ASSET ARREST è un podcast in cui l’artista Laura Yuile visita diverse proprietà di lusso, nella doppia veste di potenziale acquirente e mediatore. Yuile vive e lavora a Londra. Nel suo lavoro esplora la dimensione domestica e urbana attraverso la parte più intima (o pubblica) del vivere insieme e gli effetti della globalizzazione e dello sviluppo tecnologico sullo spazio abitativo.

Per ogni episodio vengono registrate due conversazioni, una prima della visita e una dopo, con gli ospiti che parlano del proprio lavoro e dei propri interessi; oltre a coprire argomenti più generali come la rigenerazione urbana, le crisi abitative, la globalizzazione, l’autenticità, l’esclusione e la comunità.

Il podcast rappresenta un’affascinante esplorazione di cosa significhi vivere e abitare nella città neoliberista, dove la vita così come lo spazio pubblico diventano sempre più frammentati e chiusi a favore della speculazione privata e della segregazione sociale. Attraverso la sua ricerca, Yuile stabilisce connessioni tra diverse tipologie di aree urbane, evidenziando la diffusione di formule e modelli ripetitivi che definiscono nuovi modi di gestire la vita nella metropoli, o come scritto da Keller Easterling «una tecnologia infrastrutturale con routine elaborate e programmi per l’organizzazione del consumo».1

Tramite questa agenzia immobiliare inutile, come l’artista stessa definisce ASSET ARREST, Yuile riesce a creare un’apertura e a infiltrarsi all’interno di un sistema estremamente esclusivo, quello del financialised housing, ovvero della finanziarizzazione dell’abitare, de-costruendone l’affascinante narrativa basata su sviluppo, progresso e benessere.

Fabiola Fiocco: Ciao Laura, grazie per questa intervista. Cominciamo dalle basi. Quando e come hai iniziato ASSET ARREST?

Laura Yuile: È iniziato cinque anni fa, nel 2015, non come un podcast, ma in occasione di un festival a Londra chiamato Anti-University Festival e inizialmente era concepito come una serie di eventi in cui singoli individui o piccoli gruppi – e in generale qualsiasi membro del pubblico – potevano iscriversi e venire con me a visitare una proprietà. Per me è stato un modo per rendere meno stressante e intimidatorio il processo di accesso a questi spazi per chi non ha veramente intenzione di comprarli. Un modo per rendere alcuni di questi spazi accessibili al pubblico.

Dal momento che ho scelto ovviamente di non pubblicare video o riprese dalle visite, sia perché non è permesso, sia perché non mi sento a mio agio nel mettere l’agente immobiliare in quella posizione a loro insaputa, il podcast sembrava un modo appropriato per rendere questa esperienza e questi spazi pubblici. Ho realizzato alcune registrazioni delle visite, mai pubblicate, ma preferisco ricordare e riflettere su ciò che è stato detto a posteriori. A volte registro l’audio della visita come fonte, ma tende a non essere particolarmente interessante. Spesso gli agenti immobiliari si attengono a uno script abbastanza standardizzato. Come me, anche loro hanno solo un ruolo da svolgere e più visite faccio, più riesco ad anticipare cosa diranno.

Fabiola Fiocco: Qual’è il tuo ruolo durante la visita? Ti approcci in modo critico, ponendo domande insolite o provocatorie, o cerchi di mimetizzarti?

Laura Yuile: Ho iniziato a farlo quasi per hobby e all’inizio ero molto nervosa, tipo – Oh mio Dio, cosa dovrei dire? Quali sono le domande che dovrei porre? Che aspetto dovrei avere? Capiranno che sto mentendo? Ora che mi sento abbastanza a mio agio in queste situazioni, diventa molto più centrale il fatto che io abbia un ruolo predeterminato, come lo ha lo stesso agente immobiliare. Per loro è un lavoro, per me è un progetto artistico. È molto performativo. Quindi di solito ho in mente un personaggio e provo a incarnarlo. Cerco di integrarmi nel contesto, ponendo domande piuttosto noiose, a volta anche un po’ spiazzanti. Cerco di modularmi rispetto all’atteggiamento dell’agente immobiliare, nonché dell’ospite che è con me. Non si tratta di mentire, spesso non mi viene chiesto nulla di personale, riguardo me o alla mia vita.

