Emilio Vavarella è un artista di origini italiane che interseca pratica artistica interdisciplinare e ricerca teorica, con particolare riferimento ai meccanismi nascosti che sottengono la relazione tra esseri umani e potere tecnologico.

L’artista inizia la sua formazione con gli studi in DAMS presso l’Università di Bologna, prosegue con la specializzazione in Arti Visive presso l’Università Iuav di Venezia, percorso culminato con una fellowship di sei mesi presso la Bezalel Academy of Arts and Design di Tel Aviv e la Bilgi University di Istanbul. Attualmente è impegnato nel conseguimento del dottorato di ricerca in Film and Visual Studies and Critical Media Practice, presso la Harvard University, con una ricerca dedicata alla relazione tra il concetto di “essere umano” e quelli che Vavarella chiama “media models.”

Vavarella ha partecipato ai più prestigiosi festival di arte e nuovi media come: EMAF – European Media Art Festival, JMAF – Japan Media Arts Festival, Stuttgarter Filmwinter, BVAM – Media Art Biennale, NYEAF New York Electronic Arts Festival, Torino Film Festival, Toronto’s Images Festival e St. Louis International Film Festival. Le suo opere sono state esposte in numerosi centri d’arte come il MAXXI di Roma e il MAMbo di Bologna, tra i più importanti in Italia, e presso il KANAL – Centre Pompidou in Belgio, The Photographer’s Gallery di Londra e il Museo di arte contemporanea Vojvodina in Serbia.

Al di là dei confini del continente europeo, ha presentato le sue produzioni presso il Museo de Arte de Caldas in Colombia, il Museo Nacional Bellas Artes di Santiago, il National Art Center di Tokyo e il Centro artistico e tecnologico Eyebeam di New York. L’artista ha inoltre ricevuto numerosi premi e borse d’arte: il Premio Fattori Contemporaneo (2019); la sovvenzione del NYSCA Electronic Media and Film Finishing Funds (2016); il premio Francesco Fabbri per l’arte contemporanea (2015) e il premio Movin’Up (2015).  Pubblica articoli e saggi su riviste di settore come Leonardo – The Journal of the International Society of the Arts, Sciences and Technology (MIT Press), Digital Creativity (Routledge) e CITAR Journal – Journal of Science and Technology of the Arts.

Ciò che colpisce visitando il sito web dell’artista, ricco di fotografie, video, scritti critici, per la maggior parte di sua produzione, è la capacità raffinata, e insieme completa, di gestione della complessità. Questa è una delle caratteristiche necessarie all’artista odierno, il cui successo non è più basato su un singolo talento, ma dipende in gran parte dalla maniera con cui la sua macchina produttiva si muove e comunica con il mondo. In questo caso l’artista restituisce la sua storia come un dono, che arriva diretto a chi lo visita.

Questo talento è legato al fatto che, nonostante con il suo lavoro egli “sfidi” i massimi sistemi di potere tecnologico attuali – come Google, Amazon, l’Intelligenza Artificiale, gli stessi paradigmi del fare arte nel contemporaneo – Vavarella ricorda e accetta, sempre e comunque, di essere un uomo. E lo fa, come l’arte italiana insegna, attraverso la narrazione. La sua fotografia ha una qualità cinematografica, non è mai statica, è continuo movimento di luce, sensazioni, memoria.

L’artista, che in un’intervista di dieci anni fa si definisce “un osservatore e un mediatore”, in realtà fa molto più di questo: in lui si possono individuare almeno tre figure che ha incarnato lungo il suo percorso, fino ad arrivare a sintetizzarle completamente nella sua personale estetica attuale. Nelle prime opere, Emilio Vavarella è un sabotatore: a braccetto con Michael Foucault, lo vediamo passeggiare tra le cose e le parole, fino a lasciare emergere la loro natura “limite”, contingente, grazie soprattutto all’individuazione dell’ “errore tecnologico”, che rielabora con una narrazione fatta di diversi livelli di linguaggio, dalla pittura alla rete, dalla scultura alla programmazione.

