Farfalle transgeniche, sementi geneticamente modificate e proteine fluorescenti: nel panorama della bioarte sono all’ordine del giorno, ma cosa significa esattamente fare dell’arte con la materia vivente? A cosa ci riferiamo quando parliamo di arte transgenica? In questo panorama spinoso, che più di tutti lega a doppio filo arte e scienza, filosofia e biotecnologie, questioni giuridiche e tabù ancestrali cerca di fare ordine il libro di Mario Savini “Arte transgenica: la vita è il medium, edito nel 2018 da Pisa University Press.

Il testo, largamente influenzato dalla visione del filosofo Yves Michaud, autore anche della prefazione, sposa il concetto di arte transgenica formulato da Eduardo Kac e si articola in tre sezioni: una prima parte introduttiva in cui si definiscono i termini del discorso (a cominciare dalla differenza tra bioarte, arte biotecnologica e arte transgenica vera e propria); una seconda antologica, in cui si citano le ricerche dei maggiori esponenti, dagli anni Novanta ai giorni nostri, identificandone i caratteri comuni, e una terza che riporta le interviste a cinque di loro in particolare: Joe Davis, Anna Dumitriu, Yiannis Melanitis, Klaus Spiess e Lucy Strecker, corredata da appendici con le note biografiche di ciascun artista. Una sorta di prontuario di tutto quello che c’è da sapere per approcciarsi a questo campo con cognizione di causa.

Nel complesso, le tre sezioni mettono sul piatto tutte le questioni calde legate all’arte del vivente, sospesa tra etica ed estetica: il rapporto tra discipline scientifiche ed artistiche, la ridefinizione dei concetti di natura e umanità, lo slittamento delle opere d’arte da oggetti ad esperienze, il nuovo ruolo del pubblico e quello problematico delle istituzioni, i problemi conservativi e di allestimento. Domande cruciali cui gli artisti cercano di dare la propria personale risposta, lasciando comunque il campo ancora ampiamente aperto al dibattito e alla riflessione.

Mario Savini è critico d’arte e giornalista. I suoi interessi riguardano gli aspetti sociali legati ai New Media e le relazioni tra cultura visiva contemporanea e biotecnologie. Dal 2012 dirige il web magazine di scienze e culture digitali Postinterface. Ha insegnato nelle accademie di belle arti di Catania, Macerata e Roma. Oltre al presente saggio ha pubblicato “Postinterface. L’evoluzione connettiva e la diffusione del pensiero plurale” (Pisa University Press, 2009). I sui studi sull’arte transgenica sono stati presentati in varie università tra cui, nel 2015, alla University of Western Australia (Perth) in occasione della conferenza scientifica “Neolife. The Inaugural (Rest of the World)” e, nel 2017, alla Ionian University di Corfù per la conferenza scientifica “TABOO – TRANSGRESSION – TRANSCENDENCE in Art & Science”. Le sue ricerche sono state pubblicate in varie riviste scientifiche tra cui Technoetic Arts: A Journal of Speculative Research (2017). Attualmente collabora all’Università di Teramo e scrive per Nòva – Il Sole 24 Ore.

Federica Fontana: L’arte transgenica si configura inevitabilmente come una rottura, segnando uno scarto fondamentale nell’ambito artistico dalla creazione di oggetti a quella di esseri viventi. Quali sono invece i suoi punti di contatto con l’arte del Novecento?

Mario Savini: Quando si affrontano tematiche relative all’arte transgenica gli argomenti coinvolgono inevitabilmente il rapporto tra arte e scienza. Da questo punto di vista, è proprio Yves Michaud a ribadire nella prefazione del libro che l’incontro tra queste due discipline “ha già avuto un impatto importante sull’arte del XX secolo. Ricordiamo Malevič, Duchamp e le speculazioni sulla quarta dimensione. Ricordiamo le anticipazioni del cinetismo e del cinetismo vero e proprio, dal futurismo e i modulatori di Moholy-Nagy fino all’Op Art con Vasarely e Bridget Riley.

Eppure si trattava di incontri occasionali dove ogni ambito d’intervento manteneva la sua specificità: l’arte prendeva idee dalla scienza ma ognuno restava nel suo isolamento. Con Fluxus, le intuizioni di Frank Malina, l’arrivo dei primi computer, la rivoluzione digitale e i fantastici sviluppi della biochimica e della genetica, le cose sono completamente cambiate: si assiste ad una strana fusione tra le arti e la scienza”.

Federica Fontana: Nella seconda parte del libro una domanda ricorrente che fai agli artisti intervistati è quella sulla dimensione etica del loro lavoro, che è poi una delle questioni più pressanti legate all’arte transgenica e alla Bioarte in generale. Alla luce delle testimonianze raccolte, quale pensi che debba essere il ruolo dell’etica all’interno di queste pratiche? C’è un modo di pensare all’arte transgenica al di là del discorso sulle ansie morali, la liberazione artistica o il determinismo tecnologico?

Mario Savini: Nel XXI secolo, la vita non sembra avere una definizione chiara e condivisa da un punto di vista scientifico o etico. Nelle contraddizioni che emergono nell’era postumana anche l’arte mette in luce le nostre difficoltà di interagire con l’attuale epoca storica. Queste opere, in generale, rimarcano quell’espressione ancora incerta degli equilibri globali che ci troviamo a vivere. Spesso, infatti, abbiamo la sensazione di non capire il presente ed è come se ci sfuggisse di mano.

