Partendo da un’inquadratura dell’installazione, il dialogo visivo tra Yotaro Niwa e Yuto Takamuro si sviluppa in un modo inaspettato, che ha portato alla nuova pubblicazione di Fictive Appearance e a una nuova installazione al einBuch.Haus di Berlino, dove è stata lanciata a gennaio 2020, nel programma Vorpsiel del Transmediale.

Yotaro è un artista di base a Berlino da molti anni. Assembla materiali, organici e non, preziosi e di scarto, nelle sculture di oggetti sfaccettati e in ampie installazioni. Yuto è un graphic designer trasferitosi nella capitale tedesca da un paio d’anni.

Il testo che segue è la versione adattata della trascrizione dell’incontro avuto con loro a marzo, a Berlino.

Mario Margani: Qual è stato il processo che vi ha portato a concepire e a produrre insieme la pubblicazione Fictive Appearance, partendo dalla decisione di basarvi solo su un’immagine?

Yotaro Niwa: conosco Yuto da un anno e mezzo ormai. In quel periodo, volevo iniziare qualcosa con un nuovo progetto, dopo la fase di compendio delle ricche esperienze di alcuni Artist-in-Residence in Taiwan e in Canada. Abbiamo iniziato a parlare del design, dei libri e delle pubblicazioni. Dopo alcuni incontri e scambi di idee, abbiamo iniziato a lavorare su una monografia di tutti i miei progetti degli ultimi vent’anni. Per questo motivo, gli ho dato l’intera documentazione fotografica, che era una quantità enorme di dati. E abbiamo cominciato a pensare quale tipo di format potesse essere adatto per la realizzazione di un libro. Ma nel processo di creazione dei campioni, all’improvviso abbiamo pensato che sarebbe stato interessante cooperare su un libro sperimentale e completamente nuovo, mettendo da parte per un momento l’idea della monografia e dell’approccio cronologico. Poi, per la pubblicazione, ha proposto il suo approccio specifico. Il primo input nella direzione che abbiamo preso per Fictive Appearance è venuto da Yuto.

Yuto Takamuro: Quando abbiamo deciso di pensare di fare un nuovo progetto, Yotaro mi ha detto di sentirmi libero di iniziare qualcosa con le sue immagini. Ho deciso di lavorare solo con una fotografia tra tutta la sua documentazione e gli ho mostrato il risultato. In seguito, ha proposto di continuare a lavorare con le mie sperimentazioni su quell’immagine nella cornice di un concept book. Contemporaneamente, ha iniziato a sviluppare idee per un’installazione collegata. Alla fine, l’installazione è diventata una fase per un ulteriore dialogo, spaziale e visivo, tra noi. Abbiamo avuto l’opportunità di presentare insieme il libro e l’installazione alla einBuch.haus a Berlino, a gennaio e febbraio 2020, come parte del Vorspiel Program del Transmediale.

In un primo momento, avevo deciso di lavorare al libro usando solo una fotografia, un’inquadratura dell’installazione dall’opera Fake Appearance, che Yotaro ha esibito nel 2018 a Taiwan. La fotografia era solo una tra molti tipi che di solito vengono scattate per documentare un’installazione; non ha nessun significato in particolare. Ho selezionato questa per implicare meno le mie intenzioni in quest’opera. Quando ho incontrato per la prima volta Yotaro, ho trovato un’opera nella sua cucina, un frammento da un tabellone pubblicitario che mi ha dato un indizio sul suo approccio e sul modo in cui dovrei continuare i miei esperimenti.

Yotaro Niwa: Era un’opera che ho esibito come parte di una mostra personale nel 2016, nello spazio del progetto “stay hungry” a Berlino.

