Partendo dal presupposto che la machine art non sia un genere o una categoria artistica, ma piuttosto una “formazione discorsiva”, nel testo “Machine Art in the Twentieth Century”, pubblicato da MIT Press nel 2016, l’autore, Andreas Broeckmann, invita il lettore a prendere parte ad un’esplorazione unica del rapporto tra arte e strutture tecnologiche, invitando ad un’indagine più approfondita della complessa e articolata relazione uomo-macchina, fin dai primi incontri dell’uomo con I sistemi tecnologici (o, per dirla in altri termini, tra individui ed apparati).

Nello specifico, opere del XX e dell’inizio del XXI secolo vengono esaminate alla luce degli sviluppi delle nuove tecnologie e con una particolare attenzione all’emergere del “macchinismo” nell’arte del secolo scorso, non solo attraverso una rigorosa prospettiva storico-artistica, ma anche prendendo in considerazione la tecnologia e la teoria dell’informazione.

Il risultato è un’indagine critica sull’estetica della macchina che influenza la concezione culturale della tecnologia stessa e, alla fine, porta ad un ripensamento del suo rapporto con l’uomo. Come Broeckmann sostiene sin dalle prime pagine, “macchina” è una nozione che denota fenomeni tecnici tanto quanto sociopolitici e psicologici.

Inoltre, anche il punto di vista storico abbraccia sviluppi non lineari e sovrapposti, in particolare quando le discipline interagiscono e si intersecano, com’è tipico delle nuove tecnologie. Il volume è articolato in sei sezioni principali (The Phantom of Machine Art; Toward the Art and Aesthetics of the Machine; Algorithm Machine, Image Machine, Body Machine, Ecology Machine) che illustrano perfettamente l’ampia prospettiva di analisi teorica e critica dell’autore. Abbiamo avuto l’occasione di discutere con Andreas Broeckmann e fargli qualche domanda sul suo lavoro.

Silvia Bertolotti: Come ha preso la decisione di scrivere un libro sulla “machine art” e da dove viene il suo interesse per questo argomento?

Andreas Broeckmann: Sono stati l’incontro con una serie di opere d’arte e la mia stessa reazione ad aver suscitato il mio interesse per l’argomento, che poi ha portato all’analisi dell’estetica della macchina che propongo nel libro. Un’altra motivazione è stata un aumento dell’agenza macchinica che ho osservato a metà degli anni ’90. Personalmente, l’ho notata per la prima volta su larga scala nelle reti elettroniche e nelle loro forme distribuite e ibride di azione. Questo mi ha fatto riflettere sul rapporto uomo-macchina e mi ha portato a voler comprendere queste relazioni più a fondo, specialmente da una prospettiva storico-artistica.

Silvia Bertolotti: Quale pensa sia stato il momento cruciale nella storia dell’estetica della macchina?

Andreas Broeckmann: Questa è ovviamente una domanda impossibile a cui rispondere per uno storico. E’ possibile individuare molti di questi momenti cruciali, a seconda della prospettiva che si adotta. Nell’analisi di quella che Lewis Mumford definisce la “mega-macchina”, ad esempio, è la costruzione delle piramidi in Egitto che per prima crea una forma di organizzazione macchinica e che genera ” la macchina”. Data la mia particolare attenzione per le arti visive, ho scoperto che all’inizio del XX secolo c’è una significativa rottura, che nella narrazione che propongo è segnata dalla pubblicazione del primo Manifesto del Futurismo nel 1909.

Da quel momento la macchina diventa un argomento prolifico di militanza artistica. La fascinazione futurista per la tecnologia non è certo il motivo, ma piuttosto un sintomo di quella trasformazione che, credo, ha molto a che fare con la meccanizzazione della vita quotidiana attraverso i mezzi di comunicazione e forse, soprattutto con l’introduzione dell’automobile: un oggetto tecnologico che, a differenza delle grandi installazioni infrastrutturali del XIX secolo, l’individuo moderno (e maschile) borghese poteva usare, controllare e padroneggiare.