In “The Sicilian Family” (2012-2013) racconta la sua famiglia attraverso 44 elaborazioni digitali, frutto dell’alterazione e interazione tra codici e ricordi personali, fino ad ottenere una soluzione estetica nuova e imprevedibile, dettata dal suo gesto. In  “Report a Problem” (2012), della “THE GOOGLE TRILOGY”, viaggia in Google Street View fotografando tutti i “paesaggi sbagliati” in cui s’imbatte: sono gli errori che grazie ad una funzione possono essere segnalati all’azienda, che comprendono problemi di individuazione del luogo, censure mancate, colori sbagliati, incongruenze, apparizioni casuali.

Per detonare i concetti di originalità, legalità, legittimazione artistica, processi collettivi, lavoro immateriale e la relazione 2.0 tra artisti e curatori,  in “Embarassement Party” (2014) della serie “The Italian Job”, in occasione di una residenza digitale sul cloud computing, hackera opere, testi e fotografie di tutti gli artisti partecipanti alla mostra online,  rilasciando l’ “atto del furto” su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International.

Il secondo periodo,  da “TRANSICONMORPHOSIS” del 2013, dove in collaborazione con Fito Segrera realizza una performance in cui le emoticons ricevute attraverso una chat sono trasformate in impulsi elettrici che obbligano la fisionomia del volto a cambiare imitando le espressioni dell’icone digitali, va fino a “DREAMSCAPES Analytica®” del 2017, che investiga il rapporto tra produttività, riposo, ed economia dei dati. Emilio Vavarella è in questa fase un vero e proprio “media-flaneur”: con le ali di Gilles Deleuze, vola senza sosta costruendo la propria identità plurale, multipla, mutante, non antropocentrica, ma sempre sensoriale, emotiva ed intellettiva.

La via per non dis-perdersi in questi lavori è il richiamo alla memoria: in MNEMOGRAFO (2016), realizza un sistema automatizzato che sfrutta un semplice sistema di Google Alerts e bots per monitorare la presenza online di discussioni e articoli sul terremoto avvenuto nel nord Italia nel ’76, oppure in THE CAPTCHA PROJECT (2014), stipula un contratto con i pittori di Dafen di New York, per la rielaborazione pittorica ad olio di screenshots di codici CAPTCHA (Completely Automated Public Turing test to Tell Computers and Humans Apart), con lo scopo di raccontare la storia dei lavoratori provenienti dai Paesi più poveri, sfruttati per rimpiazzare i bot che risolvono manualmente.

Emilio Vavarella è una figura fondamentale del contemporaneo artistico italiano, anche perchè fa parte dei 17 progetti che hanno ottenuto il prestigioso premio dell’Italian Council nel 2019, indetto dal MiBAC – Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane, con il progetto dal titolo “rs548049170_1_69869_TT (The Other Shapes of Me)”, dove è stato sostenuto dai partners MAMbo (Bologna), Arthub Asia (Shanghai), The Film Study Center at Harvard University (Cambridge) e Ramdom. Inoltre, nell’ambito del programma “Per Chi Crea – Nuove Opere” (MIBAC/SIAE), ha prodotto l’opera “MNEMOSCOPIO”.

Entrambi i lavori, premiati in territorio italiano, sono oggetto dei futuri appuntamenti promossi da Ramdom nella provincia estrema della Puglia, a Gagliano Del Capo, Leuca e Tricase. Qui l’artista supera se stesso, avvicinandosi a Leonardo, al di sopra della distinzione tra arti, discipline, epoche: quando esperiamo in prima persona queste opere ci dimentichiamo chi le ha prodotte ed entriamo nella sfera del desiderio, in quanto ci si immagina protagosti di esse stesse.

