Da sempre l’uomo ha sentito l’esigenza di confrontarsi con il proprio tempo e di interrogarsi sul futuro, sempre in bilico tra la fascinazione e la paura per un progresso scientifico e tecnologico sempre più veloce e complesso. La pratica di Heather Dewey-Hagborg, artista transdisciplinare con un dottorato in Arti Elettroniche conseguito presso il Rensselaer Polytechnic Institute, si colloca al confine tra la narrazione e la scienza, facendo dell’arte uno strumento privilegiato per riflettere sulla natura e sulle implicazioni di un mondo in cui l’Intelligenza Artificiale e la sorveglianza biologica sono ormai diventate realtà di fatto.

Tra visioni distopiche come quelle proposte in Stranger Visions, e scenari futuribili come quelli di Spirit Molecule, i lavori di Heather Dewey-Hagborg ci mostrano un universo in cui arte, scienza, teoria, filosofia e ricerca tecnologica (e biotecnologica) dialogano e si intersecano fino a svelarci le possibilità e le insidie della contemporaneità.

Bianca Cavuti:Il tuo lavoro si colloca in una zona di intersezione tra arte e scienza, e in effetti tu stessa sembri porti come artista, ricercatrice e scienziata allo stesso tempo. Particolarmente interessante è il taglio sperimentale dei tuoi progetti, che spesso iniziano con una domanda, da cui poi scaturiscono riflessioni teoriche e artistiche. Hai voglia di raccontarci da dove nasce questo tipo di approccio e l’interesse per questo genere di riflessioni? Qual è oggi il valore della transdisciplinarietà nell’arte contemporanea?

Heather Dewey-Hagborg: Ho un approccio ibrido al lavoro e unisco la pratica concettuale ad una forma di indagine tecnologica e scientifica. Guardo all’arte concettuale, d’altronde perché i concetti su cui rifletto non possono avere riferimenti scientifici o tecnologici? Utilizzo il concettuale come punto di partenza per la realizzazione di lavori che sono frutto di una grande ricerca ma anche radicati nella storia dell’arte concettuale e della media art che mi ha preceduto.

La visione transdisciplinare è una risposta al mondo in cui viviamo. Esistiamo in un mondo tecnologicamente (e sempre più anche biotecnologicamente) mediato. Sono convinta che gli artisti debbano utilizzare i nuovi media in tutte le loro forme per porsi delle domande e condividere le loro osservazioni sulla loro esperienza della realtà.

Bianca Cavuti:A Spurious Memories”, uno dei tuoi primi lavori, è, per dirla con le tue parole, “un esperimento nel campo della creatività artificiale”. Vuoi raccontarci come nasce e si sviluppa questo lavoro, e quali sono le riflessioni che mette in gioco?

Heather Dewey-Hagborg: Ho messo a punto Spurious Memories nel 2007 come esperimento nel campo della creatività artificiale. Un computer può davvero essere intelligente? E, cosa forse ancor più interessante, un computer può essere creativo? In un impeto di entusiasmo giovanile, volevo dimostrare che questo era possibile, e mi sono avventurata alla ricerca del vero significato della parola creatività. Ai fini di questo progetto l’ho descritta come “la generazione di un risultato non esplicitamente appreso”. Ho progettato un sistema in grado di interfacciare un meccanismo principale di rete neurale di analisi con una mappa auto-organizzata, e l’ho addestrato con immagini di volti.

Il sistema aveva due modalità di funzionamento. La prima era il riconoscimento: si poteva inserire l’immagine di un volto proveniente dai dati di addestramento e il sistema l’avrebbe identificato. Oppure si potevano inserire altri tipi di immagini: rumore casuale, nuvole, toast bruciacchiati, e in questo caso il sistema avrebbe riconosciuto qualcosa, pur non essendo immagini provenienti dal database di addestramento; questo qualcosa sarebbe una specie di faccia fantasma, un ricordo spurio composto da un collage di dati statistici desunti dagli altri volti. Ai tempi tutto questo mi sembrava molto simile alla creatività. La seconda modalità di funzionamento del sistema era associativa, mi sono chiesta che aspetto avrebbero avuto i sogni di un sistema di riconoscimento facciale e ho programmato una modalità di funzionamento ricorsiva che iniziava con un input casuale e poi andava alla deriva verso stati adiacenti.

