tema dello spazio pubblico, a cui abbiamo chiesto aneddoti o esperienze di eventi personali che potessero far riferimento a queste leggi. Sempre in maniera molto aneddotica direi. A questo abbiamo affiancato poi una ricerca documentaria, leggendo articoli, testi e saggi che affrontassero in maniera più ampia il tema dello spazio pubblico e dei conflitti, delle frizioni che possono nascere dall’utilizzo e dall’attraversamento di questo.

Paolo Patelli: La scelta delle leggi è derivata anche dai contesti in cui abbiamo operato. Ad esempio durante il workshop ad Atene abbiamo raccolto leggi dal contesto greco, che hanno in realtà poi una validità generale. Forse quella più interessante è una legge che era stata abolita proprio nell’anno in cui abbiamo tenuto il workshop e riguardava il tema dell’asilo accademico, secondo cui l’istituzione universitaria deve offrire asilo a chiunque e che la polizia non possa avere accesso agli spazi dell’accademia. Questa legge era stata introdotta dopo la dittatura del colonnelli a seguito di una strage di studenti che si erano rifugiati all’interno del campus del Politecnico di Atene. Introdotta dopo la dittatura, tale legge è stata sospesa nel 2015, durante le proteste contro le misure di austerità e abbiamo quindi voluto riprodurre all’interno e all’esterno dello spazio di Maria Papadimitriou il perimetro del Politecnico di Atene in scala. Questo è anche l’unico caso in cui la legge non era più valida nel momento in cui l’abbiamo rappresentata, producendo così la raffigurazione di una transizione.

Giuditta Vendrame: Un altro criterio con cui abbiamo cercato e selezionato queste regole e norme è legato agli aspetti quantitativi di queste, quindi a dei numeri, come quelli delle persone consentiti all’interno di uno spazio, la distanza tra i corpi o quella che puoi avere da un’edificio.

Paolo Patelli: Questo è importante. All’interno di queste regole, che sono spesso espresse in un linguaggio poco accessibile, a volte ambiguo, abbiamo sempre cercato aspetti numerici oppure geometrici, cercando di isolare ed estratte quantità e dimensioni che si prestano poi ad essere visualizzate ed interpretate come coreografie, con l’idea che da queste quantità e geometrie si può disegnare un campo o una scenografia. Da qui deriva l’interesse a due riferimenti visivi e pratici: il campo da gioco – un campo numericamente connotato all’interno del quale ci si muove con delle regole specifiche – e lo stagecraft, le tecniche della scenografia, come i riferimenti su un palco teatrale che viene marcato con lo stesso nastro che usiamo noi

Fabiola Fiocco: In Psychopolitics: Neoliberalism and New Technologies of Power, il filosofo Byung-Chul Han identifica il gioco come strumento privilegiato del capitalismo emozionale. Attraverso il gioco è infatti possibile fare leva sull’emotività del singolo per renderlo più motivato e reattivo agli stimoli e anche alle regole. Quali sono le vostre motivazioni alla base della scelta del gioco come strumento di analisi e decostruzione dello spazio?

Giuditta Vendrame: Abbiamo scelto il campo da gioco proprio per sottolineare una certa ambiguità. Noi volevamo aprire uno spazio politico tramite un linguaggio che fosse molto più leggero. Un passante poteva attraversare questi diagrammi in maniera completamente giocosa, senza dover necessariamente interagire con il contenuto, ma allo stesso tempo nel momento in cui li incontrava e capiva sorgevano delle discussioni e delle conversazioni che aprivano uno spazio politico per noi importante. Un altro elemento è la sovrapposizione di diagrammi diversi per evidenziare le varie funzioni, attività e interessi che si sovrappongono nello stesso spazio.