Yuto Takamuro: Questo tipo di opere non è il risultato di una ricerca della bellezza o del significato. È solo un grande frammento di una pubblicità, affissa su un tabellone di legno. Di solito, usa oggetti della vita quotidiana, a volte spazzatura e oggetti di scarto e o frammenti, altre elementi organici, ma ne toglie il significato; gliene dà uno nuovo, come parte di una nuova storia che narra nelle sue installazioni. Così ho iniziato a pensare in modo simile con la fotografia della veduta dell’installazione che ho menzionato. In particolare, prima di tutto, ho scomposto la fotografia in primo piano e l’ho trasformata in materiale priva di significato e riconoscibilità.

Mario Margani: È la prima volta che usate questo approccio con diversi primi piani di una sola fotografia?

Yuto Takamuro: Sì. Quando ho fatto i primi piani sulle loro superfici, ho ingrandito la fotografia originale fino a diecimila volte. Ero molto interessato alle forme e ai glitch che producono le stampe digitali e analogiche. Provo a interrompere l’esperienza visiva convenzionale di un’immagine e a creare il punto di partenza per un’esperienza libera da qualsiasi intenzione prefissata. Poi, l’immagine decomposta è stata suddivisa in analogica (punto tondo) e digitale (punto quadrato), perché tutte le immagini artificiali che vediamo solitamente, nei nostri occhi sono riflesse da queste due. Nonostante abbiano una struttura completamente differente, hanno entrambe una struttura razionale che modella l’illusione dell’occhio umano. Ogni immagine sembra autentica come è realmente. La rilegatura presenta questo approccio nel libro combinando le pagine delle due parti, le immagini analogiche e digitali. Lo spettatore può accidentalmente creare nuove composizioni sfogliando la pubblicazione e, molto probabilmente, alla fine lascia le pagine in un ordine diverso da quello originale, creando una sequenza differente delle immagini per il prossimo che avrà il libro tra le mani.

Yotaro Niwa: Ho stampato dei poster in formato A0 con un primo piano della foto scelta da Yuto per il libro, e nella mostra li ho sparsi per tutto il pavimento della einBuch.haus. Per stampare in questa risoluzione Yuto ha dovuto lavorare di nuovo sull’immagine, perché effettivamente si trattava di una stampa digitale. Ha prodotto dati molto pesanti e tutto il processo sembra quasi assurdo, ma è molto interessante.

Yuto Takamuro: Inizialmente, per riprodurre nuovamente l’immagine in analogico partendo da quella digitale ho applicato una piccola elaborazione speciale, utilizzando il software del personal computer. È facile ingrandire un’immagine digitale su un personal computer. Ma ciò che viene stampato è una sostanza reale, quindi è necessario guardare al microscopio per esporre la reale struttura. Ho reso possibile la simulazione riproducendola in digitale in modo più realistico.

Mario Margani: L’installazione della einBuch.haus è nata come risposta alla pubblicazione. In che modo ha interagito con essa?

Yotaro Niwa: Quando ho visto l’immagine scelta da Yuto e il suo processo di produzione, ero disposto a lavorarci ancora, sviluppando qualcosa di nuovo e separato dal soggetto originale. La pubblicazione a cui stava lavorando aveva un approccio molto radicale e tutti quei primi piani stavano creando un universo di immagini completamente nuovo. È affascinante vedere come viene riprodotto il formato dell’immagine con cui dovremmo avere familiarità e cosa siano in realtà quelle immagini. Ho deciso di seguirlo interrompendo la narratività del mio lavoro precedente.  Ma ho continuato a lavorare con il linguaggio visivo della “finta apparenza” del lavoro precedente, in cui avevo combinato immagini prodotte in serie con oggetti trovati.  Ho avuto diversi input, grazie al modo in cui Yuto ha assimilato quella fotografia, così da poter sviluppare il lavoro aggiungendo materiale nuovo anche a Berlino. Il titolo della pubblicazione “Fictive Appearance” è diventato anche il titolo della nuova installazione.