La bugia principale è che sto cercando di acquistare un appartamento o una casa. Poi, siccome la persona con cui mi trovo non è sempre qualcuno che conosco o che ho incontrato prima, la finzione riguarda anche il comportarsi come una coppia, fingere di essere amici o di essere imparentati. Questo è un altro aspetto della performance, l’importanza dell’interazione e del linguaggio del corpo. Alcune persone sono molto tranquille e forse un po’ imbarazzate dalla situazione, perché non sono abituate a recitare certi ruoli, mentre ad altre viene abbastanza naturale. Gli artisti di solito sono abbastanza bravi dal momento che performance, interventi o cose altrettanto insolite potrebbero già far parte della loro ricerca. In un certo senso, penso che gli artisti siano abbastanza bravi a mentire [ride].

Fabiola Fiocco: Hai appena detto che gli artisti sono più bravi a recitare una parte, ma nei vari episodi hai ospitato persone molto diverse, con background piuttosto diversificati. Quanto è importante per te portare diverse competenze all’interno del progetto e includere persone esterne al settore dell’arte? In che modo è strutturato il processo di selezione?

Laura Yuile: È un mix. A Londra funziona in modo diverso perché qui conosco molte persone ed è più facile che qualcuno esprima interesse a venire con me in una delle visite. Mi piace sempre provare a farlo perché, anche se non entra poi a far parte del podcast, voglio restare fedele all’idea che questo sia un modo per aiutare le persone ad accedere a questi spazi, qualunque sia il motivo. Mi sento a mia volta una specie di agente immobiliare. Quando lo facevo a Berlino, nel corso di una residenza, non conoscevo tante persone e non avevo una rete così grande. In questo caso si tratta allora di identificare le persone con cui potrebbe essere interessante parlare e mettersi in contatto con loro per chiedergli di unirsi a me.

Finora i miei ospiti sono stati per lo più persone che lavorano su temi simili, lo spazio urbano, l’architettura o l’arte, e che hanno contribuiscono portando una prospettiva e una conoscenza diversa dalla mia. Vorrei però in qualche modo ampliare il raggio d’azione del progetto e provare ad organizzare delle visite con qualcuno che sta effettivamente cercando di acquistare uno di questi appartamenti, con persone che hanno ruoli ed esperienze diverse all’interno delle comunità in cui le proprietà vengono vendute o sviluppate. Sono aperta a suggerimenti e offerte!

Fabiola Fiocco: Invece per quanto riguarda la selezione delle proprietà, qual è il processo dietro la creazione di un episodio?

Laura Yuile: Di solito, invito prima un ospite e chiedo loro se esiste una proprietà o un’area particolare della città a cui sono interessati. Direi che molte persone hanno un interesse specifico, il che è utile. Per esempio, a Berlino Rosario Talevi era particolarmente interessata ad andare in questo edificio che ha suscitato parecchie polemiche, chiamato Living Levels. Fortuna ha voluto che ci fosse un appartamento in vendita lì e questo ci ha permesso di accedervi. Altre volte invece ho scelto una proprietà e invitato poi chi pensavo potesse essere interessante all’interno di tale contesto. Per esempio, durante la visita agli alloggi per studenti a Newcastle ho invitato dei residenti di lungo periodo di Shieldfield, un’area della città che è oggi quasi interamente popolata da alloggi privati ​​per studenti. Quindi è un mix.

Direi che non esiste una struttura o un modello specifico per ogni episodio, dipende davvero dalla città, dalla proprietà e dall’ospite. La casa da 27 milioni di sterline in cui sono andata l’altro giorno è stata la prima in cui ho sentito la necessità di avere una storia preparata per giustificare il mio essere lì. Non so che aspetto o che tipo di comportamento potrebbe avere qualcuno che ha così tanti soldi. Non ne ho idea. Nella nostra testa pensiamo che le persone con così tanti soldi debbano comportarsi in un certo modo, ma sono sicura che sono tutte completamente diverse l’una dall’altra! Certo volte può essere snervante. Non capisci mai veramente a cosa ti stai preparando. Quella visita è stata anche la prima in cui ho usato un nome falso.