Paolo Patelli: Quindi il modello del gioco funziona solo in parte perché ci interessa il campo da gioco ma non ci interessano il punteggio e gli obiettivi. Il riferimento al gioco contenuto nel libro che citi si rifà alla gamification che è un modo di intendere il gioco strumentale al consumo e alla produzione. Nel nostro caso non ci sono punti, il gioco non finisce, forse non inizia nemmeno, perché tutto è ambiguo, siamo già nella piazza, nella strada. Le regole erano valide prima, sono valide durante il gioco, e continueranno ad esserlo dopo. Non ci sono un’inizio e una fine, neanche spaziale, perché le regole del gioco sono valide soprattutto fuori dall’installazione. Quindi non è un mondo chiuso ma più un gioco di analogie, di ruoli, di allusioni. C’è una citazione di Brecht che non ricordo che diceva che anche quando sei a teatro, sei dentro al mondo e quindi il senso gioco, come lo intendiamo noi quando usiamo questo termine per pensare a Friction Atlas, è questo: anche quando giochi sei dentro questo sistema di regole e questo se è vero a teatro è ancora più vero quando sei in strada, in piazza, che è il motivo per cui per noi ha sempre avuto senso allestire questo progetto nello spazio pubblico piuttosto che all’interno di una galleria. L’ambiguità della strada rompe le regole di un mondo altrimenti chiuso. Per quanto riguarda l’annotazione ci piaceva il riferimento ai giochi di strada. Riconoscere queste regole e poi interpretarle in modo ludico, ma non solo. Ad esempio a Lubiana ci siamo fermati sul tetto del museo, guardando la piazza, cercando di capire come venisse usata l’installazione e i bambini che attraversavano quello spazio si dimostravano sempre interessati, cominciavano a saltare, girare, seguire le linee e le frecce senza avere idea del contenuto a cui quei segni facevano riferimento. Non è necessario che tutto venga espresso e compreso da tutti, simultaneamente. Ci piace questo livello ludico di interazione, aperta, senza regole. E poi le regole possono essere esposte a parte, in un libretto, in un poster

Fabiola Fiocco: Nel saggio Friction Atlas. Redefining public space as the visible surface of a playing field definite la partecipazione dei partecipanti una sottomissione consapevole, simile a quella che ognuno di noi porta avanti nella vita quotidiana rispetto alle norme comuni. Come cambia allora il ruolo dei partecipanti all’interno del processo? E il vostro?

Giuditta Vendrame: Magari in maniera frammentata abbiamo già risposto. A seconda del contesto in cui è stato iterato il progetto è cambiato il modo in cui è stato esposto. A volte, come ad esempio a Melbourne o a L’Aia, abbiamo lavorato con coreografi per far interagire in una maniera simbolica e con significato i corpi nello spazio. In quel caso le persone erano al corrente di cosa stavamo mettendo in atto, di quale coreografia cercavamo di riprodurre. Però c’era sempre una agenzia, una possibilità di agire o reagire da parte del partecipante, che poteva discostarsi dalle nostre intenzioni. Siamo stati sempre molto aperti ad includere altre interpretazioni, anche quando c’erano istruzioni piuttosto precise. Altre volte abbiamo intercettato dei corpi nella loro inconsapevolezza, in maniera discreta, creando magari delle frizioni date da un eccessivo avvicinamento dei corpi. È anche un modo per rendere più leggibile dei meccanismi di controllo che avvengono nella nostra vita quotidiana, le coreografie che noi performiamo ogni giorno. Dietro c’è sempre un controllo della mobilità, che in questo caso viene esplicitato per quanto riguarda la scala urbana, ma che avviene su scale diverse.

Paolo Patelli:

Non c’è un protocollo, uno schema fisso. Ad Atene era soprattutto un workshop di discussione, per cui chi era venuto al workshop ci spiegava di come i parchi, in quel periodo soprattutto, venissero riprogrammati continuamente negli usi, dal giorno alla notte, o come questi erano cambiati a seguito o indipendentemente dalle leggi; di come certe leggi, o al contrario un vuoto di controllo in quel periodo, avessero permesso di usare e occupare spazi inutilizzati. A Lubiana e a L’Aia la discussione è avvenuta dopo il momento ludico. A Wellington invece durante, lungo un percorso. Per cui non c’è uno schema predefinito.

