Renick Bell è un musicista, programmatore e docente americano che dal 2006 vive a Tokyo, dove si è laureato presso la Tama Art University e ha svolto un dottorato di ricerca presso la Denki University. Ma i suoi titoli accademici sono molti di più: tra questi anche un Master in Music Technology alla Indiana University e una laurea interdisciplinare in Musica elettronica e Filosofia alla Texas Tech University. Da alcuni anni la sua ricerca connette live coding, improvvisazione, e composizione algoritmica attraverso software open source, in continuità con le teorie di Alex McLean sintetizzate nella formula “Making music with text(ure)”.

Renick Bell è anche l’autore di Conductive, una library per il live coding costruita con il linguaggio di programmazione Haskell. Come performer ha suonato praticamente ovunque ed è considerato uno dei pionieri dell’Algorave, una scena musicale alternativa in forte espansione internazionale attraverso una serie di eventi rave-style nei quali il pubblico balla musica generata da algoritmi (attraverso software come Max/MSP e Super Collider) prodotta da artisti come Slub e Algobabez. Come artista, Renick Bell è molto conosciuto per la sue intricate trame sonore generative, prodotte in real time attraverso un sistema software auto-programmato dopo anni di frustrazione coltivata nelle restrizioni standard dei software commerciali.

Empty Lake è un EP uscito nel 2014 per la UIQ di Lee Gamble, che possiamo considerare la summa della sua estetica. Le cinque tracce che lo compongono elaborano gli I Ching attraverso altrettanti atti performativi in live coding, completati da video che ci mostrano espressamente il processo di scrittura/composizione di Renick. Abbiamo avuto modo di incontrarlo e intervistarlo in occasione del recente talk Datacrazia – Società algoritmica, algorave e controllo del capitale che i tipi del collettivo Phase  hanno organizzato al Lottozero di Prato e seguito dal suo live show da Spazio Materia. All’incontro, oltre a me e allo stesso Renick Bell, hanno partecipato anche Federico Nejrotti (Motherboard Italia), Manuel Recoil (Cypherpunk e crypto enthusiast), Claudia D’Alonzo (docente di Net Art e Fenomenologia dei Media) e Lorenzo Frosini (musicista e filosofo).

Andrea Mi: Sono in molti ad associare, semplicisticamente, gli algoritmi ad un contesto deterministico, ad un concetto matematico che riguarda principalmente le macchine. Tu invece usi gli algoritmi come un potente strumento di composizione. Qual è stata l’idea da cui sei partito?

Renick Bell: Nel pensare il mio software volevo principalmente far diventare l’operatore un pilota. Ogni singola componente di questo veicolo da pilotare necessita di algoritmi per funzionare. Molti di questi sono deterministici, esattamente come dici. È proprio questo che rende usabile quel veicolo. Nonostante ciò, alcune delle componenti sono programmate per sorprendere, anche e soprattutto l’operatore.

Andrea Mi: Oggi gli algoritmi sono ovunque. Pensi che siano più un pericolo o un’opportunità per il nostro contesto culturale?

Renick Bell: Gli algoritmi in sé non sono pericolosi. Il pericolo vero è quello di porre ciecamente fiducia in coloro che implementano gli algoritmi. Se non sono abbastanza coscienti, il risultato potrebbe essere pericoloso. Potrebbe riflettere i pregiudizi o le discriminazioni sociali di chi li programma. Allo stesso tempo, però, gli algoritmi danno molte opportunità anche al nostro ambiente culturale.

Nei casi migliori rendono efficienti le cose, semplificano la complessità e rendono democratico l’uso di molte tecnologie. L’efficienza sta nella velocità con la quale essi ci danno risposte quando li usiamo sui computer odierni. La semplificazione della complessità è il risultato della libertà combinatoria degli algoritmi. Riferendosi all’algoritmo come un nome e dandogli qualche input, l’output può essere ottenuto senza bisogno di conoscere come quei risultati sono stati ottenuti.

Andrea Mi: Credi sia possibile pensare ad un uso etico degli algoritmi?

Renick Bell: Sì, è importante pensare all’informazione o alle credenze sulle quali gli algoritmi sono basati. Per esempio, che tipo di pratiche discriminatorie possono essere contenute in un algoritmo? O su che tipo di assunto esso è basato? Possiamo rifiutarci di usare algoritmi che sono risorse chiuse oppure quelli che non si prestano ad un uso compassionevole.