Mario Margani: Entrare nello spazio di una delle proprie installazioni spesso implica l’immersione in un ambiente cosparso di oggetti e immagini, che non ha un significato o un messaggio diretto. Da un lato, come visitatore, posso trovare le mie connessioni e approfondire narrazioni accidentali che sono probabilmente diverse dalle vostre. Dall’altro, comincio a riflettere sul processo in sé: stratificare e accumulare immagini digitali e analogiche, oggetti e materiali preziosi insieme ad oggetti e frammenti scartati. Ho passato del tempo nella vostra nuova installazione Fictive Appearance, e ricordo bene quella parte della stanza, con un globo terrestre e quei gusci di ostriche incollati sulla sua superficie tutto intorno. Di per sé, il globo è una rappresentazione fittizia del mondo, un’astrazione al di là della nostra percezione fisica. Discrepanze e incongruenze vengono cancellate per costruire un sistema che trasmette un significato. Questa parte dell’installazione era collegata ai pavimenti, in cui c’erano grandi stampe di dettagli dei primi piani utilizzati nella pubblicazione, ed era inoltre collegata ad altri oggetti nelle vicinanze. Vari oggetti diversi giustapposti, sovrapposti, e in alcuni casi ricoperti da strati di fogli di vinile trasparenti. A prescindere dall’origine, ogni elemento è trattato come un oggetto della stanza. Anche le diverse immagini dell’installazione interagiscono con i visitatori a livello scultoreo. Non diventano mai finestre per altri mondi, ma lavorano insieme per creare in quella stanza una narrazione frammentaria. Non si fingono rappresentazioni, ma conservano la loro natura frammentaria. A volte nella vostra installazione vengono appesi frammenti di immagini stampate raccolte da cartelloni pubblicitari, libri o da qualunque altra possibile fonte, e ruotati o riutilizzati per coprire sfaccettature di altre sculture. Le immagini sono sempre principalmente oggetti nelle vostre opere, che consentono di realizzare una composizione scultorea priva di un centro fisso.

Yotaro Niwa: Nella pubblicazione si possono vedere la superficie per il formato stampa e la superficie per il formato display per device mobili. Presentano i loro glitch ed effetti visivi, ma alla fine sono entrambi fenomeni veri e sono posti sullo stesso livello. In relazione alla mia reazione alla pubblicazione, potreste trovare qualcosa di simile che avviene nello spazio della galleria, alla einBuch.haus. Il formato analogico e quello digitale sono due realtà. Anche i primi piani producono un livello diverso di realtà. Ci sono strati materiali, trasparenti, con immagini, ma anche strati di significato. Nel mescolarli insieme, sperimento e cerco anche di osservare in cosa consiste quel legame. È anche una questione di curiosità nel domandarsi e giocare con diversi linguaggi visuali, valori e materiali. Sto assorbendo tutti questi vari linguaggi che contengono livelli diversi, per esempio aspetti di denotazione o connotazione. Inconsciamente produco una costellazione di elementi nella quale voglio che le persone si immergano e camminino intorno. Come lei sta dicendo, i visitatori sono liberi di fare le loro associazioni tra immagini e materiali, permettendo all’immaginazione di giocare appieno. Nelle mie istallazioni sembra che non ci sia centralità. Probabilmente è il mio modo di creare. Penso seriamente che una situazione naturale avvenga in uno stato assortito e diffuso senza un centro. In un certo senso, io non controllo niente e non ho nessuna intenzione. Piuttosto, cerco di trasgredire questa specie di definizioni fisse, questo modo di pensare, queste classificazioni che strutturano il nostro modo comune di percepire la realtà. Il fenomeno che ha visto è connesso in modo intricato con la fisicità e il significato di un’immagine. Sto solo cercando di mostrare quelle complessità oltre il controllo e l’intenzione in vari modi.

Mario Margani: I legami saltano fuori solo agli occhi e nella mente degli spettatori, ma non sono serviti pronti su un piatto per essere compresi e consumati con rapidità. Si tratta anzi di attivare un processo di immaginazione nel quale lei dà degli indizi, ma il modo in cui questi legami possono svilupparsi non è univoco ma richiede uno sforzo. Siete d’accordo?

