Il 26 settembre 2020 è stata inaugurata presso il K21 di Düsseldorf Hito Steyerl. I Will Survive, la prima panoramica completa dell’artista, regista e teorica Hito Steyerl presentata in Germania, ideata e prodotta dal Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen e dal Centre Pompidou, dove si sposterà agli inizi del prossimo febbraio.

Purtroppo, la mostra non sarà visitabile fino al 30 novembre 2020, in quanto il K21 è attualmente chiuso a causa delle recenti restrizioni imposte per fronteggiare la pandemia di Coronavirus, una situazione che al momento accomuna molte istituzioni culturali. Fortunatamente, però, il sito del museo è ricco di informazioni e immagini, attraverso le quali il visitatore può navigare facilmente e piacevolmente in attesa di poter tornare a percorrere le sue sale.

I Will Survive. Il titolo della mostra è lampante, e quanto mai significativo: è un manifesto dei tempi, un pensiero ricorrente, un mantra per affrontare il presente e una promessa rivolta al futuro: le opere disseminate nelle sale del museo ci tengono con i piedi ben piantati a terra e ripercorrono le grandi questioni dei nostri tempi, acuite e aggravate dalla pandemia, che ci circondano e occhieggiano in attesa di una riflessione e di una svolta.

È questa una caratteristica intrinseca e caratterizzante delle opere di Steyerl, che sono dei veri e propri saggi per immagini, in cui il legame tra produzione artistica e teorica è strettissimo e indissolubile: conoscere entrambi gli aspetti del suo lavoro è fondamentale.

Hito Steyerl, nata a Monaco nel 1966, si occupa dei grandi temi della nostra epoca: i Big Data e la sorveglianza, il capitalismo e la globalizzazione, il ruolo dei media e della tecnologia, l’intelligenza artificiale, le dinamiche di produzione e circolazione delle immagini digitali, e la loro natura, la rappresentazione dei conflitti e della crisi climatica, il ruolo sociale dell’arte e dei musei, solo per citarne alcuni.

Il fulcro della mostra è SocialSim, una nuova installazione multimediale progettata appositamente per quest’occasione, attraverso la quale l’artista esplora le potenzialità delle tecnologie digitali, delle simulazioni e dell’Intelligenza artificiale, rapportando questa riflessione ai rivolgimenti sociali, alla creatività artistica e anche alla condizione pandemica attuale, con un focus sull’isteria collettiva e sui social network, esplorata attraverso una simulazione sociale chiamata Dancing Mania.

Il percorso espositivo si articola poi attraverso la presentazione dei più celebri e significativi lavori dell’autrice, a partire dai primi film realizzati appena dopo aver completato gli studi in Documentary Film Direction, come Die leere Mitte (The Empty Middle, 1998), e Normalitat (Normality, 1999), che indagano la ripresa di spinte razziste e nazionaliste nella Germania post-riunificazione, fino ad arrivare alle grandi installazioni degli ultimi dieci anni, tra cui troviamo In Free Fall, del 2010, sulla crisi economica del 2008, e Guards, del 2012, una videoinstallazione in cui due guardie museali sono riprese mentre raccontano e mettono in scena all’Art Institute di Chicago strategie di sorveglianza e protezione delle opere d’arte, trasformando lo spazio in uno scenario di guerra.

Pur trattando temi di carattere sociale, il lavoro di Hito Steyerl è lontano dall’approccio documentario tradizionale, al quale l’artista sostituisce una pratica narrativa da lei definita “documentary uncertainty”. Come scrive l’artista, “La lezione è che dobbiamo accettare l’intensità del problema della verità, specialmente in un’epoca in cui i dubbi sono diventati dilaganti”. Le sue opere valorizzano e mettono in luce l’ombra del dubbio che da sempre accompagna le immagini definite documentarie: è davvero reale ciò che sto guardando? Posso credere ciecamente a quello che ho davanti ai miei occhi? Un sospetto di vecchia data, che Hito Steyerl considera la qualità fondamentale delle forme documentarie attuali, e non qualcosa da nascondere, dal momento che l’incertezza di queste immagini riflette quella del mondo contemporaneo.

