Uncanny Values: Artificial Intelligence & You è una mostra presentata dal Mak di Vienna nella cornice della Vienna Biennale for Change di quest’anno, dal significativo titolo Brave New Virtues. Shaping our digital world. Artisti, designer e architetti hanno cercato di elaborare nuove visioni che possano contribuire in maniera attiva e positiva a immaginare e dare forma al nostro futuro.

 La tecnologia è diventata il nostro habitat naturale e, a questo punto, è fondamentale avere gli strumenti per conoscerla e saperla decodificare: gli odierni dispositivi digitali, infatti, sono dei veri e propri agenti di cambiamento, capaci di avere un influsso totale sulle nostre vite e sulla definizione stessa della realtà.

Dovremmo cominciare a costruire una mappa della valle perturbante in modo da poter iniziare a comprendere, attraverso le ricerche sulla robotica, cosa ci rende umani. Questa mappa è inoltre necessaria per creare – utilizzando progettazioni non umane – dispositivi con i quali le persone possano relazionarsi in maniera serena.

M.Mori, The Uncanny Valley

In The Uncanny Valley, pubblicato nel 1970 sulla rivista Energy, Mashairo Mori, studioso giapponese di robotica, rileva come la sensazione di familiarità e piacevolezza avvertita dall’umano alla presenza di robot e androidi cresca in proporzione al loro antropomorfismo; salvo però subire un brusco calo in corrispondenza di condizioni di estremo realismo rappresentativo, destando sensazioni spiacevoli e perturbanti.

L’umana curiosità per i robot e le macchine pensanti è sempre stata accompagnata da turbamenti e inquietudini. La mostra si muove attraverso queste riflessioni per interrogarsi sul tema dell’Intelligenza Artificiale, nella convinzione che solo attraverso l’elaborazione di una nuova e diversa sensibilità culturale e tecnologica potremo riuscire realmente a comprendere questi strumenti.

Uncanny Values si presenta come una mappatura dell’Intelligenza Artificiale e delle sue applicazioni contemporanee e procede per domande, ipotesi, tentativi, riflessioni. Quali sono le implicazioni etiche, politiche e ideologiche legate allo sviluppo e all’utilizzo, nella vita di tutti i giorni, di questo tipo di dispositivi?

In Probably Chelsea, una spettacolare installazione costituita da 30 possibili ritratti di Chelsea E. Manning, Heather Dewey-Hagborg ci mostra i limiti e i pericoli della profilazione algoritmica del DNA. Queste nuove tecnologie sono spesso utilizzate nel riconoscimento e nell’elaborazione di immagini tramite complessi processi di apprendimento automatico.

In MoMa’s Baby (The Human Who Taught Computers To See), Mladen Bizumic si interroga su queste tematiche partendo dalla figura dell’ingegnere americano Russell A. Kirsch, inventore del primo scanner (1957). Nella videoinstallazione Behold These Glorious Times! e nella serie Adversarially Evolved Hallucination, Trevor Paglen ci accompagna in un viaggio all’interno della visione artificiale, mostrandoci quello che vedono le macchine e portandoci a riflettere sulle criticità di questi sistemi di machine learning.

Constant Dullart, in DullDream, sviluppa un algoritmo che rende le immagini caricate su un’apposita piattaforma “meno interessanti” (come si legge sul sito), lavorando in maniera opposta al più noto DeepDream,. Un’altra delle applicazioni più frequenti dell’IA è il vasto campo dell’assistenza vocale e dei chatbot, software programmati per simulare una conversazione con un altro essere umano, come Eliza, esposto in mostra, un programma informatico in grado di simulare un dialogo psicoterapeutico con il proprio interlocutore, sviluppato tra il 1964 e il 1966 al MIT da Joseph Weizenbaum.

In Talk to me, Jonas Lund presenta un chatbot molto particolare: possiede la voce dell’artista stesso e può essere scaricato e usato come assistente vocale dai visitatori. Il nostro rapporto con questo tipo di dispositivi è analizzato anche dal collettivo Superflux nel cortometraggio Our Friends Electric.

Molti sono gli artisti che si sono interrogati sul rapporto tra linguaggio e tecnologia: Giulia Bruno e Armin Linke, in collaborazione con l’artista e scienziato belga Luc Steels, sono presenti con la videoinstallazione Sprachagenten / Language Agents, mentre Lynn Hershman Leeson ha creato due personaggi/AI, Agent Ruby e DiNA, attraverso i quali riflettere sulla complessa relazione tra l’uomo e la tecnologia.

Se ti sabir di James Bridle è un tentativo di ricerca di nuove modalità di interazione tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda, sia esso naturale o artificiale. Molto controverse risultano anche quelle situazioni in cui la tecnologia incontra ambiti come quelli della creatività o delle emozioni: Significant Other di Jonas Lund è un’installazione interattiva che indaga il rapporto tra emozioni e tecnologia, tematica affrontata anche da Lynn Hershman Leeson in Emotional Barometer.

L’ ipotesi di macchine creative viene invece sondata in opere come Poetry Machine 1.0 di David Link, il primo generatore automatico di poesie completamente funzionante, e Immersive Integral Turn I-VIII di Jorinde Voigt. Particolarmente interessanti a tal proposito sono le opere generative AImoji e AIfont, progettate dal duo di designer viennesi Process Studio, in cui delle AI generano Emoji e Font perturbanti, che ci costringono a mettere in discussione il nostro modo di vedere e interpretare la realtà.

In BIY – Believe it yourself gli automato.farm riflettono sul tema della superstizione, mentre Simon Denny, con le installazioni della serie Centralization vs Decentralization mette in luce le zone grigie del capitalismo tecnologico; Anatomy of an  AI di Kate Crawford e Vladan Joler è un’indagine approfondita di Amazon Echo, e This Much I’m Worth (The self evaluating artwork) è un dispositivo in cui un’AI autovaluta costantemente il suo valore sul mercato dell’arte basandosi su dati reali.

In mostra è esposto anche Theseus, un topo meccanico capace di muoversi in un labirinto progettato da Claude Shannon nel 1952 e considerato uno dei primi esempi di apprendimento automatico.


Il futuro tecnologico che nel corso del tempo ha affascinato e spaventato gli uomini è ormai diventata una realtà con la quale non possiamo esimerci dal confrontarci. Nello stesso tempo, ciò che ci aspetta dietro l’angolo è spesso difficile da prevedere con esattezza: sarà un futuro di convivenza e collaborazione, come quello di The Chair Project (Four Classics) da Philipp Schmitt e Steffen Weiss, o ci troveremo davanti a super Intelligenze artificiali che rimodelleranno completamente il mondo, come quella di Asunder, di Tega Brain, Julian Oliver e Bengt SjÖlén?

Non esistono risposte sicure a queste domande, ma quello che possiamo fare è provare a mettere alla prova il presente per riuscire ad immaginare il futuro, e renderlo meno perturbante.


https://uncannyvalues.org/

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