Andrea Mi: Gli algoritmi possono essere un’estensione del paradigma della “eco chamber” che caratterizza i social media? O pensi sia auspicabile diventino “dati con un cuore”?

Renick Bell: L’effetto “eco chamber” dei social media (quella situazione nella quale informazioni, idee o credenze vengono amplificate da una ripetitiva trasmissione in ambiti omogenei e chiusi che tendono ad escludere interpretazioni divergenti) è, assolutamente, il risultato del processo algoritmico su ognuna di quelle piattaforme. Più che a “dati con un cuore” mi piace pensare agli algoritmi come strumenti che usiamo per rendere utili i dati, a volte portando il cuore dei dati verso di noi in una forma usabile.

Andrea Mi: Come combini il live coding e l’improvvisazione nei tuoi live?

Renick Bell: Sono diventato, a tutti gli effetti, un live coder attraverso la pratica e implementando progressivamente sempre più strumenti. Migliorare nell’improvvisazione è molto più difficile, però, che imparare ad usare meglio gli strumenti. La cosa più importante per farlo è continuare a mantenere una mentalità aperta durante le performance. Improvvisare è, da una parte, essere interessati alle possibilità ancora non realizzate al momento e, dall’altra, scegliere velocemente le più adatte tra quelle accessibili nel frangente.

Andrea Mi: Oggi il live-coding e il design generativo sono ambiti cruciali di sviluppo non solo per la produzione musicale ma per molte altre forme performative e processi progettuali. Quali sono le potenzialità più interessanti del live coding?

Renick Bell: Il live coding ci permette di performare con simboli più che con gesti. L’abilità di usare le forme dell’astrazione nella pratica performativa ci libera dalla “schiavitù” del gesto e, in più, ci consente di trasformare comportamenti complessi in gesti semplici. Questo avvicina molto la pratica performativa all’idea di linguaggio e a tutti i vantaggi che l’uso di un linguaggio comporta.

Andrea Mi: Possiamo dire che il live coding ci apre verso una nuova comunicazione simbolica nella quale manipoliamo simboli?

Renick Bell:  Sì, esattamente.

Andrea Mi: Per le tue composizioni usi software open source? Dal tuo punto di vista, perché è importante tenere viva la cultura open source?

Renick Bell: I software open source ci tengono liberi, ci concedono quelle libertà descritte meravigliosamente da Richard Stallman e GNU. È solo attraverso l’open source che saremo liberi e responsabili allo stesso tempo, in una società che ha bisogno dei software per funzionare.

Andrea Mi: Quando penso alla tua musica mi viene da associarla alle influenze di John Cage, del free jazz e dell’improvvisazione. Ce ne sono altre?

Renick Bell: Le influenze sono quelle. Ma anche l’eredità della musica elettronica è importante, da Lejaren Hiller alla techno crew di Underground Resistance. L’uso dei campionamenti nella musica dance britannica, particolarmente nella jungle e nell’hip-hop è un altro riferimento imprescindibile. Altri suggerimenti arrivano alla mia musica dai ritmi percussivi tradizionali dell’America Latina, dell’Africa e dell’India.

Andrea Mi: Cosa puoi dirci del movimento algorave?

Renick Bell: Il movimento algorave è semplicemente questo. Un movimento, più che un genere. È una scena di praticanti che condividono un interesse nell’uso degli algoritmi per la produzione di certi tipi di musica nei quali l’essere esposto al processo è importante. Credo che l’enorme numero di possibilità che acquisiamo attraverso gli algoritmi come la natura inclusiva della comunità stiano aiutando questo movimento a crescere.

Andrea Mi: Puoi parlarci dei tuoi progetti in corso e di quelli futuri?

Renick Bell: Tra le cose più urgenti alle quali sto lavorando ci sono la chiusura di un solo album per una etichetta che si chiama Seagrave e di uno collaborativo per la Quantum Natives. Contemporaneamente sto sviluppando un progetto collaborativo, e lo sviluppo di alcuni strumenti software specifici, con il programmatore e coreografo Joana Chicau.


http://www.renickbell.net

https://hackage.haskell.org/package/conductive-base

https://www.gnu.org/philosophy/free-sw.en.html