Yotaro Niwa: Sì. Svegliare l’interesse e pensare attivamente sono punti importanti. Idealmente, tali indizi devono essere interessanti e suggestivi e collegati tra di loro minuziosamente. Ma non significa che la connessione porti a un certo obiettivo. O meglio, è come uno strumento per associazioni spontanee e lo si può usare liberamente. Stimola la percezione dello spettatore. Il film “Blow-Up” di Michelangelo Antonioni è stato nella mia mente durante il processo di questa collaborazione. E ho immaginato come lui avrebbe visto la società moderna, se fosse ancora vivo. Molti dei suoi lavori mi hanno insegnato che il legame tra vedere e capire non è semplice. Ora è diventato più difficile dire cosa vediamo, perché dipende anche dalla sfera tecnologica e dai social network. Recentemente ho anche letto un altro articolo che parlava di quanti video e immagini condividiamo ogni giorno. È cambiato molto rapidamente nell’ultimo decennio. Per me è un grande argomento sto creando qualcosa nel mondo fisico, una specie di scultura dove è possibile sperimentare legami diversi coi materiali e dintorni. Non è solo visuale. Ma poi le persone scattano una foto, la condividono e la consumano in un secondo. È un grande paradosso nel quale sono bloccato. È una grande lotta a cui mi voglio rivolgere e che voglio risolvere, almeno per me. Voglio continuare a lavorare con l’esperienza fisica, ma sono consapevole che tutto quello che faccio sarà mostrato come un’immagine, prevalentemente un’immagine digitale. Voglio portare le persone di fronte alle mie opere, farle camminare attraverso e far loro prendere tempo per percepire e pensare a cosa sentono, al perché e a cosa le associano. Ma già nel processo cerco di riflettere sul ruolo delle riproduzioni fotografiche che documentano le installazioni. Questa collaborazione con Yuto per il libro è interessante perché è iniziata con tutte le immagini delle mie installazioni passate e mi ha stimolato a lavorare e riflettere di più su quell’argomento: l’installazione nell’installazione o, se preferisce, l’immagine nell’immagine, ma tutti mescolati insieme in una sfera tridimensionale.

Mario Margani: Le sue parole mi ricordano Ensembles, l’installazione in cui Anna Oppermann ha sviluppato in vari modi il suo metodo personale basandosi su un processo sedimentario, interdipendenze tra diversi oggetti, un ambiente complesso e l’uso di fotografie provenienti da installazioni passate o versione precedenti della stessa installazione. Il suo approccio ha qualche influenza sul vostro modo di lavorare nello spazio con le installazioni?

Yotaro Niwa: Non ho esaminato le sue opere d’arte nel dettaglio, ma mi sento vicino al suo metodo di associazione tra le cose nel lavoro. Diciamo che questo approccio, che lei sottolinea, ha avuto una certa influenza sulla mia produzione, anche se non direttamente.  O meglio, a un certo punto ho l’impressione che il metodo stesso possa diventare una specie di condizione comune per comprendere la complessità del mondo. Ci sarebbero stati segnali e stimoli nella sua epoca a causa dell’aumento di informazioni, e oggi il mondo di Internet incarna tutto ciò in un certo senso. Sembra che le troppe informazioni ottenute attraverso la digitalizzazione abbiano influenzato il mio metodo di produzione e le esperienze visive nel mondo di Internet mi hanno stimolato a utilizzare più oggetti, dopodiché ho ritrovato le sue pratiche.  Penso che sia molto interessante vedere come lei abbia colto il mondo in modo più specifico da coloro che le stavano intorno in quel periodo; in quel senso, mi sento più vicina a lei. Allo stesso tempo sembra che affronterò un’altra sfida nella prossima fase di comunicazione attraverso le informazioni.