“MNEMOSCOPIO” (2020) è un’installazione site-specific per il territorio del Capo di Leuca, composta da un visore sperimentale di cross-reality (XR), attraverso cui la realtà fisica del luogo in cui l’opera è installata si sovrappone e si fonde con una mappa di memorie in 3D: questa mappa è stata assemblata sulla base di dati estratti da interviste, condotte in loco, a coloro che avevano lasciato il Capo di Leuca ma vi hanno poi fatto ritorno.

rs548049170_1_69869_TT (The Other Shapes of Me)” (2020)  è un’installazione composta da un telaio Jacquard modificato, un tessuto e un video:  “È una grande installazione basata sulla conversione del mio codice genetico in tessuto, effettuata da mia madre utilizzando uno dei primi computer d’epoca industriale: il telaio Jacquard del diciannovesimo secolo. Il titolo dell’opera si riferisce alla prima linea di testo risultante dalla genotipizzazione del mio DNA.

L’opera finale è costituita da un telaio Jacquard modificato per ospitare un video del processo produttivo dell’opera ed il monumentale tessuto che ne risulta. Questo progetto avanza la mia ricerca sulle origini della tecnologia binaria e sulle sue più recenti applicazioni: dalla tessitura alla programmazione, agli algoritmi, ai software, ai processi di automazione, fino alla completa digitalizzazione di un essere umano” (E.Vavarella).

Un lavoro assolutamente “extra-ordinario”, come il motto del dispositivo wearable di ultima generazione “Google Jaquard”, che “tesse nuove esperienze digitali nelle cose che ami, indossi e usi ogni giorno per darti il potere di fare di più e di essere di più”, prodotto commerciale che in realtà serve solo ad attivare le funzioni di base di uno smartphone come ascoltare la musica o fare un acquisto online.

L’artista, che non esplicita il riferimento, risponde con il video dell’opera dove celebra il potere del montaggio delle attrazioni di Ėjzenštejn, la suspence degli amplessi delle immagini Hitchcockiane fino al taglio alla Aphex Twin, quando il volto della madre dell’artista emerge dalla purezza dei bianchi e dei neri, profondi e dettagliati del Neo Realismo di Vittorio De Sica, realizzati con movimenti costanti della cinepresa di Studio Azzurro o di Woody e Steina Wasulka. “Our ambition is simple: to make life easier. By staying connected to your digital world, your things can do so much more”.

Giada Totaro: Emilio mi piacerebbe approfittare di questa intervista per confrontarmi con te su alcune tematiche che non emergono dal materiale presente sul tuo sito web, ricco e coinvolgente. Partiamo dalla tua storia personale. Quando hai capito e deciso di intraprendere la carriera di artista?

Emilio Vavarella: Ti rispondo con qualche aneddoto. Spesso mi chiedono “quando hai scoperto di voler fare l’artista” o “quando per te l’arte è diventata una cosa seria”. In realtà la risposta è unica: io ho sempre saputo di voler fare l’artista, anche prima di sapere che l’arte fosse una disciplina, un lavoro, una professione, una carriera. Ho sempre fatto esattamente le stesse cose che vedi nel mio sito, solo che a dieci anni la qualità era sicuramente più bassa. Qualche anno fa ho recuperato a casa dei miei genitori una mia ipotesi di fumetto che risale ai tempi delle elementari.

Si intitolava “Metamorfosi,” che è poi stato uno dei soggetti principali della mia Laurea Magistrale allo IUAV, più di dieci anni dopo. Io me n’ero dimenticato, però l’idea, o meglio, la fascinazione per certi fenomeni, era già lì. Un altro racconto curioso: ricordo che in una lezione di geometria ero rimasto molto affascinato dalla geometria descrittiva, dove usi delle formule geometriche per rappresentare costruzioni mentali. Iniziai subito a cercare un modo per utilizzare la geometria descrittiva per “sistematizzare geometricamente il tempo.”

Un progetto bizzarro che mi è tornato in mente durante il primo anno di dottorato ad Harvard, quando mi sono imbattuto sul concetto di tempo come spazio isomorfico. Ultimo aneddoto legato all’infanzia, in prima elementare ho iniziato a scrivere tutti i numeri su di un foglietto a quadretti, ogni numero in un quadretto, come un codice, 0,1,2,3,4… andando a capo ad ogni riga, e curioso di sapere che tipo di pattern cromatico ne sarebbe venuto fuori.

