“L’occhio della macchina” è un libro che nasce dall’interesse di indagare su discipline con scopi e dinamiche di pensiero diverse tra loro, che condividono tuttavia un’origine comune: quella dell’informatica. Si tratta dell’Image Processing, della Computer Visione della Computer Graphics, analizzate per comprendere quale sia il ruolo decisivo di queste materie in un cambiamento della natura della visione contemporanea.

Con un’attenzione particolare alla contestualizzazione storica della visione, che funge da spina dorsale nella trattazione del libro, con riferimenti utili e necessari al mondo della visual culture e dei media studies e alla pratica artistica contemporanea, Simone Arcagni ripercorre tutti gli ambiti caratteristici dell’informatica, dalle origini fino agli sviluppi più recenti. In questo nuovo ambiente caratterizzato dalla rivoluzione digitale, la visione si configura come sistema e non come strumento, in cui si sviluppa un nuovo paradigma della logica del guardare e del vedere.

Simone Arcagni è Professore all’Università di Palermo. Insegna allo IULM di Milano e alla Scuola Holden di Torino. Studioso di nuovi media e nuove tecnologie, collabora con Nòva -Il Sole24Ore, Repubblica, FilmTV, Segnocinema e altre riviste e giornali. Tiene un blog sul sito Nòva100. Ha fondato e dirige la rivista scientifica “ESJournal” e cura Digita!, mercato internazionale di contenuti digitali. Tra le sue pubblicazioni, “Oltre il cinema”(2010) e “Screen City”(2012). Per Einaudi ha pubblicato, oltre a “L’Occhio della Macchina” (2018), “Visioni digitali”(2016).

Teresa Ruffino: Qual è stata la motivazione primaria nell’affrontare l’argomento della dimensione informatica della visione?

Simone Arcagni: Ogni epoca ha espresso una maniera di vedere, ha proposto uno sguardo, ha elaborato un occhio che è la maniera specifica di vedere il mondo di quell’epoca. Lo studioso Michael Baxandall parla di “period eye”… la prospettiva del Rinascimento, la fotografia nell’800, il cinema nel ‘900 sono state le espressioni di un occhio del tempo. La rivoluzione digitale impone, a mio parere, uno studio sul dispositivo visivo del nostro tempo… sull’occhio del nostro tempo, per capire quali sono i caratteri e l’ontologia del vedere. Non mi sono occupato nello specifico di immagini ma proprio della costituzione di occhi. Ho quindi studiato l’Imaging, la Computer Graphics, il Pattern Recognition, la Computer Vision dal punto di vista di dispostivi della visione ontologicamente differenti.

Teresa Ruffino: A partire dal titolo, il libro sottintende una convivenza di due mondi, quello della biologia e della fisiologia umana e quello legato all’informatica. Qual è stato il tuo approccio nell’affrontare le connessioni tra queste due realtà?

Simone Arcagni: Il punto di partenza è la tecnica che prova a riprodurre organi, sensi e funzioni umane (e animali)… e quindi abbiamo una tecnologia in qualche modo “mimetica” che ha come fine aumentare le prestazioni umane costruendo macchine che sono strumenti per – nel caso specifico del visivo – aumentare le prestazioni visive. La storia di questi dispositivi inizia con le lenti e poi si protrae con gli occhiali, il cannocchiale, il telescopio, la fotografia e così via. Non si tratta certo di uno specifico digitale.

La tecnologia parte sempre dall’uomo… la Computer Vision studia come abilitare le macchine a vedere delle immagini e a riconoscerle. La Computer Graphics costruisce immagini di sintesi possibili con processi matematici e non ottici e così via.

Il terreno è sempre lo stesso, la differenza epocale risiede nel fatto che i dispositivi digitali (parliamo fondamentalmente di software) si apprestano a divenire sempre più complessi e sfaccettati, tentano di sfuggire dall’essere semplici strumenti in grado di svolgere una funzione per divenire vere e proprie entità non-biologiche dalle varie e funzioni e dalle prestazioni complesse. Costruiamo sistemi di visione in grado di accumulare numeri enormi di dati, di elaborarli e inoltre di fare tutto ciò con un’autonomia che – se ho sempre piuttosto pudore a chiamare Intelligenza – si avvicina sempre di più a una sostanza quasi biologica.

Dal mio punto di vista (ma sono in ottima compagnia) dobbiamo iniziare a studiare le tecnologie emergenti e complesse sempre più come entità, con un approccio biologico, anche perché queste tecnologie richiedono più che un semplice utilizzo, un vero e proprio dialogo, uno scambio continuo di informazioni, un rapporto che già l’informatico Joseph Licklider negli anni ’60 chiamava “simbiotico”.

Teresa Ruffino: Nel libro viene espresso come il cambio del paradigma della visione si manifesti nell’utilizzo di un dispositivo esterno rispetto all’uomo. Negli “Antefatti” vengono citati i “due cerchi ovali di metallo” de “Il nome della rosa” di Umberto Eco come strumento di visione e conoscenza precursori dell’occhio contemporaneo della macchina. Se nel caso degli occhiali si tratta di un ampliamento in senso fisico e ottico, qual è la necessità primaria che spinge l’uomo a provare a rendere la macchina “capace di vedere”?

Simone Arcagni: Come accennavo precedentemente, inizialmente c’è un evidente bisogno di amplificazione delle nostre funzioni sensoriali: nello specifico amplificare cioè la potenza visiva dell’occhio. Con il digitale questa sfida esce dai confini prestabiliti: non si tratta più semplicemente di costruire strumenti visivi potenti ma si producono occhi in grado di sondare il non ottico o di produrre un visivo non oculare come nel caso dell’Hyperimaging.