Di solito uso il mio nome e il mio indirizzo email e sono contenta dell’idea che un agente immobiliare potrebbe scoprirmi cercandomi su Google; la visita pensata come progetto artistico che entra nella realtà. È successo in almeno due occasioni che io sappia. Ma quando stai cercando di acquistare un posto così costoso sicuramente andranno su Google a cercare il tuo nome e scopriranno chi sei.

Fabiola Fiocco: Vorrei tornare per un momento all’episodio nove, quello in cui hai visitato il complesso residenziale privato per studenti a Newcastle. È un fenomeno abbastanza nuovo e che si sta espandendo molto rapidamente in diversi Paesi, con un impatto e conseguenze notevoli sul tessuto sociale delle aree interessate. Per prima cosa vorrei chiederti perché hai scelto di spostare l’attenzione dagli immobili di lusso di fascia alta ad alloggi privati per studenti?

Laura Yuile: Volevo espandermi e guardare a diverse forme di financilised housing attraverso gli occhi dei personaggi che vivono in queste proprietà o investono in esse. Le proprietà di lusso che ho visto si trovano principalmente a Londra e Berlino e si rivolgono in gran parte al target dell’”investitore straniero”. Gli alloggi privati ​​per studenti invece sono una cosa completamente diversa perché gli studenti non acquistano quella casa come investimento, ma affittano un alloggio in quanto soluzione  facile e conveniente, nel momento in cui  il vero investimento per loro è l’istruzione.

Non si tratta solo della formazione in sé ma dell’investimento che comporta l’aver studiato in un’università di lingua inglese, in un altro Paese, in dell’università di un certo prestigio. In un certo senso si tratta di un’unica comunità globale privilegiata e  mobile, che cerca di non spendere troppo nei vari traslochi da una città all’altra.

Gli alloggi per studenti a Newcastle, una città piccola e più economica rispetto a Londra, sono totalmente sconnessi dal valore di mercato della città. Le persone pagano cifre folli per stare in una città relativamente economica che appare soltanto un posto un po’ di lusso, con spazi condivisi, tavolo da biliardo o giochi, e perché vogliono qualcosa di sicuro per se stessi o i loro bambini e non conoscono il mercato degli affitti, né vogliono rischiare. Sono tutti modelli immobiliari che sembrano incarnare questo tipo di “architettura della convenienza” che consente a qualcuno di spuntare  all’improvviso in un paese nuovo, in un contesto diverso, senza doversi preoccupare di come integrarsi o di come amministrare la propria vita lì. È tutto già pronto, tutte le bollette sono incluse, c’è un’app per tutto. Proprio come un investitore straniero che acquista una proprietà a Londra in una fiera immobiliare da tutt’altra parte, senza alcuna connessione con la comunità locale o geografica del luogo.

Gli studenti hanno la propria comunità studentesca e non interagiscono molto con la comunità stabile, di quella zona. Immagino che quando sai che sarai in un posto per soli tre anni è difficile sentirsi parte di esso e questo tipo di alloggio sembra davvero aumentare quella sensazione di essere separato da tutto ciò che invece nella città è permanente. Quindi è a suo modo una bolla, diversa ma ugualmente insostenibile.

Fabiola Fiocco: Penso sia molto pertinente e puntuale ciò che dici nell’episodio parlando di come tali soluzioni abitative propongano un’individualizzazione dell’esperienza studentesca. Credo che ci sia anche un tipo molto specifico di comunicazione e di terminologia che viene utilizzata in questo tipo di spazi. Tutto sembra basarsi solo sulla promozione di attività sociali e ricreative, di uno stile di vita che infantilizza le persone ospitate.

Ti vendono un’esperienza che non rappresenta davvero cosa significa vivere da soli e imparare a vivere insieme. E tutto questo in un momento importante della tua vita, quando esci dalla casa dei tuoi genitori per entrare nella vita adulta. Pensi che ci siano dei parallelismi nel modo in cui sono raccontati e commercializzati tali spazi e nel modo in cui organizzano la vita dei loro abitanti?

