La poesia nella tecnologia, lo “spirito nella macchina”, o la macchina dello spirito. Ennio Bertrand ha trovato nelle tecnologie i suoi “colori”, scoprendo come esse potessero muoversi all’unisono con i suoi pensieri, e costituire basi per le sue opere.

Sin dagli anni Ottanta, in parallelo con l’inizio dell’onnipresenza dei segnali di un’”era elettronica”, trova collaborazioni e sintonie internazionali, divenendo membro dell’Associazione Ars Technica, nata a Parigi alla Cité des Sciences et de l’Industrie, al Parc de la Villette (incubatore di esperienze seminali in questo campo), con Piero Gilardi con cui, più tardi, fonda il Comitato Arslab, che organizzerà attività legate ad arte, scienza e nuovi media.

Il fulcro della sua attività artistica si muove appunto tra media e tecnologie, usate per amplificare gli effetti che le loro trasformazioni hanno sulle relazioni sociali, e per come mettono in gioco la nostra stessa percezione della realtà. Sono temi centrali nell’arte, come nelle scienze sociali, ed hanno acquisito un ruolo centrale nel dibattito pubblico.

Il contributo di Bertrand è eclettico, e fa uso di combinazioni di mezzi e linguaggi, semplici ed evoluti, seguendo stimoli eterogenei.

Nei suoi Cieli brillano luci artificiali, distribuite regolarmente su tappeti di velluto o su lastre di apparente “razionalità industriale”, con sequenze luminose che celebrano la bellezza del caos – o degli infiniti ordini possibili –, il mistero del tempo, o la vita stessa (nel Cielo di limoni, bio installazione, i led accesi sono la testimonianza della luce che ha nutrito i frutti stessi, “restituita” nell’opera).

Nelle installazioni troviamo invece protagonista l’interazione: piccoli oggetti o pure strutture ci invitano ad “evocare”, con semplici gesti, la poesia, il teatro, la musica in esse “nascoste”. I loro frammenti, scossi dall’intervento esterno, acquistano nuova vita, in diverse possibilità combinatorie, o manifestandosi in una scansione temporale insolita ed intrigante, o scatenando processi inaspettati.

Ed è ancora con i video che l’artista trova occasione per ragionare sulla realtà – meditata, scomposta e rielaborata. Ne possono essere punti focali il G8 di Genova, l’attacco alle Torri gemelle, la guerra nell’ex Jugoslavia, la bomba di Hiroshima – punti storici nodali – ma anche la nostra ubiqua presenza, e la nostra “rappresentazione”, dovuta all’esistenza di tecnologie che la duplicano, la trasformano e la rilanciano in uno spazio virtuale.

L’applicazione frequente di sistemi di interazione mostra una fascinazione per il “potere della macchina”, ma anche l’interesse dell’artista per una sollecitazione non superficiale del pubblico, con cui entra in contatto “mediato”, descrivendo nel frattempo una manifesta sensibilità verso temi contemporanei, intuiti e sviluppati con anticipo rispetto ai tempi, e che necessitano di ulteriore sviluppo.

Marco Aruga: L’interazione è una delle chiavi del tuo lavoro: è un modo per dialogare con il pubblico, per scoprire le sue reazioni, per stimolare la sua creatività…

Ennio Bertrand: Sì, anche, ovviamente. Ma secondo me, la uso per stimolare le reazioni della macchina! L’oggetto macchina, in senso molto esteso, è qualcosa che va stimolato: può essere il software, l’oggetto che struttura il contenuto… Ma per passione mia, per curiosità mia, per mio interesse. Far muovere i “motori”, far muovere un software, un applicativo. Poi certamente c’è il desiderio di contatto, di scoprire la reazione del pubblico. Io non sono particolarmente portato a parlare con le persone, quindi forse parlo con loro per interposto oggetto.

Marco Aruga: Quali sono i temi e le possibilità che ti hanno attratto maggiormente, e quelle che ti attraggono più ora?

Ennio Bertrand: Anni fa ho lavorato molto con la fotografia digitale, prendendo le immagini dai mezzi televisivi, dai telegiornali. I disastri, quel tipo di cose – un po’ “wahroliano”, se vogliamo – perché mi sembravano fossero le sole cose interessanti che comparissero al momento sul panorama sociale che vivevo.

