Nel 2019 l’artista inglese James Bridle ha realizzato per la BBC una serie radiofonica chiamata New Ways of Seeing, con l’obiettivo di interrogarsi su “come la tecnologia stia cambiando la cultura visiva”. Il riferimento è evidente ed eccellente: l’autore guarda infatti al famoso format televisivo del 1972 di John Berger, Ways of Seeing, nel quale il celebre critico si proponeva di aprire nuove prospettive nella lettura delle opere d’arte, dimostrando come questa operazione sia influenzata da aspetti di natura sociale e politica.

La prima puntata del programma di Bridle, dal titolo Invisible Networks, si apre con il racconto di come internet e quello che chiamiamo il mondo reale siano strettamente collegati anche a livello materiale. Molte persone ridevano di coloro che credevano che il cloud, in senso digitale, avesse a che fare con le nuvole reali o con il clima, ma, racconta Hito Steyerl, quando un grande uragano ha colpito un giorno New York, mettendo fuori uso molti dei servizi di cloud presenti sul territorio, la situazione si è ribaltata. Il fenomeno meteorologico e il suo doppelganger si sono improvvisamente, e momentaneamente, incontrati faccia a faccia.

Pensare la tecnologia è qualcosa di complesso.. Siamo consapevoli dell’esistenza di decine di hardware che supportano le nostre necessità, ma alcuni di essi sono al di fuori del nostro raggio visivo, altri sono così vicini a noi che non vi prestiamo più attenzione. E la nostra interazione e dipendenza dai software è così radicata che spesso siamo più impegnati a preoccuparci che funzionino, in modo da non dover rinunciare a servizi ormai essenziali, che a domandarci le loro reali modalità operative.

Il risultato è che a livello percettivo la tecnologia è onnipresente ma invisibile. Quali sono le conseguenze di questo bias cognitivo? E, citando un articolo di James Bridle uscito nel 2019 sul Guardian, come possiamo “comprendere un mondo in cui le tecnologie più potenti del nostro tempo sono così difficili da vedere che la maggior parte di noi nemmeno se ne accorge?

Prende le mosse da queste riflessioni la mostra “Songs of the Sky. Photography & the Cloud”, visitabile fino al 21 aprile presso il C/O Berlin. E lo fa utilizzando il titolo di un celebre lavoro del fotografo americano Alfred Stieglitz, Songs of the Sky, passato alla storia con il nome di Equivalenti. Una scelta non casuale: si tratta infatti di una serie di più di 200 fotografie di nuvole realizzate negli anni Venti, immagini astratte che si inserirono potentemente nella storia di un medium ancora tradizionalmente associato con la rappresentazione della realtà.

Circa cento anni dopo, la nuvola è diventata informatica, in uno di quei curiosi ma non rari parallelismi linguistici tra mondo naturale e mondo virtuale.

La mostra berlinese presenta una ricognizione sullo stato della fotografia nell’era dei big data, focalizzandosi sulle tecnologie di cloud-computing, sulla loro specificità e sulle conseguenze del loro utilizzo sul cambiamento climatico e sulla geopolitica.

Songs of the Sky punta i riflettori proprio sugli aspetti materiali e tangibili della rivoluzione digitale, mettendo in discussione il mito capitalista dell’immaterialità della tecnologia.

Almut Linde, ad esempio, presenta un mare di nuvole che si stagliano davanti ad un cielo azzurro, un’immagine apparentemente idilliaca che in pochi secondi rivela però la sua origine industriale, ricordandoci il costo ambientale del mantenimento delle tecnologie che utilizziamo tutti i giorni.

Particolarmente interessante è la ricerca di Noa Jansma, che si occupa della trasformazione dei fenomeni naturali in risorse utilizzabili. Con Buycloud la giovane artista ha deciso di vendere letteralmente le nuvole a chiunque sia interessato a comprarle. Si legge sul suo sito: “ Studi recenti sostengono che con l’aumento delle emissioni, le nuvole cumuliformi scompariranno nel giro di 100-150 anni. Questo porterà ad un aumento di 8° gradi della temperatura globale. Catastrofico per il pianeta, ma vantaggioso per il mercato delle nuvole; dopotutto, ogni mercato si basa sulla domanda e sull’offerta. L’acquisto di una nuvola diventa un investimento poetico ma stabile.”

La tendenza alla strumentalizzazione della natura è indagata anche nell’opera di Fragmentin, un’indagine sulla volontà di controllo da parte degli esseri umani dei fenomeni metereologici.

Nella sua recente serie di lavori dedicata alle nuvole, che corre idealmente parallela agli Equivalenti di Stieglitz, Trevor Paglen continua ed approfondisce la sua riflessione sulla visione artificiale, interrogandosi sull’emersione di nuove geografie visive nelle quali le macchine occupano una posizione sempre più importante, lasciando a volte l’essere umano al di fuori del loop.

Di natura più poetica è invece l’opera di Shinseungback Kimyonghun, duo artistico costituito da un’ingegnere e da un’artista, che in Cloud Face propone una serie di immagini di nuvole che sono state per errore riconosciute come volti da una AI.

Nelle pieghe della tecnologie e negli spazi incontrollati disegnati dagli errori di sistema, per un istante la macchina diventa un po’ più umana, e sembra in grado di replicare il gioco senza tempo per il quale ci si sdraia su un prato per cercare di riconoscere forme conosciute nelle nuvole.

Attraverso queste ed altre opere, tra cui quelle di Evan Roth, Mario Santamarìa, Raphael Dallaporta e Adrian Sauer, solo per citarne alcuni, Songs of the Sky si addentra in una scomoda e complessa riflessione sull’immagine contemporanea, sulla sua natura e sulle infrastrutture di condivisione e archiviazione nella quale è irrimediabilmente coinvolta. Riflettere su cosa sia la fotografia oggi non può prescindere da questi interrogativi, e nei meandri di queste riflessioni si intravede la reale fisionomia del mondo che viviamo, e del futuro che stiamo costruendo.