Sfidare l’invisibile come nel caso del Medical Imaging oppure dotare la macchina di funzioni oculari e poi lasciarla “libera” di sperimentare diversi campi visivi.

In questo l’arte è un alleato fondamentale… sperimenta linguaggi visivi, mette alla prova hardware e software, contamina visione scientifica e tecnologica, mette alla prova l’ambiente visivo provando a generare ambienti visivi ibridi (per esempio con la realtà aumentata o con la mixed reality). Il digitale si pone come un territorio potenzialmente senza limiti in cui l’accezione stessa di visivo sconfina continuamente.

Teresa Ruffino: Nel tuo lavoro sono spesso presenti riferimenti che permettono di capire le origini e lo sviluppo della disciplina informatica; qual è, secondo te, l’importanza della comprensione delle radici storiche e filosofiche di un fenomeno così rilevante nella contemporaneità?

Simone Arcagni: Secondo me sono due le riflessioni da fare: da una parte c’è bisogno che la Filosofia o comunque un pensiero umanista si appropri dell’Informatica e del digitale riconducendolo, non tanto alla descrizione di tecnologie, ma a uno studio approfondito dello specifico linguistico dell’Informatica, alla sua importanza per gli impatti sociali, economici, culturali… vorrei sottolineare la sua centralità imprescindibile nel corpo sociale culturale della nostra epoca. L’Informatica non può non essere oggi un discorso filosofico.

In secondo luogo trovo fondamentale sottolineare due elementi: da una parte la frattura, il cambio di paradigma, la rivoluzione imposta dal digitale. E quindi focalizzare gli studi su quanto di discontinuo questa imponga nelle nostre società. Dall’altra sottolineare come la rivoluzione digitale sia sostenuta da bisogni, pensieri, metafisiche persino (penso a Leibnitz) che nel corso del tempo hanno avuto modo di esprimersi. Fare la storia delle macchine da calcolo o dell’algoritmo o del “pensiero discreto” non è apprestare semplicisticamente un cammino, definire una teleologia, bensì notare l’affiorare nel pensiero umano di momenti di forte comunanza tra scienza e filosofia, tra tecnologia e arte e insistere su come essi hanno manifestato spinte, direzioni che oggi sono determinanti 

Teresa Ruffino: Nel libro parli dell’esistenza di un’autonomia della visione della macchina rispetto alla visione umana che ne pone le basi di esistenza. Come si manifesta, a tuo parere, la specificità dello sguardo computazione rispetto allo sguardo dell’uomo?

Simone Arcagni: Lo sguardo computazionale innanzitutto è artificiale, in secondo luogo è matematico e informazionale. Vive di una macchina (software e hardware) che è una macchina di calcolo, un elaboratore che riceve e ridà informazioni (data). Il punto a mio parere centrale non sta tanto nella differenza tra l’occhio della macchina e quello umano ma tra questo occhio computazionale e gli occhi precedenti che sono stati semplicemente strumenti per vedere. Qui stiamo parlando di sistemi complessi che sono chiamati a vedere, riconoscere, interpretare, produrre immagini, ad affiancare la nostra vista, disponendosi come alternativa o simbiosi. Questo è a mio parere il punto centrale della questione.

Teresa Ruffino: Tra i vari capitoli riferiti principalmente ad ambiti scientifico-tecnologici (macchina, computazione, matematica, cibernetica, tecnologia, artificialità, virtuale e aumentato, sensore, data) troviamo anche due titoli apparentemente discostanti da questi mondi. Mi riferisco al capitolo “L’occhio estatico” e in particolare a “l’occhio di Dio”. Puoi indicare come è stata pensata nel libro questa associazione tra vista e divino?

Simone Arcagni: L’occhio computazionale non deve attendere all’idea di “normalità” e non deve per forza sottostare né alle leggi dell’Ottica né a quelle della Fisica, e quindi quelle “uscite da sé” che nell’uomo sono viste come patologie o aberrazioni (dalle malattie dell’occhio alle allucinazioni) si presentano come opzioni, skill, opportunità. La domanda che quindi mi sono posto è se l’aberrazione umana sia quindi un’opportunità computazionale. Se questa visione aberrante sia in grado di produrre quella spinta a superare e trascendere, a uscire da sé (e dal normale) che possiamo chiamare “estasi”. L’arte ha a lungo lavorato in questo territorio e in particolare l’arte digitale è stata in grado di mostrarci esperimenti di visioni “estasiate”…

Per quanto riguarda invece “l’occhio di dio” 
si tratta di una antica utopia (o distopia) relativa a vedere tutto e vedere sempre… e questa sembra essere l’ansia che contraddistingue la società digitale. L’occhio digitale come “occhio di dio” costantemente appuntato sul mondo… l’occhio delle camere di sicurezza e di sorveglianza, delle fotocamere digitali, delle web-cam e dei videofonini che si apprestano a mappare e visionare il mondo da più punti di vista. Un occhio che vive negli streaming e nelle piattaforme, nella realtà virtuale, aumentata e mista che si serve proprio della camera per costruire ambienti visivi misti in cui “oggetti” virtuali come infografiche o avatar si situano nell’orizzonte visivo fisico.

La spinta a vedere tutto si concretizza in una nuova utopia “panoculare” che crede fortemente nella possibilità di gettare uno sguardo ovunque e sempre. Di essere pervasiva e ubiqua. Di ricevere continuamente data tramite le connessioni e quindi di essere generativa, connettiva, geograficamente ubicata tramite informazioni geolocalizzate, espansa da dati non oculari, come quelle derivate dai sensori di movimento.


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