La mostra Surrogati. Un amore ideale a cura di Melissa Harris è stata inaugurata il 21 febbraio all’Osservatorio Fondazione Prada a Milano e rimarrà aperta al pubblico fino al 22 luglio 2019. La mostra mette in dialogo diretto i lavori fotografici di due artiste, Jamie Diamond (Brooklyn, USA, 1983) e Elena Dorfman (Boston, USA, 1965). Entrambe mettono in evidenza, tramite la documentazione di due realtà diverse ma collegate, i rapporti emotivi che possono esistere tra gli esseri umani e i surrogati, le bambole, i sostituti.

Nelle serie Forever Mothers (2012-2018) e Nine Months of Reborning (2014) Jamie Diamond racconta le vite e le emozioni delle persone che fanno parte della comunità “reborners”, un gruppo di artiste quasi esclusivamente donne che costruiscono, collezionano e interagiscono con le bambole iperrealistiche a forma di bambini neonati.


La serie fotografica Still Lovers, realizzata da Elena Dorfman tra il 2001 e il 2004, è invece dedicata alla convivenza di uomini, donne e intere famiglie con bambole del sesso iperrealistiche e “life-sized”, con un’attenzione particolare dedicata all’intimità che uno è in grado di creare e provare in un rapporto con un sostituto artificiale dell’essere umano.

Il concetto del “surrogato”, al centro della mostra, ha una lunga genealogia nella storia della cultura occidentale e in particolare nella cultura visiva. La verosimiglianza, “uncanniness”, la sostituzione sono temi che spesso sono stati trattati nella storia dell’arte. Il mito su Galatea e Pigmalione, che simboleggia una specie di sintesi e di alterazione tra il naturale e l’artificiale in un surrogato, è alla base del fascino che nutrivano per i sostituti gli artisti delle avanguardie, che hanno esplorato il fenomeno tramite varie forme del perturbante: dalle bambole ai manichini. Ma cosa accade nella nostra attualità e nella cultura visiva in un momento in cui i surrogati umani entrano in contatto con le nuove tecnologie?


È questo elemento che contribuisce al fascino dei lavori delle artiste, in cui viene raccontato un nuovo grado della verosimiglianza, della similitudine che da sempre ci affascina e ci confonde. Entrambe le artiste creano delle immagini sconvolgenti, in cui la frattura tra il naturale e l’artificiale viene temporaneamente superata. Il gioco introdotto dalle artiste viene rafforzato ulteriormente dal senso semiotico complesso e contraddittorio che da sempre è attribuito alla fotografia come genere. Fin dal momento della sua invenzione, la fotografia esiste in rapporto stretto con il realismo ed è inseparabile dal concetto della verità. Nell’immaginario collettivo la macchina fotografica è in grado di creare delle immagini oggettive e imparziali, anche se è evidente che l’alterazione della realtà faceva parte della realizzazione delle immagini fotografiche prima ancora dell’era digitale. Nonostante tutto ciò, l’immagine fotografica non è del tutto libera dalla sua funzione d’indice della realtà empirica.

In questo senso le fotografie di Diamond e Dorfman cristallizzano questo paradosso fotografico: la realtà catturata dalle fotografe è un mondo che solitamente è nascosto agli occhi, è una realtà non contemplata nella cultura popolare, ma una volta “immortalata” dal mezzo fotografico, diventa realtà e verità per lo spettatore, costretto a mettere da parte i preconcetti e pregiudizi di fronte a qualcosa di autentico e genuino che non aspettava di vedere e riconoscere in una relazione tra l’essere umano e un surrogato artificiale.

In un certo senso poi l’esperienza dello spettatore di fronte alle fotografie, che raccontano i rapporti sentimentali tra gli esseri umani e le bambole iperrealistiche, corrisponde all’esperienza dei protagonisti degli scatti, che considerano la parte più preziosa dei loro rapporti con i surrogati i momenti in cui la verosimiglianza gli fa credere, per un istante, che la bambola fatta di silicone sia viva. Gli spettatori e le persone nelle fotografie si trovano nella stessa posizione, presi dall’illusione, persi in un immaginario in cui il confine tra l’artificiale e il naturale diventa sfocato e quello che rimane è il legame emotivo.

Si potrebbe dire che la realtà raccontata da Diamond e Dorfman è una realtà contraddittoria, complessa da punto di vista etico, una realtà che negli anni ha suscitato tantissime critiche. In questo breve testo però ho cercato di seguire lo sguardo e la prospettiva delle due artiste, la cui l’intenzione non è quella di giudicare, ma piuttosto di creare un immaginario nuovo, dando spazio alla realtà di relazioni, di amore e affettività quasi del tutto sconosciuta, ma non per questo meno autentica e genuina.


http://www.fondazioneprada.org/project/surrogati-un-amore-ideale/