Ma negli ultimi dieci anni i miei sentimenti verso l’IA sono cambiati in un modo che posso solo definire come noia. Per me oggi la cosa più interessante forse non è tanto farmi domande sulla tecnica di questo simil-test di Turing, chiedermi se i computer sono in grado di svolgere autonomamente azioni simili a quelle umane, quanto cercare di capire quali siano le implicazioni di questo stato delle cose. Cosa significa per un computer agire quasi-creativamente? Che aspetto ha un mondo abitato da arte e musica e testi generati quasi-creativamente da una AI, e cosa si prova a viverci dentro? E ovviamente la questione politica: a chi spetta decidere cosa sia la creatività? Quali dati vengono utilizzati per addestrare il sistema e quali vengono esclusi?

Bianca Cavuti:Nel tempo hai mostrato una grande attitudine teorica, scrivendo su quelle che sono poi le tematiche che indaghi nelle tue opere. Penso ad esempio al saggio “Generative Representation” che hai recentemente pubblicato su Unthinking photography, una piattaforma online della Photographer’s Gallery. Quali legami ci sono tra la tua produzione teorica e la tua pratica artistica? Ritieni importante per un’artista che si occupa di contemporaneità assumere questo doppio punto di vista?

Heather Dewey-Hagborg: Sono personalmente interessata alla teoria, alla filosofia, alla storia – in particolare in relazione alla tecnologia e ai media. Credo che questo arricchisca la mia pratica artistica e il mio rapporto con il lavoro degli altri. Penso sia molto importante riflettere sulla relazione tra la tecnologia, la mediazione e la società, per me è anche una fonte di ispirazione. Come posso immaginare il futuro se non conosco il passato? Mi piace pensare al mio lavoro come una forma di teoria in pratica, un’indagine filosofica materializzata. Ciò nonostante, non considero questo approccio una ricetta.

Bianca Cavuti:Una delle riflessioni più interessanti che emerge dal tuo lavoro è quella inerente alla sorveglianza biologica e ai pericoli insiti in una (nuova) potenziale deriva nell’ambito del determinismo biologico. Sono rimasta colpita dall’articolo “Sci-Fi Crime Drama with a Strong Black Lead”, pubblicato nel 2015 su The New Inquiry, in cui analizzi e sondi in maniera dettagliata la pratica del FDP, “Forensic DNA Phenotyping”. Ti va di spiegarci in che cosa consiste questa nuova possibilità tecnologica e quali sono le minacce legate ad un suo utilizzo improprio?

 Heather Dewey-Hagborg: La pratica di elaborare i tratti somatici a partire da campioni forensi è chiamata “Fenotipizzazione Forense del DNA” (FDP) o “photofitting molecolare”, e al mondo ci sono alcuni  scienziati e compagnie che stanno cercando non solo di rendere queste procedure scientificamente possibili, ma anche di trasformarle in un utile strumento di applicazione della legge. La FDP attinge ad una banca dati di scansioni facciali 3D e di campioni di DNA estratti da chi ha partecipato alla ricerca. Queste scansioni sono analizzate per creare quello che viene chiamato “spazio del volto”, ovvero una rappresentazione probabilistica di tutte le possibili facce estrapolate da, e limitate a, questa serie di scansioni. Alla fine, vengono estratti dei dati per la correlazione tra il DNA e la forma del viso esaminando quelle caratteristiche che vengono considerate estremità opposte di uno spettro, come maschile e femminile o Europeo e Africano.

La Fenotipizzazione Forense del DNA è basata sul calcolo di quella che viene chiamata discendenza genomica, miscela, o Discendenza Biogeografica (BGA) – termine più amichevole per quelle che vengono comunemente definite percentuali razziali e denominate come “il componente ereditario della razza”. Dopo aver attribuito il sesso, la seconda fase della creazione di una fenotipo del DNA consiste nel quantificare le percentuali individuali di pressapoco quattro tipi “ancestrali”: Africano, Europeo, Nativo Americano e Asiatico Orientale; una divisione che riassume le secolari categorie razziali in Caucasico, Mongolo, e Negroide. 

