Dov’è il confine tra spirito imprenditoriale e precarietà? Silvio Lorusso crede che oggi tutto funzioni come una startup – non solo compagnie e istituzioni ma innanzitutto le persone. Silvio ha recentemente pubblicato Entreprecariat – Siamo tutti imprenditori. Nessuno è al sicuro con Krisis Publishing, un libro che esplora le multiformi strategie con cui le logiche imprenditoriali influenzano il nostro comportamento, specialmente quando si è disoccupati e si è in attesa del grande passo che porterà al successo.

Silvio Lorusso è ricercatore affiliato all’Institute of Network Cultures di Amsterdam, tutor alla Royal Academy of Art a Den Haag e ricercatore alla Willem De Kooning Academy. È inoltre membro di varia e parte della redazione della rivista italiana di graphic design Progetto Grafico. I suoi lavori sono stati presentati a Re:Publica (Germania), MaXXI (Roma), Transmediale (Germania), The Photographers’ Gallery (Regno Unito), Drugo More (Ungheria), Kunsthalle Wien (Austria), Vögele Kultur Zentrum (Svizzera), NRW-Forum (Germania), MoneyLab (Paesi Bassi), Impakt (Paesi Bassi), Sight & Sound (Canada), Adhocracy (Grecia).

Ha conseguito un Ph.D. in Scienze del Design all’Università Iuav di Venezia. I suoi progetti sono stati pubblicati, tra gli altri, su The Guardian, The Financial Times e Wired. Dal 2013, si occupa del Post-Digital Publishing Archive (p-dpa.net). Vive a Rotterdam e insegna in tutto il mondo.

Filippo Lorenzin: La tua ricerca ti ha portato a camminare sul sottile confine che divide design e art – infatti, hai partecipato a molte mostre d’arte contemporanea. Come collochi questo ecletticismo in relazione al concetto di imprendicariato?

Silvio Lorusso: L’eclettismo di cui parli è una componente fondamentale della “galassia imprendicariale” (come la chiama Raffaele Alberto Ventura nella postfazione del libro). A tal proposito, una parte di Entreprecariat è dedicata a Fiverr, il principale mercato online per i servizi freelance. Su Fiverr ci si imbatte in un esercito di “micro-imprenditori” che si inventano di tutto per sbarcare il lunario: scrivono canzoni, traducono dall’inglese, programmano in Javascript, fanno scherzi telefonici, si propongono come counselor, si travestono da Gesù Cristo ecc. Alcuni dei servizi offerti sembrano delle vere e proprie opere di performance art. Nell’ambito dell’imprendicariato, l’eclettismo sembra essere una necessità. Si assiste alla prototipazione rapida delle carriere. È ciò che l’artista Sebastian Schmieg chiama “creatività di sopravvivenza”. In fondo ciò che accade su Fiverr non è molto diverso dalla realtà di molti artisti e designer – siano essi artisti che vestono i panni di designer o designer che si presentano come artisti – e cioè dividersi tra una serie di lavoretti più o meno remunerati e tra commissioni il cui contenuto propriamente artistico è intermittente.

Filippo Lorenzin: L’espressione “Fake it till you make it” mi ha ricordato uno studio [1] su come l’atto fisico di sorridere può avere un effetto benefico sull’umore. Se ti costringi a sorridere potresti sentirti meno sotto pressione e più felice. Cosa pensi degli effetti psicologici di fare finta di avere successo? Chi è il pubblico di questa messinscena, gli altri o noi stessi?

Silvio Lorusso: Questo è il tema della sezione del libro intitolata appunto “Fake it till you make it”, fai finta finché non ci riesci per davvero. Il fatto che l’intero spettro dei sentimenti, e in particolare la sua porzione positiva sia, per così dire, messo a lavoro non è una novità. Già sul finire degli anni ‘70 la sociologa Arlie Russell Hochschild  parlava di “cuore amministrato” a proposito delle mansioni svolte dalle hostess e dagli steward. Oggi l’aderenza a una serie di norme emotive che permeano gli spazi di lavoro formale (l’ufficio) e informale (l’apericena) non riguarda più soltanto la classe dei servizi, i cosiddetti colletti rosa, ma buona parte della popolazione. Penso in particolare alla niceness, un modo di essere che unisce cortesia e affabilità, che emerge a scapito di qualsiasi forma di negatività. Quando il lavoro si socializza, la socialità diventa strumento. Questo è particolarmente vero per i precari e disoccupati, ai quali spetta il compito di intervenire costantemente sull’espressione pubblica della loro personalità a fini strategici.

Filippo Lorenzin: Nel libro ti occupi dell’amministrazione di se stessi. Le persone che vogliono raggiungere il successo devono modulare le proprie emozioni verso un modello ideale di attività perenne che non conosce pause e giorni di vacanza. La tensione tra l’oggi imperfetto e il domani idealizzato impone alle persone che vogliono far sì che questa utopia diventi realtà una serie di restrizioni. Chi beneficerà di una società utopica imprendicaria?

Silvio Lorusso: Ciò che mette tristezza è la configurazione di questa terra promessa: l’utopia dell’inbox zero, della casella di posta elettronica finalmente svuotata. L’utopia del sé gestionale è il miraggio di un burocrate. La retorica imprenditoriale fa leva sull’autonomia, sulla libertà di essere il proprio capo, ma ciò sembra corrispondere solo a un aumento del lavoro di amministrazione, almeno fino a quando non si cresce abbastanza da poter delegare le scartoffie. Fino ad allora l’utopia, che pure è triste, appare lontana, e quel che resta è una boring dystopia [2] fatta di organizzazione collettiva dell’entusiasmo e auto-aiuto, di life hack se produttività manifesta.

 

Filippo Lorenzin: Qual è lo scopo del libro?

Silvio Lorusso: Beh, come per qualsiasi libro, l’obiettivo è innanzitutto che venga letto. È per questo motivo che Studio Frames ha puntato a una grafica d’impatto al limite del feticistico: il libro contiene diverse illustrazioni in cui il “caos abbellito” dell’imprendicariato (di cui Geert Lovink parla nella prefazione) è ricoperto da una patina un po’ glossy. A ciò si aggiunge un sottotitolo un po’ eccessivo che fa il verso alla retorica manageriale alla Tom Peters. Questi stratagemmi celano una disamina, dai toni più pacati, del sistema di valori imprenditoriale e dei suoi effetti. In questo modo il libro prova a rivolgersi sia ai “micro-imprenditori” integrati che ai  “cognitari” apocalittici.


Note:

[1] https://www.theatlantic.com/health/archive/2012/07/study-forcing-a-smile-genuinely-decreases-stress/260513/

[2] https://motherboard.vice.com/en_us/article/aekd5j/the-rise-and-fall-of-boring-dystopia-the-anti-facebook-facebook-group


www.silviolorusso.com

http://www.krisispublishing.com/product/entreprecariat/