L’orizzonte delle nostre responsabilità si è notevolmente ampliato, diventando “cosmico” – come direbbe Hans Jonas. “Lavorare con creature viventi – ribadisce l’artista americana Kathy High nel mio libro – comporta sempre un aspetto etico. Come trattiamo le creature viventi? In che modo attiriamo l’attenzione sulla loro creazione? Come le chiamiamo? Come ce ne occupiamo? Come le ‘abbattiamo’ alla fine del nostro esperimento/performance/mostra? Chi lavora con l’arte transgenica deve rispondere a tutte queste domande”.

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Federica Fontana: Essendo legata ai laboratori di biotecnologie e genetica, la maggior parte della ricerca nel campo della Bioarte si sostenta attraverso i finanziamenti, spesso anche molto ingenti, di imprese e istituzioni. Lo scrittore e attivista Jeremy Rifkin ha sottolineato come questa situazione possa rendere i bioartisti, non meno degli scienziati, vittime degli interessi delle multinazionali, esponendoli al rischio di essere manipolati o sfruttati per influenzare l’opinione pubblica. Tu cosa ne pensi?

Mario Savini: Durante le ricerche effettuate per il mio libro non sono emerse problematiche di questo tipo. Anzi, ho riscontrato da parte di tutti gli artisti, con cui ho avuto dialoghi diretti, una grande libertà di espressione. Mi viene in mente il lavoro del collettivo di attivisti britannici Cultural Terrorist Agency (CTA), un’organizzazione che addirittura finanzia e sostiene azioni contro le grandi aziende. Nel 1999 questi artisti hanno presentato SuperWeed kit 1.0, un kit fai-da-te con una miscela di semi naturali e geneticamente modificati. È stato un invito a rispondere alla minaccia dell’inquinamento genetico proveniente dalle aziende biotecnologiche. Con il kit si poteva produrre un’erba infestante e resistente agli attuali erbicidi (ad esempio il Roundup di Monsanto) con lo scopo di minacciare la redditività dei raccolti tradizionali e GM di Brassica, ma anche la produzione e distribuzione di diserbanti.

In riferimento alla domanda c’è poi da aggiungere che nel campo delle biotecnologie le ricerche cambiano molto velocemente. Ad esempio si stanno aprendo nuove prospettive con l’utilizzo di CRISPR-Cas9, un rivoluzionario strumento di modifica genica che consente di tagliare e modificare il genoma di organismi viventi in maniera sito-specifica. Si tratta di un potentissimo e precisissimo strumento di editing genetico che risulta di impiego molto più facile, veloce e al contempo più economico rispetto alle tecnologie preesistenti. Tra non molto saremo in grado di utilizzare queste tecniche in maniera totalmente autonoma e in luoghi a noi comodi.

 

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Federica Fontana: L’introduzione della materia vivente nella creazione artistica ha portato con sé problemi legati all’esposizione e alla musealizzazione degli organismi geneticamente modificati, sia dal punto di vista della sicurezza che del loro mantenimento. A che punto siamo oggi in questo senso?

Mario Savini: Sul concetto di musealizzazione si potrebbe metaforicamente pensare ad un passaggio del film Batman di Tim Burton del 1989. Joker (interpretato da Jack Nicholson) fa irruzione nel museo di Gotham City, insieme ad un gruppo di amici, per “modificare” le opere esposte. Si potrebbe dire che in questo caso è l’azione del “pubblico” a diventare opera: l’esperienza si sostituisce all’oggetto artistico per farsi momento estetico. Questo per dire che gli aspetti legati al luogo espositivo tradizionalmente inteso sono notevolmente cambiati perché sono entrati in crisi.

Pensiamo, ad esempio, che due anni prima della presentazione del film di Tim Burton, l’artista americano Joe Davis ha creato la prima opera d’arte transgenica, Microvenus. Si tratta di un frammento di DNA sintetico con un’icona visuale codificata, introdotto in un ceppo vivente di batteri. È lo stesso artista a ricordare nel mio libro che “Sono stati istituiti in diverse università e college di tutto il mondo corsi di Bioarte e centri di ricerca dedicati. Strutture conformi alle regole internazionali sulla sicurezza e creazione bio e sul mantenimento di organismi geneticamente modificati oggi si trovano nelle scuole d’arte e nei centri di ricerca di arte/scienza. In molti casi, gallerie e musei hanno già risposto alle sfide implicite nelle mostre pubbliche di Bioarte. Si suppone che continuino a farlo”.

Federica Fontana: Nel libro citi Yves Michaud che sostiene che “in un’epoca di estetizzazione della vita stiamo assistendo alla sparizione dell’arte”. È questo l’esito della fusione di arte e scienza di cui l’arte transgenica sembra essere l’espressione estrema e, se sì, dobbiamo leggerlo in chiave catastrofica?

Mario Savini: La Bioarte, in generale, può essere certamente un esempio di “estetizzazione della vita” così come la intende Yves Michaud. Nel suo libro “L’arte allo stato gassoso. Un saggio sull’epoca del trionfo dell’estetica”, il filosofo francese ricorda però che “questa non è la fine dell’arte; è solo la fine del regime dell’oggetto […] Le opere non scompaiono per effetto del fenomeno di vaporizzazione e volatilizzazione, ma a causa della superproduzione”.

Poi aggiunge: “Viviamo in un nuovo mondo dell’esperienza estetica e dell’arte, in cui l’esperienza estetica tende a dar colore alla totalità delle esperienze, dove la vita stessa deve adeguarsi alla bellezza, e l’arte diventa un profumo, un ornamento”.  Per alcuni aspetti, questo passaggio potrebbe collegarsi benissimo proprio a quella metafora che emerge dal  film di Tim Burton citata nella risposta precedente.


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https://www.pisauniversitypress.it/scheda-libro/mario-savini/arte-transgenica-la-vita-e-il-medium-978-883339-0680-542788.html