Nel Bateliers Garden gli alberi facevano un rumore sordo. Guardando in alto sui tronchi, si poteva scorgere una serie di uccelli meccanici che beccavano insistentemente il legno con appuntiti becchi metallici. Più in là lungo la strada, a due vie e un incrocio di distanza, delle grandi membrane rosse stavano appiccicate su quattro finestre di un palazzo a vetri. Ogni volta che si alzava il vento, queste toppe simili a polmoni si gonfiavano e sgonfiavano a vista d’occhio come inquietanti diaframmi.

Queste erano solo due delle opere affascinanti che si potevano incontrare in 20 luoghi del centro di Namur, una piccola città a sud del Belgio, nel corso dell’ultima edizione del KIKK festival of digital and creative cultures, dall’1 al 4 novembre. La prima si chiama The Woodpeckers, ed è un’installazione dell’artista italiano Marco Barotti, che traduce le radiazioni invisibili dei segnali wireless e dei dispositivi mobili che ci circondano in sequenze percussive udibili prodotte da meccanismi zoomorfi; la seconda è Avion/2,una creazione dell’artista multimediale ceca Magdalena Jetelova che tenta di dare una vita organica alla futura Maison de la Culture. Insieme alle altre, disseminate nel tipico tessuto urbano di Namur, installazioni come queste riuscivano a far dimenticare ai turisti l’antica Cittadella al di là del fiume.

Distribuiti tutti lungo un percorso chiamato KIKK in Town, gli “hotspot” includevano anche due chiese storiche: la rinascimentale Église Notre-Dame D’Harscamp, con nel coro la potente installazione Sming,dello studio Superbein cui un software convertiva la voce dei visitatori in un intero coro invitando le persone a sperimentare un’armonica e vibrante frammentazione dell’Io – e la barocca cattedrale di Saint-Aubain, con la passerella responsiva di Cantoni, Crescenti, Kogan, un’interfaccia a specchio in grado di riconfigurare lo spazio ogni volta che qualcuno ci camminava sopra.

Allo stesso modo, l’École Saint Marie ha ospitato alcune coinvolgenti installazioni immersive che riflettevano sulla condivisione di sensi tra essere umano, natura e tecnologia – che fossero i timidi fiori biolumescenti di Miranda Moss o le loquaci piante Phonofolia, che reagivano in maniera diversa alla presenza dell’uomo, o gli alberi intuitivi fatti di origami nati da una collaborazione tra Interactive Architecture Lab Bas Overvelde del Soft Robotic Matter Group. Seguendo il KIKK in Town si poteva scoprire un’altra prima assoluta in Belgio: 7 opere en plein air in realtà aumentata che permettevano di aggiungere all’architettura cittadina nuovi livelli di significato semplicemente scansionando un QR code con il proprio smartphone.

Nella Galerie du Beffroi, una delle sedi espositive principali, i visitatori avevano l’opportunità di vedere dal vivo altri pezzi interessanti come, giusto per fare due esempi, un DNA portrait in 3D a dimensioni naturali di Heather Dewey-Hagborg, e Climat Général, l’animazione auto-generativa di Claire Malrieux. Il pubblico poteva anche interagire con installazioni poetiche come Tele-present wind di David Bowen: una serie di steli secchi collegati attraverso dei dispositivi meccanici ad un accelerometro posizionato all’esterno dell’ Établissement des Soeurs Notre-Dame; quando il vento si alzava nel cortile, le piante oscillavano all’interno dell’edificio.

Il quartier generale del festival erano il Théâtredu Namur e il Palais des Congrés: qui si trovavano un bookshop ben fornito, le sale per le conferenze e lo spettacolare Melting Memories: Engram in cui Refik Anadol combina dati aumentati dell’attività cerebrale, pittura e proiezioni luminose in onde e vortici ipnotici che si fondono e disassemblano in una cornice quadrata alta cinque metri.

In ogni caso le opere d’arte non erano l’unica cosa da visitare al KIKK festival. Non lontano dal teatro c’era il cosìdetto Market: un ampio spazio coperto dove makers autoctoni e internazionali presentavano e mettevano in vendita i loro progetti nel corso dei quattro giorni del festival. In questo spazio era possibile fare cose inaspettate come creare lumache in 3D, sorvolare montagne mozzafiato con un parapendio virtuale, provare una bicicletta elettrica connessa in rete o assemblare una mini lampada da notte.

Con un tale apparato di mostre, workshop, conferenze, e il Market, il KIKK festival si è confermato come il più grande evento di cultura digitale in Belgio, attirando visitatori da oltre 50 paesi diversi. Le sue origini in realtà risalgono al 2011, quando fu fondato da Gilles Bazelaire e Gaetan Libertiaux con l’obiettivo di replicare nel proprio paese gli straordinari festival di digital art che vedevano viaggiando per l’Europa. La prima edizione del KIKK era composta da una sola sala per le conferenze e pochi workshop costruiti attorno ad un tema specifico, una caratteristica che il festival conserva ancora oggi pur essendo diventato molto più internazionale e diversificato.

Un grande impulso in questo senso l’ha dato l’entrata nel team di Marie du Chastel l’anno successivo: “Gilles è anche direttore della digital agency Dog Studio, e Gaetan è un artista che lavora con le nuove tecnologie: sono state sostanzialmente le loro due esperienze e sensibilità che hanno portato a concepire il KIKK come un grande contenitore di un sacco di temi diversi intrecciati insieme” mi ha raccontato lei quando abbiamo avuto modo di parlare subito dopo il mio arrivo a Namur.