HellYeah-WeFuckDie (2016) è un’opera costituita da una serie di video presentati in un ambiente che somiglia ad un modulo di parkour: filmati di test di laboratorio nei quali robot umanoidi sono soggetti a sollecitazioni di vario tipo (teoricamente in nome del progresso) sono affiancati da una serie di video girati nelle rovine di Diyarkabir, in cui l’artista combina immagini della città con domande rivolte a Siri sul ruolo che la tecnologia digitale ha all’interno della guerra oggi. Tra le domande poste dall’artista, colpisce la seguente: “Siri, i robot oggi sono progettati per salvare le persone nelle zone disastrate?”. Un tema cruciale, dal momento che molte delle nuove tecnologie visive, come scrive Kevin Robin in Photovideo. Photography in the age of computer, “sono state modellate da alcuni particolari valori della cultura occidentale: sono state influenzate dalla logica di razionalità e di controllo, e da una cultura che ha ambizioni militaristiche ed imperialiste” (basti pensare che le tecnologie di realtà virtuale sono state progettate e sperimentate per la prima volta all’interno di programmi spaziali e militari).

Un altro nodo fondamentale dell’opera dell’artista è la riflessione sulle contemporanee pratiche di sorveglianza, rapportate alla rivoluzione digitale: The city of broken windows (2018) è un’installazione multimediale attraverso la quale l’artista riflette sulle industrie di AI e sulle tecnologie di sorveglianza, e sul modo in cui queste influenzano il nostro ambiente urbano, mentre l’ironico e geniale How not to be seen. A Fucking Didactic Educational .Mov File (2013), omaggio al memorabile sketch del Monthy Phyton’s Flying Circus dall’omonimo titolo, si presenta come un filmato informativo simile ad un tutorial, contenente istruzioni e metodologie per non essere visti e conquistare l’invisibilità in un mondo saturo di immagini e apparati di sorveglianza.

This is the future/Power Plants (2019) è invece una riflessione su un futuro possibile messa in scena attraverso l’utilizzo di Intelligenze artificiali e applicazioni di realtà aumentata, che la rendono un’installazione altamente immersiva e suggestiva, quasi magica.

Raccontare Hito Steyerl non è un’impresa semplice; il suo pensiero è simile ad un labirinto, sintesi perfetta di complessità e razionalità, è irriducibile, complesso, vasto e stratificato.

Secondo il vocabolario online Treccani l’ aggettivo “critico” può indicare tutto ciò “che riguarda la facoltà intellettiva di esaminare e giudicare, e l’esercizio stesso di tale facoltà, sia rivolto ad opere di pensiero, letterarie, artistiche, sia diretto a situazioni, fatti, comportamenti”, e ancora quello “che è in relazione con una crisi, perciò grave, difficile, pericoloso”.

E forse possiamo definire quelle che troviamo nelle opere di Hito Steyerl immagini critiche, nella doppia accezione di immagini che interrogano costantemente sé stesse e la realtà a cui fanno riferimento, e di immagini che raccontano un’epoca “grave, difficile, pericolosa”.

La mostra di Hito Steyerl ci racconta un mondo difficile, opaco, spesso incomprensibile, in cui le immagini sono diventate a thing like you and me, per utilizzare le parole dell’artista. Le opere dell’artista ci spingono a riflettere sull’incertezza dei nostri tempi (e come scrive James Bridle in Machine Learning in practice, “tutti i tempi sono incerti”) e ci invitano all’esercizio del dubbio, inteso non come ostacolo alla comprensione, ma come strumento per navigare nel mare di imprevedibilità in cui ci ritroviamo, per immaginare vie di uscita e cercare strade secondarie, per stanare inganni e falsi miti e fare i conti con la complessità della realtà, in attesa di un futuro che, nonostante tutto, è destinato ad arrivare.