Fabiola Fiocco: Le regole vengono restituite e rese visibili attraverso la creazione di diagrammi 1:1 nello spazio pubblico. In che modo questi segni si sovrappongono, interagiscono e interferiscono con la segnaletica e i dispositivi di controllo esistenti?

Paolo Patelli: Noi abbiamo visualizzato regole che erano già presenti e una delle ragioni per cui ci interessava farlo era per rendere l’immagine di questi dispositivi operabile. Queste leggi, come dicevamo, sono spesso scritte in un linguaggio poco comprensibile, poco chiaro per cui è difficile avere un’idea precisa, un’immagine operabile dei dispositivi di controllo dei flussi e degli usi negli spazi pubblici. L’idea è quella di disegnare un manuale d’uso, una rappresentazione che permetta poi di agire su queste leggi. Nel momento in cui vedi i dieci metri puoi tirarli e farli diventare quindici o cinque. Nel momento in cui hai un’immagine operativa di un dispositivo puoi agire sul dispositivo stesso. Poi ci siamo ispirati anche ai sistemi di segnaletica orizzontale della città, degli aeroporti, dei magazzini oltre che del teatro e dei campi da gioco. Il motivo per cui poi abbiamo ricominciato a pensare al progetto adesso è anche perché in questi mesi la circolazione e la notazione diagrammatica di questa circolazione, di questi flussi, è diventata più esplicita, presente. Linee, tratteggi, frecce che trasformano la città in una gigantesca mappa, che ne visualizza le coreografie, i ritmi, le geometrie, i flussi.

Fabiola Fiocco: Mi sembra di capire che l’ambiguità e la fiducia siano componenti importanti di Friction Atlas. Come pensate che un lavoro del genere potrebbe essere ri-contestualizzato oggi, in questo momento storico in cui tutto è più visibile?

Giuditta Vendrame: Io ho due interessi personali in questo momento, di cui ho discusso anche con Paolo quando sono iniziate queste misure. La cosa che a me interessa è capire di queste regole, che dovrebbero essere temporanee, legate all’emergenza, quante tracce rimarranno. Perché molto spesso accadono degli eventi di cui rimangono tracce per periodi molto più lunghi. Quindi da una parte ciò che intercetta il mio interesse è l’eredità di questo periodo, dall’altra anche capire forse quante delle regole che abbiamo già campionato cambiano, o stanno cambiando in questo momento.

Paolo Patelli: Molte delle misure attuali diventano preoccupanti in una prospettiva permanente, cioè se adesso le panchine non sono sicure dal punto di vista sanitario e vengono sostituite con sedie monoposto, poi si rischia di far diventare lo spazio pubblico un ambiente ostile a forme collettive di utilizzo. L’aspetto normativo che è implicito nello spazio pubblico è proprio ciò che volevamo inizialmente rendere esplicito. C’è un’idea per cui lo spazio pubblico è spazio di tutti, dove puoi fare quello che vuoi, e invece questo è un mito perché lo spazio pubblico è di proprietà di qualcuno, sempre, che sia la municipalità, il museo, la fondazione. C’è sempre qualcuno che lo deve gestire, qualcuno che deve normarne gli usi e i comportamenti. Per cui questa illusione era una delle cose su cui volevamo lavorare sin dall’inizio. La crisi sanitaria, attraverso questa notazione di flussi e ritmi, rende esplicito come un controllo dei comportamenti, dei movimenti e degli usi sia sempre stato implicito. Era lì prima che si dovesse tirare una linea con lo scotch e sarà lì anche dopo. Quello che ci preoccupa è che a seguito di questa emergenza le misure precauzionali diventino permanenti o che rimangano comunque delle tracce. Quest’idea di spazio pubblico dove tutto è permesso verrà sostituita o è già stata sostituita.


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