“Io mi sono unita a loro nel 2012, e penso che siano le nostre tre personalità che hanno reso il festival quello che è oggi, perchè se guardi gli altri eventi di cultura e arte digitale non trovi quasi mai la stessa compresenza di design, ma anche interactive design, architettura, arte, ricerca scientifica, e penso che questo rifletta le attitudini delle persone che ci lavorano dietro, che hanno differenti background e interessi molto diversi, che confluiscono tutti in questo evento.”

Partito come un festival nazionale – pur essendo già internazionale a livello di curatela – KIKK si è evoluto in un evento di risonanza sempre maggiore. Anno dopo anno è diventato sempre più strutturato configurandosi come un ambiente aperto e collaborativo che cerca di anticipare le sfide future con un approccio interdisciplinare. Passando per Next Utopia, Invisible Narratives Interferences, il festival è approdato alla sua 8a edizione intitolata Species and Beyond segnando uno scarto con la tradizionale visione antropocentrica del mondo. Prendendo in considerazione le tendenze postumane e il tentativo di filosofi e artisti di rovesciare la posizione dominante dell’essere umano, KIKK si è proposto di esplorare la nostra relazione simbiotica con la materia vivente e non vivente in un mondo afflitto dal cambiamento climatico e da ciò che questo comporta per tutti noi.

Si è messo in discussione cosa potrebbe accadere se provassimo a guardare il mondo e la vita da prospettive diverse: quella degli animali, delle piante, dei batteri e dei minerali. Nel complesso, l’8a edizione del festival ha presentato progetti e ricerche ai confini tra arte e scienza cercando di mettere in luce l’interdipendenza tra natura e tecnologia in diversi modi: a volte proponendo delle soluzioni, altre semplicemente mostrando quello che non va o i retroscena dello sviluppo delle nuove tecnologie.

Le opere esposte presentavano un’ampia varietà di media: installazioni luminose e sonore, progetti scientifici, design e architettura: l’interazione ha giocato un ruolo cruciale affrontando e mettendo in discussione una grande quantità di aspetti della questione non-antropocentrica. Questa varietà ha rispecchiato anche un’altra caratteristica del festival, che è fortemente incentrato sull’interdisciplinarietà. Obiettivo dichiarato nel riunire differenti campi lungo il fil rouge dell’impatto della tecnologia sulla cultura è infatti di attrarre pubblici diversificati: da professionisti delle industrie culturali e creativi ad architetti, studenti, esperti del digitale e agenzie di comunicazione.

Fedeli a questo modello di cultura senza barriere, uno degli aspetti più interessanti del festival sono state senza dubbio le conferenze, che hanno riunito relatori tra I più brillanti del nostro tempo provenienti da diversi settori della cultura. “Questo è anche un festival della scoperta, e il suo scopo è attrarre una determinata tipologia di persone con un tipo di contenuto e portarla a conoscere anche qualcosa d’altro. Ad esempio possiamo attirare un designer con l’intervento di un altro designer famoso, ma lui poi avrà l’occasione di ascoltare un sound artista e scoprire un nuovo ambito creativo e trovare altri stimoli d’ispirazione.

L’idea quindi è proprio quella di non ospitare solo grandi nomi ma personalità interessanti che possano scoprirsi a vicenda, è questo il motivo per cui gli interventi sono così diversi tra loro. Quello che vogliamo fare è ampliare gli orizzonti e la mente delle persone e fargli conoscere cosa sta accadendo adesso nel mondo e come i vari campi siano interconnessi. Le sale delle conferenze non sono divise per temi perché l’idea è che i visitatori vadano lì senza sapere a cosa staranno per assistere. Penso che questo sia ugualmente importante, perché altrimenti le persone andrebbero a vedere soltanto quello che conoscono già e non scoprirebbero nulla di nuovo.”

Questo spiega perché l’ottava edizione del festival ha ospitato personalità come Paola Antonelli, che ha dato qualche anticipazione sulla Triennale Broken Nature in arrivo a Milano, accanto al direttore creativo del New York Times Graham McDonnel, che spiegava come mettere “la storia” all’interno dello storytelling e come gestire contenuti digitali e immersivi. Relatori come Constant Dullaart o DISNOVATION.ORG hanno affrontato un impressionante range di argomenti, spaziando dal machine learning al biotextile e dalla visualizzazione dei dati alle modificazioni genetiche.

Nei primi due giorni del festival il designer Dominic Wilcox ha discusso della relazione tra artigianato e tecnologia mentre Fernando Ramirez ha dato qualche consiglio sul branding per le game industries, ma non prima che il ricercatore e performer Francois Joseph Laporte avesse spiegato quanto gli esseri umani sono estranei a sé stessi mostrando come i batteri che ci abitano possono modificarsi a seconda delle situazioni in un costante interscambio con l’altro.Non sorprende quindi che le conferenze fossero sempre praticamente tutte al completo, e che il festival in generale abbia accolto più di 20 mila visitatori da ogni parte del globo. In parte questo è sicuramente dovuto anche all’urgenza dei temi trattati nell’era di Trump e dell’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, con le conseguenti preoccupazioni per l’ambiente, l’Antropocene eccetera.

Perché, per dirla di nuovo con le parole di Marie: “Si tratta di esplorare il mondo in questo preciso momento. Quando le persone parlano di tecnologia si riferiscono sempre al futuro, ma non si tratta tanto di quello che accadrà, non si tratta di parlare di quello che faremo nei prossimi 20 anni, ma di quello di cui disponiamo oggi in termini di tecnologia e design, e del modo in cui questi due ambiti sono legati tra loro. Cosa possiamo fare oggi in modo che le cose non vadano male in futuro?’”


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