La FDP è la pratica del ritratto genetico applicata ad un contesto forense. E’ un tentativo di determinare le caratteristiche fisiche di una persona unicamente dal suo DNA. E’ una pratica sempre più utilizzata dalla polizia e solleva non pochi problemi. Stiamo assistendo ad una fusione tra le scienze del DNA che sono autorevoli, basti pensare alla familiarità che abbiamo con le impronte digitali grazie agli show televisivi di medicina legale, e questa nuova tecnica che ci è totalmente estranea. La FDP prende in prestito l’autorità del DNA in quanto “criterio d’oro” di prova, utilizzando però metodi totalmente differenti – e molto opinabili. Quindi il problema è la mancanza di accuratezza, in quanto i ritratti non saranno mai realmente affidabili, perché il DNA può solo dare degli indizi su che aspetto potresti avere. La fenotipizzazione è sempre una probabilità e mai una certezza. E la questione successiva di cui parlo nell’articolo è il fatto che questa pratica si rivela una nuova forma di profilazione razziale ed etnica sotto sembianze scientifiche. Si trasforma in un ulteriore pretesto per attaccare e anche arrestare gruppi marginalizzati che sono già oggetto di politiche discriminatorie.

Bianca Cavuti:Mi hanno colpito molto le parole di chiusura dell’articolo dove, parlando di questa nuova condizione tecnologica, poni l’accento sul fatto che “per comprendere pienamente, per educare in maniera adeguata gli altri, per concepire politiche adatte, e per creare strategie di resistenza, dobbiamo conoscere il suo punto di rottura.” Un approccio positivo e attivo che mi sembra di riscontrare in alcuni tuoi lavori, come ad esempio in “Invisible”, una vera e propria provocazione artistica che mette in crisi il valore del DNA come prova attraverso l’invenzione di due spray per cancellare e offuscare le tracce genetiche. Trovo molto interessante anche “DNA Spoofing”, in cui la traduzione biologica di una pratica informatica di falsificazione dei dati diventa una tecnica di contro-sorveglianza.

 Heather Dewey-Hagborg: Quello che mi preme sottolineare quando parlo di “conoscere il loro punto di rottura” è l’importanza di essere materialmente informati per creare strategie di resistenza. Per conoscere il vero significato delle cose, quello che uno strumento permette o impedisce, bisogna comprendere a fondo la sua costruzione. Senza queste premesse, anche noi rischiamo di elaborare giudizi facili e opinioni limitate che non porteranno mai ad una politica credibile ed attuabile.

Non è abbastanza dire che qualcosa è sbagliato. Troppo spesso assistiamo ad un antagonismo tra tecnici e teorici e all’incapacità di trovare un terreno comune, il che rappresenta un tremendo fallimento d’immaginazione da entrambe le parti. Credo che la teoria (sia che riguardi la tecnologia, la scienza o i media) debba fondarsi sull’esperienza sul campo e nello stesso tempo che coloro che lavorano a livello pratico debbano essere più informati sulle implicazioni teoriche, sociali ed etiche degli strumenti che fabbricano. Non posso sottolineare abbastanza quanto credo che sia necessario questo approccio – quanto io speri che si possa superare in maniera significativa ed istruttiva questa divisione tra gli studi critici e la pratica scientifica e tecnologica.


Bianca Cavuti:
Nel 2015 hai intrapreso una collaborazione con Chelsea E. Manning, famosa informatrice statunitense, accusata di aver trafugato e consegnato a Wikileaks decine di documenti riservati inerenti alle operazioni militari USA in Iraq e in Afghanistan durante il suo lavoro all’Intelligence, e per questo incarcerata fino al 2017. Da questo incontro sono nati due bellissimi lavori, “Radical Love” e “Probably Chelsea”. E’ stata pubblicata anche un breve racconto a fumetti, “Suppressed Images”, che narra il vostro incontro. Ti va di parlarci di queste opere?

 Heather Dewey-Hagborg: Probably Chelsea consiste in trenta diversi possibili ritratti di Chelsea Manning generati da un algoritmo che ha analizzato il suo DNA. Probably Chelsea mostra in quanti modi il tuo DNA come dato può essere interpretato, e quanto in realtà la lettura del DNA sia un processo molto soggettivo.