Mario Morgani: Con questa pubblicazione dimostrate che è possibile lavorare con una sola fotografia su cui si struttura un intero progetto. Di per sé è un’affermazione se pensiamo alla quantità di immagini che ci inondano ogni giorno. La scelta di un concetto radicale genera un’esperienza fortemente estetica della vostra pubblicazione, dove il piacere visivo gioca un ruolo fondamentale. Da un lato cercate di disturbare l’esperienza visiva, dall’altro di creare altre prospettive visive paragonabili all’estetica feticista dei glitch. Perdersi nei primi piani di quella fotografia e poi sfogliare la vostra pubblicazione è stato per voi un piacere visivo, o avete concentrato maggiormente l’attenzione sul concetto e sul processo che volevate seguire?

Yuto Takamuro: Entrambe le cose. Quando mi impegno a fondo in un determinato lavoro spesso entra in gioco un’abitudine inconscia che rende il lavoro qualcosa di famigliare nel corso del processo. In questo libro volevo dare agli spettatori la possibilità di sperimentare la stessa incertezza dell’immagine che noi abbiamo vissuto nel corso del processo. In questo caso specifico, però, sarebbe stato eccessivo lasciare tutto in mano allo spettatore, così ho creato una guida molto semplice, simile a un album discografico. Il primo brano ha spesso il compito di introdurre il tutto: nella prima metà ho usato immagini più dinamiche e inflesse, mentre nella seconda metà ho preparato delle immagini tranquille per dare una veduta d’insieme del tutto. Ma questa esperienza si verifica solo una volta all’inizio. In seguito, abbiamo lasciato un ampio margine, in modo che lo spettatore potesse cambiare l’ordine delle pagine a suo piacimento. Sul lato destro trova la versione digitale, su quello sinistro un primo piano analogo nella versione cartacea. Può farsi strada nella pubblicazione in questo modo oppure può mischiare e cambiare l’ordine delle pagine, in modo che immagini, colori e composizioni differenti prendano vita temporaneamente. È una specie di direzione che mi sono dato per orientarmi, ma poi ci si può perdere lungo il percorso e fare quello che si vuole, creare le proprie composizioni e sequenze, o semplicemente distruggere l’originale. Tuttavia, ogni distruzione porta a una creazione.

Mario Margani: È un approccio discreto ed è molto facile distruggere la sequenza per crearne una nuova, anche se non lo si vuole veramente.

Yotaro Niwa: Quando Yuto ha iniziato questo processo la sua idea mi ha ricordato un collage concettuale, ma alla fine ho riscontrato anche un valore fortemente estetico anche in questa idea. Voleva creare un’armonia e ha provato a cercarla nella casualità. Controllo e casualità hanno bisogno di equilibrio per generare armonia. In realtà ha criteri estetici molto severi che consentono alla casualità di giocare un ruolo fondamentale all’interno del processo.

Mario Margani: La mostra alla einBuch.haus, che si è svolta in concomitanza con la presentazione della pubblicazione, si è sviluppata in quattro settimane. Avevate un programma di interventi che hanno esteso nello spazio il dialogo tra di voi. Dopo l’introduzione, il dialogo si è sviluppato in due fasi con interventi visivi e scultorei all’interno dell’installazione. Al termine, Yotaro ne ha distrutta una parte.

Yotaro Niwa: Il primo intervento era una videoproiezione ideata da Yuto su diversi elementi dell’installazione. Ha creato quattro diverse immagini mobili tratte dal libro e le ha proiettate ovunque nello spazio, per esempio puntando direttamente sugli oggetti, o esattamente sul muro di plexiglas, o più ampiamente sul pavimento. Da quel momento, l’aspetto degli oggetti fisici e delle grandi stampe, che fanno parte dell’installazione, ha iniziato a cambiare con la proiezione. Era un cambiamento drastico. La ragione per cui siamo attratti da quella situazione non è semplicemente legata al cambiamento coinvolgente in apparenza, ma anche alla consapevolezza del cambiamento nell’atto visivo. Ora stiamo guardando anche una straordinaria struttura del “vedere”, ovvero guardiamo le stesse cose create però attraverso regole diverse.