Da ragazzino ero abbastanza certo di scoprire, così facendo, qualche codice segreto, ma in realtà mi stavo cimendando da autodidatta con i rudimenti della data visualization. L’ho capito un pò di anni dopo, e ci ho fatto sopra una delle mie prime opere. Mi piace tornare indietro, con la memoria, e riannodare tutti i fili ancora sciolti. Pertanto, tornando alla tua domanda, ho sempre cercato di scoprire qualcosa di nuovo, e di usare gli strumenti a mia disposizione in un modo inaspettato. Questo per me è già fare arte.

Giada Totaro: Quando hai iniziato a fare le prime mostre?

Emilio Vavarella: Per tutto il periodo di studi all’Università a Bologna non ho fatto mostre ma creavo tantissime cose. Sapevo però che si trattava di esperimenti, non di opere.  Solo quando il risultato di questi esperimenti, a livello materiale, ha cominciato a rispecchiare più da vicino le mie idee, ho cercato una verifica esterna. Ho iniziato a partecipare ai primi concorsi per giovani artisti verso la fine del percorso di laurea magistrale.

Da lì a poco sono stato selezionato per diverse mostre che per me erano importanti in quel periodo, come l’annuale collettiva della Fondazione Bevilacqua La Masa, la mostra Lapsus alla Fondazione Marangoni e la Biennale dei Giovani Artisti del Mediterraneo. Nel frattempo mi sono trasferito a New York e nell’arco di pochi mesi ho esposto due volte ad Eybeam, che in quegli anni ospitava le ricerche di arte e tecnologia a me più vicine, scoprendo un piccolo mondo che sembrava fatto proprio per me.

Giada Totaro: Quali sono e come gestisci gli strumenti e i fondi necessari per realizzare le tue opere?

Emilio Vavarella: Se tu ci fai caso tutte le mie prime opere a livello di materialità sono molto povere. All’inizio tanti miei progetti consistevano in semplici screenshots. Quindi fondamentalmente con un computer avevo già tutto quello che mi serviva. Potevo viaggiare senza preoccuparmi di uno studio o di materiali ingombranti, e mandare le mie foto digitalmente a festival e collettive facendole stampare ad altri. Era arte a costo zero o quasi. Minimizzare le spese per massimizzare il ritorno, investendo principalmente nella comunicazione e diffusione del mio lavoro. Per tanto tempo è stato così in termini di strategie di produzione, e se possibile lo è ancora.

Penso a “THE CAPTCHA PROJECT” in partnership coi pittori di Dafen, o alle opere della serie THE ITALIAN JOB. Sono tutti progetti in cui la questione economica, del finanziamento, non solo è presente ma è anche esplicitata. In qualche modo la uso come un perno per scardinare, per un attimo, quella che è la logica del sistema dell’arte, magari trovando un nuovo modo di fare arte, o di iniziare una collaborazione, un qualche tipo di partnership, anche un’appropriazionismo di qualcosa altrui, se mi passi il termine.

Il mio film “Animal Cinema” del 2017 è l’esempio perfetto: prodotto a costo zero con materiali appropriati sulla rete continua a girare e a far parlare di se. Ma altri progetti richiedono invece grandi investimenti, come testimonia il budget ottenuto tramite l’Italian Council per la produzione di “rs548049170_1_69869_TT (The Other Shapes of Me)” e la conversion del mio codice genetico in tessuto, che è ad oggi la mia opera tecnicamente più complessa.

Giada Totaro: Oggi è possibile fare arte a budget zero?

Emilio Vavarella: Assolutamente si. Il mio medium principale è il pensiero. Il resto viene dopo. I materiali danno forma ai nostri pensieri ma i pensieri, anche quelli più ambiziosi, sono sempre a buon mercato. Una buona narrazione e una pessima storia costano uguale, ed avere buone strategie produttive è un modo per rendere ogni idea un’opportunità, invece che un limite.