Inizialmente ho conosciuto Chelsea Manning leggendo il suo DNA. Tre anni prima avevo realizzato un sistema in grado di generare attraverso un algoritmo volti 3D a partire da campioni di DNA. Nel mio lavoro Stranger Visions ho estrapolato dei profili di DNA da reperti forensi trovati per strada, come mozziconi di sigarette e gomme da masticare, e in seguito ho generato con il computer modelli 3D delle possibili fattezze di questi individui sulla base della ricerca genomica. Ho stampato in 3D questi modelli a grandezza naturale e a colori.

Per il primo ritratto di Chelsea che ho realizzato nel 2015 ho usato lo stesso sistema, inserendo i suoi dati genomici, e creando due diverse versioni del suo volto: una androgina e una femminile. Affiancando questi due ritratti ho mostrato il riduzionismo insito nel ricondurre il genere di qualcuno alla semplice lettura genetica del sesso – una consuetudine nell’analisi forense del DNA. Probably Chelsea si spinge oltre presentando trenta variazioni del suo ritratto, sospese in corrispondenza di varie possibili stature umane al centro della galleria. L’installazione si è ispirata alle conversazioni avute con Chelsea sui limiti della profilazione del DNA, insieme all’incredibile mobilitazione pubblica che chiedeva la sua scarcerazione. Geneticamente abbiamo più cose in comune che differenze. Probably Chelsea suggerisce una sorta di solidarietà basata sul DNA; a livello molecolare siamo tutti Chelsea Manning.

Sfortunatamente, il riduzionismo genetico è diventato sempre più comune. Ora i dipartimenti di polizia possono acquistare “DNA mugshots” (foto segnaletiche derivate dall’analisi del DNA) basate su poco più di pochi microlitri di DNA. La realtà scientifica ad ogni modo è complessa, multipla, casuale, e probabilistica. Non ci sono certezze nel risalire al sesso o alla discendenza attraverso il DNA, e spesso le ipotesi che vengono elaborate hanno più o meno la stessa validità di un ”testa o croce”. Ci sono 6 bilioni di coppie di basi nel genoma umano, alcune delle quali sono possedute da tutti quanti.

Molte differenze tra individui risiedono in aree non codificate, come ad esempio gli spazi tra i nostri geni, di cui non si conosce la funzione. Nello stesso tempo, sta diventando sempre più chiaro che l’influenza ambientale altera l’espressione genetica, attivando e disattivando i geni a vari livelli e con varie combinazioni. Cosa può dirci quindi il genoma? Può fornirci degli indizi, o delle probabilità del fenotipo. Il DNA può raccontarci molte storie, e, come per tutti i dati, può prestarsi a molteplici interpretazioni. Probably Chelsea ritrae queste narrazioni alternate e rappresenta un esempio delle tante storie che il DNA di Chelsea può raccontare.


Bianca Cavuti:Nel tuo ultimo lavoro, “Spirit Molecule”, racconti di un futuro ipotetico in cui è possibile inserire il DNA di una persona cara scomparsa all’interno di una pianta psicoattiva che può essere poi consumata per raggiungere un completo stato di intimità con l’altro. Pensando alle questioni che ti sono più care e che affronti più spesso nei tuoi progetti, come immagini il futuro?

Heather Dewey-Hagborg: Questa è una domanda piuttosto ampia. Ho sempre sostenuto che viviamo già una condizione distopica, quindi non c’è bisogno di fantasticare su questo, ma piuttosto di mostrare quello che già ci circonda, anche se si nasconde in modi poco visibili. Recentemente ho cercato di immaginare un futuro che sia meno oppressivo.

Non è un’impresa facile.  Le cose si stanno veramente mettendo male e ci sono pochi segni di progresso. In ogni caso posso provare a fare qualche ipotesi. Il nuovo progetto a cui sto lavorando, “Lovesick”, riguarda proprio questo: come Spirit Molecule riguarda il pensare a nuovi rituali per il futuro biotecnologicamente mediato che ci aspetta dietro l’angolo.

Nei miei sogni più gradi immagino un futuro nel quale utilizzeremo la biologia per combattere il malessere digitale, per riavvicinarci fisicamente in modi che vanno al di là della nostra attuale idea di intimità. Immagino che supereremo l’alienazione e l’odio di questo presente e che ci dirigeremo verso un futuro profondamente aperto, dove anche i concetti tradizionali di famiglia esploderanno, dove la famiglia sarà invece qualcosa di radicalmente inclusivo, e dove il sangue, la razza e il sesso non avranno più un significato soffocante e opprimente.


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