Silvia Bertolotti: All’interno del campo specifico degli algoritmi e dell’autonomia della macchina, quale pensa che sia la sfida principale che l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico rappresentano per la “machine art” principalmente?

Andreas Broeckmann: Permettimi di fare un passo indietro. Innanzitutto, la tua domanda potrebbe far pensare alla “machine art” come un genere particolare, o addirittura una disciplina che potrebbe essere messa in discussione dagli sviluppi tecnologici. Non penso sia questo il caso. Il modo in cui io concepisco la “machine art” è al massimo una formazione discorsiva, un quadro concettuale attraverso cui comprendere una particolare forma di interesse artistico nei confronti della tecnologia.  Non è qualcosa che esiste per se stessa, in attesa di sfide. In secondo luogo, lo scopo dell’analisi critica del concetto di “macchina” che ho operato nel capitolo introduttivo, è rendere difficile, se non impossibile parlare di qualcosa in termini di “autonomia della macchina”, o “apprendimento automatico”, come se esistesse realmente. Secondo me, la “macchina” di cui stiamo parlando è un’entità mitica, è una figura narrativa che svolge il suo ruolo nella mitologia moderna dell’umano (qualsiasi essa sia).

Una struttura importante e fondamentale è il venir meno dell’antropomorfismo e del meccanomorfismo, per esempio, dell’abitudine a definire gli oggetti tecnologici utilizzando termini con cui ci si riferisce all’uomo (come “apprendimento”) e viceversa (come paragonare il cervello umano ad un computer). Fin dalla sua introduzione negli anni ’40, lo scopo della cibernetica è stato quello di rendere ambiguo il confine tra ciò che è umano e ciò che è tecnologico, una tendenza che si nota anche nell’uso ambivalente di termini come “autonomia” e “intelligenza”. La sfida odierna è che ciascuno, ogni volta che si  utilizzano termini mitologici come “IA (intelligenza artificiale)” o “apprendimento automatico”, sia consapevole della loro funzione ideologica di ostruire le relazioni di potere che si vengono a creare nelle tecnologie e nelle loro applicazioni.

Silvia Bertolotti: Qual è il ruolo che le nuove tecnologie stanno svolgendo nel ridefinire l’“estetica della macchina”?

Andreas Broeckmann: Chiaramente ci sono diversi trend tecnologici nella programmazione dei computer, o nella biologia sintetica, o nelle scienze dei materiali,  per esempio, e ciascuno ha le sue conseguenze. Inoltre, in qualità di storico dell’arte, tendo sempre a guardare ciò che gli artisti stanno facendo o che hanno fatto in passato, piuttosto che a fare ipotesi sulle conseguenze culturali degli sviluppi tecnologici attuali. Un trend che descrivo verso la fine del libro è strettamente collegato alla deriva ecologica della tecnologia – un trend che, comunque, era già stato descritto come “estetica dei sistemi” da Jack Burnham alla fine degli anni ’60.

Questo trend ha un impatto decisivo sul nostro modo di concepire la tecnologia e potrebbe – questo è quello che suggerisco nel libro – portare ad una completa trasformazione, se non alla scomparsa del paradigma della “macchina”. Il concetto di macchina si basa sull’idea che ci sia un sistema tecnologico che contrasta l’osservatore umano – una configurazione che diventerà insostenibile una volta che le persone avranno accettato le protesi che portano, i dispositivi che utilizzano, le medicine che assumono, il cibo che mangiano, la lingua che parlano, etc., e così loro stessi (coloro che dicono “io”), in realtà non sono opposti, ma parte degli sviluppi tecnologici.

Tengo a specificare che non credo che questo sia uno sviluppo semplice. Tuttavia, rispondendo alla tua domanda, ci sono senza dubbio delle alternative ad un’estetica che considera la tecnologia come un esterno, alieno e potenzialmente pericoloso Altro macchinico.


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