Giada Totaro: Hai qualche figura della Storia dell’Arte di particolare ispirazione?

Emilio Vavarella: Se andiamo indietro di 500 anni c’è Leonardo. La figura poliedrica che riesce a fare sempre tutto nel migliore dei modi. Mi affascina tantissimo. Se torniamo all’epoca moderna per me è Duchamp, che ha completamente rivoluzionato il corso dell’arte grazie all’uso che ha fatto delle sue idee, spostando l’enfasi dalla tecnica al concetto.

Giada Totaro: Riguardo agli artisti che lavorano con le nuove tecnologie, c’è una figura che stimi particolarmente?

Emilio Vavarella: Non direi che c’è una persona specifica, ma proprio in questi giorni è uscito un mio piccolo saggio su un gruppo eterogeneo di artisti che hanno lavorato con la tecnologia di Google Street View, Google Maps e Google Earth. Ho tentato di sistematizzare un panorama abitato da artisti che condividono con me una certa fascinazione rispetto al potere tecnologico.

Giada Totaro:  Entrando ancora più nel dettaglio circa le modalità di produzione, come nel tempo hai realizzato le tue opere e se il tuo approccio si è trasformato. Operi da solo, hai uno spazio, hai un team che ti supporta?

Emilio Vavarella: La risposta varia da progetto a progetto. Perchè per esempio sia per “MNEMOSCOPIO” che per “rs548049170_1_69869_TT” ho lavorato gomito a gomito con Ramdom, il che significa che ho potuto contare su di un team di lavoro capace e variegato. In alcuni casi, confrontandomi ad esempio con nuove tecnologie, mi rendo conto che mi mancano delle competenze specifiche. E semplicemente per un’economia di progetto, per una questione di tempistiche o comodità, decido di rivolgermi ad altre professionalità.

Però è sempre una collaborazione a progetto, nel vero senso della parola, cioè a opera completata io torno a lavorare in maniera autonoma su una nuova idea e l’altra persona torna a quello che stava facendo prima. In generale, poi, anche quando collaboro con altri ho la necessità di determinare la linea generale di un progetto e di curare tutti i dettagli. Poco importa se si tratta del punto di vista di una ripresa video, del font in una grafica, di un effetto sonoro, o altro.

Giada Totaro: Come fai a sostenere le tue spese vive?

Emilio Vavarella: Sono entrato ad Harvard quattro anni fa per un Dottorato di Ricerca fully-funded che ti permette di studiare, fare ricerca, e poi ti fa accedere all’insegnamento. Da due anni a questa parte, inoltre, sono Teaching Fellow, e insegno corsi sia teorici che pratici con uno stipendio regolare dell’Università. Sono anche rappresentato da GALLLERIAPIÙ di Bologna, che sta facendo un lavoro di assoluta qualità rispetto alla promozione dei suoi artisti. Ed infine va detto che crescendo i budget di progetto e gli inviti a festival internazionali crescono sicuramente le responsabilità ma di conseguenza si alzano anche le fee d’artista. Non è facile destreggiarsi in spazi complessi e competitivi come questi, ma non è nemmeno impossibile lavorare seguendo la propria passione.

Giada Totaro: Il problema in Italia è che purtroppo non tutti accedono all’insegnamento, non ci sono i dottorati nelle accademie, si fa molto fatica. Cosa ne pensi a riguardo?

Emilio Vavarella: In Italia, a dirla tutta, non c’è quasi nemmeno mercato per i giovani artisti, quindi non hai nemmeno quel tipo di supporto più o meno stabile che ti può arrivare dal privato collezionista. E il problema non è che mancano giovani artisti bravi, mancano invece collezionisti giovani e culturalmente più vicini agli artisti emergenti. Allo stesso tempo, ci sono fondi pubblici per l’arte contemporanea che qui negli Stati Uniti quasi non esistono, pertanto in realtà in Italia non è tutto da buttare.

