In un mondo sempre più tecnologico, i glitch e i crash risultati da errori fanno ormai parte della nostra cultura. L’interazione con le macchine si è intensificata e questi episodi casuali sono una presenza sempre più significativa, che stravolge la vita quotidiana. Sbagli ed errori sono dovuti ad un difetto all’interno di un sistema o di un processo. Si tratta di un fenomeno che può generare un senso di curiosità; lo stesso può dirsi del concetto di punctum

Secondo il pensiero del filofoso, critico e linguista francese Roland Barthes il concetto di punctum può essere applicato alla cultura contemporanea. Ciò che Barthes cerca di evidenziare nella fotografia può essere rintracciato anche nella glitch art. Descrivendo il punctum nella sua opera “Camera Lucida”, Barthes fa riferimento alla fotografia come medium. Il concetto di punctum può essere applicato non solo alla fotografia ma anche alle attuali tecnologie dei media, dal momento che ogni mezzo possiede i propri glitch. 

James nota come Virilio abbia spiegato in un’intervista la sua teoria di incidente: “Non esiste invenzione tecnologica senza incidenti. Ogni invenzione tecnologica, che sia nell’ambito dei trasporti, della comunicazione o dell’informazione, porta con sé degli incidenti specifici”. Rivisitando la sua idea 40 anni dopo, bisogna ora includere anche il digitale. Il punctum è presente quindi anche nei new media digitali?

Barthes nota che esiste una parola latina a cui ha fatto riferimento per descrivere la sensazione del punctum. Secondo Omero, come sostiene Victor Burgin, “trauma” deriva dal termine greco che significa “ferita”; la parola punctum è l’equivalente latino. Nella sua nozione di punctum, Barthes descrive i diversi elementi delle qualità del punctum come una costellazione di punti sensibili che lo attraversano. Il punctum costituisce un punto di riferimento o d’identificazione; interrompe, penetra e affascina lo sguardo. Nel suo saggio “Pleasure of the Phototext”, Gallop afferma che il punctum emerge per permettere alla “vita” di continuare.

Si tratta di una qualità intrinseca agli incidenti della macchina, questi incidenti permettono il manifestarsi del punctum. Barthes lo descrive come un elemento che disturba lo “studium” (la quotidianità) con “una puntura, un taglio, un piccolo foro”. Gordon Hughes sostiene che nel saggio “Camera Lucida” il punctum unisce “ciò che è morto, ciò che sta per morire, stranamente sospeso come un fantasma tra la vita e la morte”. Proprio come il glitch, la presenza del punctum è come un fantasma in una macchina, e ciò che è morto potrebbe essere paragonato a un pixel guasto. “Molto spesso il punctum è un dettaglio, ad esempio una parte di un oggetto”. La glitch art si concentra su questo dettaglio, un oggetto parziale che magari è un pixel casuale.

Per poter fare un paragone tra i due concetti bisogna prima comprendere cos’è il glitch. A tal scopo è necessario soffermarsi sulle origini del termine. Secondo una definizione la parola glitch deriva dal tedesco glitschen, che significa scivolare (Mitchell). Un’altra ipotesi è l’utilizzo della parola glitch da parte degli ingegneri e degli astronauti della NASA. “Pare che sia comparso per la prima volta nel gergo negli anni Sessanta e Settanta, utilizzata per riferirsi a piccoli errori imprevisti nel viaggio nel tempo” (Siner).

Nella cultura popolare il termine ha iniziato a diffondersi per descrivere un errore nell’equipaggiamento meccanico spaziale descritto da John Glenn nel rapporto del Project Mercury del 1962, “Into Orbit”. Il primo utilizzo del termine glitch in inglese fu durante il programma spaziale americano del 1962 in un commento di John Glenn: “Letteralmente, un glitch è un picco o una variazione di tensione in un flusso elettrico”. Un glitch in un circuito che è involontario e problematico per un ingegnere può rappresentare un punctum interessante dal punto di vista artistico.

Nello scenario surreale dell’era digitale siamo circondati da immagini: un sovraccarico di media saturi. Si esige l’alta qualità e ci si aspetta che la tecnologia debba produrre costantemente perfezione. I problemi tecnici nella tecnologia digitale possono interferire con l’esperienza visiva: siamo abituati a vedere e ad aspettarci un flusso di informazioni ininterrotto sugli schermi, ma cosa succede quando la tecnologia fallisce? Si verifica un glitch. Gli artefatti nascono come codice digitale e dati indesiderati e guasti all’interno delle macchine che usiamo.

Tornando al contesto contemporaneo, Moradi afferma che sull’onda della ricerca della perfezione di segnale e di una migliore definizione nell’elettronica di consumo, i glitch sono eliminati in millisecondi. Parlando dei glitch, Moradi suggerisce che “a volte rubano decisamente la scena”. Questo effetto potrebbe essere considerato anche una caratteristica del punctum. Barthes afferma che un punctum fotografico è un errore che infastidisce, ma è anche intenso. Un glitch, in qualunque medium, è un incidente che disturba i nostri sensi.

Rosa Menkman è una glitch artist e teorica che si concentra sugli artefatti visivi generati dagli errori nei media, sia analogici che digitali. Menkman descrive il glitch avvicinandolo alle connotazioni del punctum: “una meravigliosa interruzione che allontana un oggetto dalla sua forma e discorso tradizionali, verso le rovine del significato nascosto” (Huff). Menkman spiega il glitch come “una rottura (reale e/o simulata) di un flusso di informazioni o di significato previsto o convenzionale all’interno di sistemi di comunicazione (digitale) che sfocia in un incidente o in un errore percepito”.