Inoltre, per l’intervento finale, ho cambiato l’installazione in modo drastico. Lei dice che l’ho distrutta, ma mi piace dire di aver creato qualcosa di diverso. Ho sparpagliato gli innumerevoli frammenti di plexiglas nello spazio. Tutti i proiettori sono stati riposizionati verso il pavimento e le immagini mobili sono state proiettate sulle schegge a terra. La maggior parte degli elementi giacevano lì, tranne una piccola scultura sospesa. Davanti alla galleria c’è una finestra dalla quale si poteva vedere la situazione intera senza entrare nello spazio. Con la scomparsa del muro sospeso la situazione è cambiata e il visitatore poteva quindi vedere nell’immediato tutto quello che c’era. Ho deciso inoltre di mettere una corda per evitare che le persone entrassero nello spazio.

Dopo la mostra, ho raccolto tutti i frammenti e potrei usarli in futuro.

Yuto Takamuro: Per la videoproiezione, ho iniziato a lavorare con i primi piani sviluppati per la pubblicazione e li ho pensati in relazione alla nuova installazione di Yotaro. Volevo cambiare la superficie di alcuni oggetti come la scultura di gesso di Yotaro sul pavimento e il muro sospeso. Ho provato a esprimere il divario tra il reale e l’immagine sovrapponendo dall’alto strati di immagine artificiale al contenuto reale. Anche se sono ovviamente materiali reali, l’immagine proiettata sulla superficie è un frammento di un’immagine artificiale ingrandita fino a 10.000 volte. Provocando un alone tra i due, si svela così il divario tra realtà e immagine. Ma nella fase finale, l’installazione è cambiata in un’altra direzione. Inoltre, Yotaro ha creato un’opera oltre la mia immaginazione. Si è evoluta in modo imprevedibile, da un singolo argomento, come il nostro libro.

Mario Margani: L’approccio di Yotaro ricorda un processo bulimico. Vi siete entrambi nutriti di molte fotografie e materiali che poi restituite quasi completamente cambiati, dal figurativo a qualcosa di più astratto rispetto al contesto. Il risultato si libera da ogni riferimento e dà forma a un insieme concreto e autoportante. La rappresentazione svolge comunque un ruolo, affinché le connessioni con l’industria della moda, i manifesti, la scienza e il consumo di immagini siano sempre presenti. I riferimenti agli ambienti sociali e commerciali da cui provengono tutti questi elementi si sono allentati una volta che Yuto ha lavorato con i primi piani di quella fotografia. Se penso ad altre installazioni passate di Yotaro, ricordo elementi molto variegati, spazi pieni di oggetti di ogni sorta, ma sempre correlati alla figurazione. Ora, dopo la rielaborazione di Yuto, sembra che lei si stia muovendo verso installazioni più leggere e verso l’astrazione.

Yotaro Niwa: Ho provato a reagire alle azioni di Yuto e più avanti con l’installazione volevo trovare un altro modo per sviluppare la mia visione con un’opera personale. Cos’è un’immagine? Anche se realizzo un’installazione scultorea e lavoro nelle vicinanze, ho sempre in mente la questione sull’essenza di un’immagine. Dopo la collaborazione, ho sentito che l’immagine non è un concetto opposto alla realtà, ma una forma di realtà. Anche le definizioni di fisicità, materialità o sostanza non sono fisse. Ogni volta fornisco una possibile risposta, ma ho bisogno di distanza per poter ricominciare di nuovo. Probabilmente, con l’installazione e attraverso questo processo dialettico, abbiamo più o meno consciamente riassunto e tradotto nello spazio la nostra collaborazione concettuale così come l’interazione estetica.


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