Laura Yuile: Improvvisamente molte delle nuove costruzioni a Londra vengono realizzate in questo stile molto simile: c’è sempre un’area, con libri e oggetti attentamente disposti come se nessuno li utilizzasse mai veramente, in cui i residenti possono incontrarsi, vari spazi comuni come il cinema e la palestra, ed una portineria. Oltre a ciò, c’è ovviamente un alto livello di sorveglianza, il che le rende sostanzialmente comunità blindate, che ci siano cancelli all’ingresso oppure no. Si tratta sicuramente di individualizzazione, e di pensare solo a se stessi, ma sfruttando il linguaggio di comunità, parola che ovviamente diventa abbastanza insignificante in questo contesto.

La stessa lingua viene utilizzata per vendere l’idea di comunità e l’idea di uno stile di vita di lusso. Ma viviamo già in comunità, in appartamenti normali, uno accanto all’altro e senza dover pagare un prezzo così alto! Un’altra materializzazione grottesca di questa commercializzazione della vita in comune è questo nuovo fenomeno del co-living. La scorsa settimana sono andata a visitare un complesso di co-living a Londra chiamato The Collective.

È fondamentalmente un alloggio studentesco ma per adulti con un lavoro e molto più costoso. In quanto residente “a lungo termine” (fino a 3 mesi) paghi almeno circa 1600 sterline al mese per una piccola unità abitativa, simile a uno studio, praticamente una camera dormitorio all’interno un edificio studentesco. Poi ci sono spazi comuni, spazi di co-working, ed eventi a cui i residenti possono partecipare, come le lezioni di yoga o le serate open-mic. C’era anche una bella piscina e una palestra ma alla fine sembrava un ostello della gioventù di lusso, con lo scopo di attrarre  giovani professionisti e nomadi digitali.

Trecento persone vivono lì e alcuni di loro rimangono per sei mesi o un anno, ma puoi anche rimanere lì per una notte se vuoi. L’idea che ciò crei un qualsiasi tipo di comunità o senso di collettività è bizzarra. È un posto totalmente pensato per l’individuo, con l’illusione della vita in comune. Penso che il filo conduttore di tutte queste forme di alloggio sia la volontà di rendere in qualche modo desiderabile l’idea di vivere in un hotel. L’idea di soggiornare in un hotel va di pari passo con l’idea di non impegnarsi, di non investire nulla nella posizione in cui ti trovi perché è solo temporanea e non sai per quanto tempo sarai lì. È il voler rendere affascinante la precarietà e instabilità.

Fabiola Fiocco: Viene spontaneo interrogarsi sul perché utilizzare parole chiave relative alla comunità e alla partecipazione mentre si commercializza qualcosa che ambisce invece a rendere affascinante la precarietà. Se vuoi che le persone continuino a muoversi, a non mettere radici, perché mettere così tanto impegno nel veicolare queste grandi idee – comunità, collettività, impegno comune, ecc.?

Laura Yuile: Quando viene approvata la costruzione di un grande edificio a Londra ci sono alcune cose che devono essere fatte per legge. Si dovrebbero garantire una quota di alloggi a prezzi accessibili o di alloggi sociali – circa il 30%, anche se di solito i costruttori negoziano con il comune o il governo, e solo il 5% degli alloggi finisce per essere ad un prezzo accessibile, qualunque cosa significhi. Quindi, da una parte penso che in questo modo il comune ottiene quello che vuole, ovvero far sembrare quel nuovo palazzo come qualcosa di positivo per la comunità, consentendo al costruttore di continuare ad acquistare terreni e costruire case.