Al momento mi sto più dedicando – uso un termine un po’ ambiguo – a “giocare con la tecnologia”, per estrarre delle cose che possono essere interessanti, tenendo sempre presente che la cosa principale è il contenuto. Il contenitore, la tecnologia, è un mezzo. Una scatola magica, come lo è il computer. Quindi senza contenuti interessanti il lavoro di per sé non vale, vale poco, o comunque non ha durata nel tempo.

Marco Aruga: Come hai visto lo sviluppo del rapporto tra arte e tecnologia in questi ultimi anni?

Ennio Bertrand: Mi sembra che ci sia un grande momento di stasi, in tutta l’arte contemporanea, soprattutto nell’arte “non tecnologica”, “classica”, anche se è un termine un po’ strano…

L’arte tecnologica è il grande assente, si può dire. Perlomeno c’è poco interesse da parte di tutti, della gallerie, del collezionismo. C’è stato un fuoco di paglia alla fine degli anni Ottanta, sino alla metà degli anni Novanta, che è durato pochissimo e non ha prodotto niente, non ha contribuito allo sviluppo di queste arti.

Marco Aruga: È un po’ un paradosso vedere la tecnologia così diffusa nel mondo nella nostra vita quotidiana e la sua relativa trasposizione nell’arte …

Ennio Bertrand: Infatti! Parlando di interazione, siamo circondati dall’interazione: dal bancomat al cellulare, al televisore, al telecomando, alla lavatrice … c’è un dispiegamento di interattività spaventoso. Stranamente questo aspetto non interviene nell’arte, nella ricerca artistica. Si può dire che c’è una grande ignoranza del sistema digitale, informatico in genere, anche nelle due accademie dove insegno, a Bergamo e a Torino, nonostante gli studenti siano “nati digitali” – almeno si dice così -.

Marco Aruga: Hai mostrato anche di credere nel dialogo tra le discipline artistiche. Dove vedi possibilità di sviluppo in questa direzione?

Ennio Bertrand: Certo, perché no? Lo sviluppo ci sarà, quello che probabilmente viene un po’ a mancare sono i contenuti, che cosa si dice. Il panorama artistico, in senso molto globale, esteso, è per quello che mi riguarda poco arricchente, poco interessante. Mi sembra che ci sia una produzione straordinaria di soprammobili, come si dice in piemontese di ciapapuer. Uno si compra la scultura, il quadro, o quello che è, e lo appende al muro, fine della storia. Probabilmente è sempre stato così. Manca un senso, non è facile proporre delle cose nuove, un dialogo. Anche fare ricerca: per quanto mi riguardo mi sento un po’ un pesce fuor d’acqua, un po’ smarrito nel deserto.

Marco Aruga: Ci parli della tua ricerca attuale?

Ennio Bertrand: Ho ripreso un antico lavoro che avevo fatto nel 1996, che era la trasmissione attraverso un raggio laser di un racconto zen, che parlava di una distanza. Sto costruendo uno spettacolo, una sorta di teatro, che utilizza dei laser per trasmettere i contenuti di questo monologo. Ci saranno dei bersagli che sono degli oggetti simbolici del racconto (una nave, un albero, un mare, …), il raggio puntato sui questi oggetti bersaglio trasmetterà il frammento di racconto che riguarda quel momento.

Sempre con il laser sto lavorando con due miei bravi ex allievi, e stiamo costruendo un’arpa laser, una cornice di tre metri per uno e mezzo, una cosa imponente. Ci sono dei laser orizzontali e verticali che si incrociano, e interrompendo questo incrocio si genera una nota. È possibile fare una piccola composizione muovendo la mano all’interno di questi raggi. La cosa interessante è che il computer si appropria della composizione eseguita e la ricompone, la autoproduce. Automaticamente la prosegue e la ricompone a suo piacimento, attraverso degli algoritmi e delle regole stabilite.

Quindi c’è una certa meccanicità, però il risultato è qualcosa di progressivo rispetto a quello che è l’input iniziale, che è stato dato dal fruitore.