Al momento sono attive molte iniziative in questo senso dal MiBACT, che sovvenzionano varie tipologie di produzione culturale. Qui negli Stati Uniti il sistema pubblico è in una crisi profonda. Anche fare il confronto tra il mio dottorato ad Harvard e il sistema di dottorati pubblici in Italia è abbastanza complicato. Il mio dipartimento, all’interno di una università di ricerca privata, ammette e finanzia in media tre persone all’anno. Ma ovviamente per ogni tre ammessi ci sono migliaia di validi ricercatori e artisti che restano fuori.

Giada Totaro: Negli Stati Uniti come opera il settore privato dell’arte? I dipinti di THE CAPTCHA PROJECTS, ad esempio, o le sculture di DATAMORPHOSIS, trovano un mercato?

Emilio Vavarella: Si, il mercato c’è, e quel tipo di lavori ha sicuramente uno sbocco commerciale nel collezionismo. Ma attualmente non ho una galleria che mi rappresenta negli Stati Uniti e bisogna anche ricordare che è la pittura il medium prediletto dai collezionisti. E io, come sai, non sono un pittore. Molti progetti di ricerca artistica non vedrebbero mai la luce se dovessero contare solo sul collezionismo. Ecco quindi l’importanza di un rapporto sinergico, che riesca a coinvolgere tanto i collezionisti quanto il settore pubblico e quello accademico, e magari anche aziende, gallerie, centri di ricerca e fondazioni. Io da anni lavoro proprio in quest’ottica, costruendo ponti a cavallo tra realtà diverse.

Giada Totaro: In questo momento storico, cosa consiglieresti ad un giovane artista che si affaccia a questo campo,  di andare all’estero o di restare in Italia?

Emilio Vavarella: Gli consiglierei di fare quante più esperienze possibili ma ben sapendo che nessuna di esse è necessariamente la chiave per raggiungere il successo. Andare all’estero non è una necessità assoluta, ma un’opzione che comporta diverse criticità, e, al contrario, restare in Italia comporta anche dei vantaggi. Quel che conta, a prescindere da dove si vive, è aprirsi al resto del mondo, ad altri modi di interpretare la realtà, di lavorare, di pensare. Bisogna saper cogliere le occasioni facendo di necessità virtù.

Per me il rischio da evitare a tutti i costi è quello di innamorarsi troppo di ciò che già si conosce, precludendosi al nuovo e a ciò che non si conosce. Chiudiamo con un ultimo aneddoto. In Italia si parla spesso di ‘provincialismo’ e mi sono chiesto perché questo termine sia così preponderante nel discorso pubblico. ‘Provincialismo’ è un termine che esiste anche in inglese, ma sono negli Stati Uniti da quasi dieci anni e non l’ho mai sentito dire a nessuno.


Appuntamenti

rs548049170_1_69869_TT (The Other Shapes of Me) “Idee, ipotesi, assunti e oggetti”

La mostra di Gagliano del Capo (Lecce, Italia) apre il 31 luglio e chiude il 13 settembre 2020 in via Margherita di Savoia 78 – da mercoledì a domenica, dalle 19 alle 22 e su appuntamento.

MNEMOSCOPIO

L’opera è disponibile alla fruizione  dal 1 al 14 agosto 2020, dalle 18:00 alle 20:30, presso l’Hotel Terminal a Leuca e dal 17 al 23 agosto, dalle 18:00 alle 20:30, presso Punta Cannone a Tricase. A partire dal 25 agosto l’opera sarà visionabile presso Lastation su appuntamento.

Infine laboratori per bambini dai 6 anni in su “L’altra forma di me”, per info: tutti i giovedì di Luglio dalle 18:00 alle 20:00, Gagliano del Capo — Lastation, piazzale Stazione, n.2.

Info e prenotazioni: 329 93 36 478 – info@lastation.it www.lastation.it www.ramdom.net


http://emiliovavarella.com/

http://emiliovavarella.com/rs548049170_1_69869_tt/

http://emiliovavarella.com/mnemoscopio/