Sono andata a visitare un co-living in Cina e le persone che lo gestiscono mi hanno detto – e penso che lo credano sinceramente – che i giovani ora sono così soli e disconnessi a causa dei social e del modo in cui viviamo che abbracciano questa nuova idea di abitare come effettivamente più socievole e condivisa. Forse è così che la gente vuole vivere adesso. Il problema principale è che tutto ciò è ovviamente concepito e venduto da società puramente orientate al profitto, e le idee di collettività e comunanza sono semplici decorazioni pubblicitarie, mentre la maggior parte delle persone che acquistano questi “stili di vita” lo fanno senza informarsi davvero su modelli alternativi di vita e organizzazione.

È già terribile che non veniamo pagati per il nostro contributo a piattaforme come Facebook, ma almeno non paghiamo per essere lì. Come per molte cose, il capitalismo ci priva di qualcosa di buono e ce lo rivende, in una forma commercializzata, come soluzione al malessere di averlo perso.

Fabiola Fiocco: Tornando al podcast, nelle diverse puntato riesci a tenere insieme in modo particolarmente efficace tanti diversi registri e toni linguistici. Un tono molto descrittivo e seducente si intreccia con un approccio più discorsivo e genuino. È una scelta estetica e formale o una conseguenza dell’esperienza stessa?

Laura Yuile: Mi piace l’idea che ASSET ARREST sia questa agenzia inutile che aiuta veramente le persone a non acquistare niente. Un’agenzia ridondante che fa perdere tempo agli agenti immobiliari e ai costruttori, occupando i loro spazi privati ​​per un breve lasso di tempo e condividendo qualcosa dell’esperienza con chiunque voglia ascoltare. Avere un logo e un’estetica in qualche modo coerente aiuta a dare l’impressione di un’organizzazione quando in realtà sono solo io che goffamente mi oriento tra case da milioni di sterline, fingendo di avere un marito.

Mi piace molto lo scontro tra due cose che si combinano in modo maldestro e inaspettato. Mi piace creare certe aspettative, e poi vivere questi momenti ridicoli tra me e uno sconosciuto, mentre fingiamo di essere una coppia e facciamo molti errori, preoccupandoci di non essere scoperti. Non so nemmeno se gli altri se ne accorgano perché non registro mai la visita, ma immagino di sì. E allo stesso modo, c’è lo scontro tra la conversazione tra me e il mio ospite e la parte in cui qualcun altro legge le informazioni dalla brochure della proprietà che abbiamo visitato.

Ho scelto di avere anche questa parte perché volevo evidenziare l’assurdità della terminologia che viene usata per vendere questi posti. Sembra uno scherzo, potrebbe anche essere. Ascoltarlo ad alta voce ti fa davvero rendere conto di quanto siano ridicole certe affermazioni.

Fabiola Fiocco: Come pensi che ASSET ARREST si inserisca all’interno della tua ricerca artistica? Ha cambiato nel tempo il modo in cui lavori e crei?

Laura Yuile: Già circa otto anni fa ho organizzato degli eventi all’interno degli showroom di IKEA, senza la loro autorizzazione, in cui invitavo un gruppo di persone ad occupare gli spazi dello showroom per avere discussioni ed esibizioni. Quindi c’è sempre stato all’interno della mia pratica artistica il bisogno di portare le cose fuori dallo spazio dello studio e della galleria, usando spazi privati ​​e commerciali e impegnandomi a realizzare cose più aperte e discorsive.

Non è che non vedo ASSET ARREST come un’opera d’arte, ma per me è molto difficile dire cosa sia o classificare di cosa si tratta. Per me è anche un modo di fare ricerca e sviluppare conversazioni e idee che potrebbero poi materializzarsi. Nel tempo ho creato un fantastico archivio composto da tutti i cataloghi che mi vengono donati durante la visita. Le proprietà di fascia alta a Londra hanno dei cataloghi incredibili, con copertina rigida, e penso che questo materiale sia molto interessante, nessuno potrebbe consultarlo, a meno che non visiti la proprietà.