Nella sua opera Vernacular of File Formats, Menkman analizza gli errori della tecnologia multimediale che emergono quando si convertono i formati dei file. Si tratta di compressioni, glitch, artefatti e selezioni; pixel imprevisti. Vernacular of File Formats è una serie di autoritratti corrotti. “Applicando lo stesso errore ad ogni file di immagine, ma selezionando per ogni foto un linguaggio di compressione diverso, Menkman porta in superficie linguaggi di compressione che altrimenti rimarrebbero invisibili” (Transfergallery.com, 2015).

Vernacular of File Formats presenta immagini deformate che la nostra visione culturale del mondo digitale ci porta a riconoscere come errate. L’immagine non è perfetta, non rappresenta necessariamente l’interpretazione culturale di volto, occhi, o espressioni interessanti. Batchen rivela che nella nostra lettura generale delle immagini tendiamo a comprendere con ovvietà “il campo molto ampio di intenzione disinteressata, di diverso interesse, solitamente una raccolta di caratteristiche visive codificate nella fotografia da parte del fotografo, e riconosciute dallo spettatore come conseguenza di una conoscenza condivisa”. Il punctum si trova proprio in ciò che è nascosto, nei pixel casuali dell’immagine, in un dettaglio sconosciuto e accidentale.

Le caratteristiche di Vernacular of File Formats rappresentano una rottura con ciò che siamo abituati a riconoscere come un autoritratto. Come conseguenza del coinvolgimento con la tecnologia digitale, alcuni di noi potrebbero ritrovare qualcosa di familiare nell’aspetto deforme di un glitch: potrebbe essere già successo con la TV digitale o con un computer impallato. Solitamente ha connotazioni negative, perché si tratta di un disturbo fastidioso e non voluto.

Nella sua opera, Menkman porta in luce questo elemento, identificando il glitch come un aspetto positivo e dandogli la possibilità di coinvolgerci in un modo diverso. Come afferma Smith, “il punctum è più una reazione personale a determinati dettagli di una fotografia che “ferisce” o colpisce un osservatore singolo, facendosi strada attraverso la lettura addestrata allo studium”. Le macchioline e le linee dei singoli pixel disturbano e distorcono, ed è proprio qui che si trova il punctum di quest’opera d’arte.

Si potrebbe obiettare che il lavoro di Menkman, pur evidenziando errori e glitch, sia intenzionale. Barthes sosteneva che il punctum si genera da dettagli non intenzionali, quelli che colpiscono, e che non potrebbero sortire lo stesso effetto se fossero stati pensati dal fotografo a questo scopo. Si può notare che, proprio come il punctum, anche il glitch è un evento non intenzionale. Il glitch può essere una curiosità nella tecnologia e nell’arte, un’attrazione, un aspetto accidentale. Potrebbe anche succedere che il glitch sia stato ricercato intenzionalmente ma che emerga non intenzionalmente come parte dell’oggetto artistico.

All’interno del discorso artistico contemporaneo il merito della ricerca di artisti come Menkman potrebbe essere quello di evidenziare intenzionalmente gli aspetti del non intenzionale e dell’accidentale, per permettere agli spettatori di osservare un punctum digitale. Il punctum può esistere anche nell’interpretazione dell’osservatore, e non solo confinato all’interno di un’immagine. Come afferma Michelson: “se la nostra esperienza estetica con l’immagine fosse completamente intenzionale, questo creerebbe l’idea che non ci sia spazio per la manifestazione del punctum.”

Paragonata al punctum, la glitch art può creare nell’osservatore un’impressione sia intenzionale che non intenzionale. C’è chi percepisce i glitch pur non sapendo come si sono generati. Il glitch, così come il punctum, è una svista o incidente che irrompe nel medium per sconvolgere un flusso di informazioni. L’interruzione libera un momento critico e un potenziale che costringe l’osservatore a riflettere sulla tecnologia. L’estetica del glitch può avere una tendenza alla frammentazione, alla scomposizione. Proprio come il punctum, ciò che affascina è la sua abilità di mettere in risalto un errore, uno sbaglio, qualcosa di intrigante. Ma la glitch art può ferire ed evocare un senso di intensità emotiva nell’osservatore, come accade per Barthes?

Menkman come Barthes è attratta dal senso dell’ignoto, un elemento casuale che richiama l’attenzione. “Il glitch è un’esperienza incredibile di interruzione che allontana un oggetto dalla sua forma e dal suo discorso abituale. Per un attimo sono scioccato, smarrito e in ammirazione, chiedendomi cosa sia questa espressione altra” (Menkman, 2009).

L’introduzione di dettagli casuali nella sua opera, scatena interesse e può potenzialmente colpirci. Siamo così abituati alla trasmissione digitale, alla fluidità dello streaming, che quando questa si interrompe può avere un effetto sconcertante. Il glitch mira a prolungare l’interesse e il senso di curiosità, che si parli di fotografia, computer, video, o altri media analogici o digitali. L’idea del glitch, come quella del punctum, è particolarmente interessante.

Nel 21° secolo siamo come Barthes, stiamo ancora cercando il punctum dentro una macchina? In conclusione, ciò che possiamo trarre dalla teoria di Barthes è che, attraverso il coinvolgimento con il punctum, ci mettiamo in rapporto con l’elemento di imprevedibilità e sconvolgimento del nostro campo visivo. Il modo in cui interagiamo con l’arte è attraverso la ricerca del punctum. È questo ciò che rende proficua e gratificante l’esperienza con l’arte contemporanea.


http://rosa-menkman.blogspot.com/

References

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Batchen, G. (2009). Photography degree zero. Cambridge, Mass.: MIT Press.

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