Le persone mi chiedono sempre cosa ho intenzione di fare con ASSET ARREST, se lo sto facendo per realizzare una mostra o un film. Ciò tende a infastidirmi poiché penso sia un progetto che ha bisogno di svilupparsi lentamente, un processo che non deve avere necessariamente un risultato definito. Penso però che questo sia un problema nell’arte in generale, la gente pensa che ci debba sempre essere una ragione economica. Un prodotto finale che motiva tutto. Per me è più una rottura con altri tipi di lavori che realizzo nel mio studio, con una pratica più solitaria. Penso poi che più durerà, più potrà diventare strano, prezioso e interessante. Lo sento come se fosse il mio lavoro o qualcosa del genere, anche se nessuno mi sta davvero pagando per farlo.

Fabiola Fiocco: Quali sono i prossimi passi e quali sono i fenomeni specifici che si desidera affrontare?

Laura Yuile: Vorrei continuare a esplorare altri tipi di alloggi come gli alloggi per studenti, i co-living, le comunità chiuse o i compound pensati appositamente per expat, ecc. Mi piacerebbe fare alcune esplorazioni a lungo termine di questi luoghi, vivendoci effettivamente anche solo un mese o due. C’è questo posto che presto aprirà appena fuori Londra. Non lo nominerò perché potrebbero mettermi nella lista nera, ma è fondamentalmente un hotel che si definisce un “rifugio”. È una grande casa di campagna solo per soci: paghi un abbonamento e ottieni l’accesso come ospite diurno o prenoti un pernottamento. Si può andare con gli amici ma anche con i dipendenti e trascorrere lì alcuni giorni partecipando a lezioni di ceramica, yoga, ecc.

Ci sono diversi ristoranti, una sala cinema e altri servizi come in un hotel, ma c’è anche uno spazio di co-working in modo da poter ovviamente continuare a lavorare durante il “ritiro”. Si promuove in modo abbastanza diretta l’idea di un ritiro come qualcosa che implica comunque il lavorare. L’idea di una vacanza come lavoro; o lavorare come vacanza. Hanno anche una sede a Lisbona, mi sembra, e vendono proprio questa idea di una “vacanza di lavoro”. Sono molto impaziente di esplorare ulteriormente questo strano sconfinamento tra lavoro e vacanza, casa e hotel, in tutte le sue forme architettoniche.

Fabiola Fiocco: Sta diventando più difficile andare avanti con il progetto? Man mano che viene conosciuto da più persone, ti è capitato che le agenzie scoprissero chi sei e cancellassero la visita?

Laura Yuile: Finora è sempre andato tutto bene. Di solito mi piace usare il mio nome e il mio indirizzo e-mail per fissare un appuntamento e in calce alla mia e-mail c’è il link del mio sito web. Mi piace l’idea che possano scoprire che si tratta di un progetto artistico, mi piace pensare al potenziale dell’agente immobiliare che si rende conto che ho recitato un ruolo nello stesso modo in cui lui sta recitando un ruolo.

Due agenti immobiliari a Berlino mi hanno trovato su Google dopo la visita e inviato un’e-mail abbastanza arrabbiata su come avevano trovato il mio podcast. Penso che la loro principale preoccupazione fosse che nel podcast fosse stata pubblicata la nostra conversazione ma questa è una cosa che non faccio. Qui a Londra non mi preoccupo affatto perché ci sono così tante di queste agenzie e sono tutte in competizione tra loro, quindi se uno lo scopre è abbastanza improbabile che informi le altre. Le aziende tendono anche ad essere abbastanza grandi e a generare molto interesse, quindi sospetto non abbiano così tanto tempo o interesse a cercare su Google ogni potenziale acquirente.

Penso che una proprietà da 1 milione di sterline a Londra non sia un grosso problema per loro. Ma, se diventa un problema, userò un nome e un indirizzo diverso, come ho fatto con quello da 27 milioni di pound, e in questo caso la questione diventa leggermente diversa. L’altro giorno ho anche pensato di inviare una mail riguardo il podcast a tutti gli sviluppatori e le agenzie con cui sono stata in contatto finora, per indirizzare deliberatamente la loro attenzione su di esso. Dopotutto, se uso un nome diverso quando richiedo una visita, non c’è nulla che possano realmente fare per impedire questa “infiltrazione”.

RIFERIMENTI

1. Keller Easterling, Extrastatecraft: The Power of Infrastructure Space (Londra, Verso, 2016), 20