Credo non siano molte le riflessioni filosofiche provenienti dall’universo della pornografia che assegnano valore alle opere d’arte. E d’altra parte, sono ancor meno le considerazioni che l’ambiente artistico riserva alla pornografia. Abbiamo a che fare con due mondi distanti.

Eppure, la parola “pornografico” –quella col significato dispregiativo, per capirsi – la usiamo di fronte a qualsiasi tipo di rappresentazione visiva o di racconto, caratterizzato da tematiche anche molto lontane tra loro (come horror, fantascienza o cronaca) in cui però ciò che ci viene proposto non racconta granché e la sua volgarità sta proprio in questo suo essere esibizione gratuita. Ci può essere dello splatter, sangue o racconto di sé (ad esempio), e risultare pornografici e rozzi perché ad essere volgare è la speranza di mettere in scena tutto quello che si può pur di fare botteghino. Se invece in un racconto (film, fumetto, romanzo, teatro o opera d’arte visiva) ogni cosa, anche quella più forte ed esplicita, ha un proprio ruolo ed è significativo nell’insieme di ciò che viene narrato, essa assumerà un preciso ruolo maieutico, un ruolo che si fa forte di uno stile molto esplicito, utile a raccontarci chi siamo.

È dunque ipotizzabile che sia esattamente in mezzo a questo duplice registro che bisogna collocare la vicenda che ha visto l’azienda PornHub combattere e soccombere contro gli Uffizi, infiammando un’estate culturale altrimenti impegnata in altre battaglie.  I fatti risalgono al luglio di quest’anno quando i responsabili di PornHub, presentano la nascita del progetto dal titolo “Classic Nudes” con un video di lancio così esplicito da suscitare la diffida da parte degli Uffizi e delle altre istituzioni museali europee coinvolte.

Non si è trattato ovviamente di questioni di lesa moralità o di scandalo, ma a mio avviso non è nemmeno solo una questione di copyright, di permessi sull’uso delle immagini o di pagamenti. C’è senz’altro qualche altra motivazione strettamente correlata che potrebbe sfuggirci ora che la legge ha dato ragione al museo fiorentino facendole vincere una battaglia che però è facile pensare non sia finita qui.

Il fatto è che il progetto “Classic Nudes” avrebbe voluto presentare una serie di celebri capolavori “erotici”, custoditi nei più grandi Musei internazionali, allo scopo di svelarci il lato pornografico della storia dell’arte. Ovvero, il progetto ci avrebbe raccontato la storia dell’arte con ciò che la pornografia riconosce come simile o proprio, vicino ai propri intendimenti. L’azione era perfino nobile e in qualche tratto ha avuto modalità pedagogiche che potrebbero essere di una qualche utilità per le sezioni didattiche dei musei e per coloro che studiano le immagini.

Purtroppo, come sappiamo, i musei coinvolti non sono stati avvisati e non sono state fatte le opportune richieste d’uso e dunque PornHub si è visto costretto a rinunciare proprio mentre stavano già lavorando su capolavori arcinoti come la “Venere di Urbino” di Tiziano, la “La nascita di Venere” di Sandro Botticelli, “Il bagno turco” di Jean-Auguste-Dominique Ingres, “La Maja desnuda” di Francisco Goya e ovviamente, “L’origine del mondo” di Gustave Courbet. Probabilmente aleggiava perfino un certo entusiasmo, poco prima che gli Uffizi cominciassero ad affidarsi agli avvocati e decidessero di far causa a Pornhub scatenando la curiosità di molti.

Questioni significative

Ma questa, ci chiediamo, è una notizia di colore o un fenomeno semiotico rilevante al fine di capire il nostro mondo? Verrebbe da chiederlo a Umberto Eco. Verrebbe voglia di farsi raccontare cioè se questa significazione – come diceva – e cioè la relazione tra significante e significato e dunque tra il progetto e la diffida ci sia qualcosa che sta per qualcos’altro; se entrambi gli elementi di questa storia siano cioè metafora di un comportamento dal quale possiamo dedurre l’insieme dei segnali metacomunicativi che indicano in quale chiave vada interpretato questo ventaglio di messaggi che ci lanciano le due grandi industrie: quella del porno e quella museale.

Qual è il messaggio dello slogan della campagna pubblicitaria di Pornhub che recita: “la pornografia potrebbe non essere considerata arte ma l’arte può esser considerata pornografia”? In questa frase ci troviamo moltissimi spunti di riflessione: intanto che l’industria pornografica sente stretta la definizione da vocabolario che ci dice che la pornografia è rappresentazione (grafia) di soggetti osceni finalizzata a stimolare lo spettatore pagante. In secondo luogo, ci dice che si sta ponendo dubbi identitari non già ad esempio, misurandosi con la letteratura o con l’erotica, ma con l’arte visiva, quella dipinta, storicizzata e musealizzata.

Ora, poiché sappiamo che la percezione opera attraverso schemi mentali prodotti dalla nostra interazione con il mondo, noi possiamo dire che in questo momento ci sono segnali molto interessanti provenienti sia dal mondo del porno che dall’universo delle app di divulgazione museale che non possiamo non ascoltare.

 Mutazioni genetiche

Ciò che sappiamo è che l’industria del porno sta vivendo in queste ore un momento di profonde mutazioni[1]. Da una parte esiste ed è fiorente, una certa industria femminista che propone film catalogati nel menù delle alternative porno sotto la dicitura “anti-porno” che si vogliono contro ogni forma di discriminazione sessuale e nel quale il materiale pornografico non spettacolarizza e non riduce a oggetto il corpo femminile. Lo scopo è quello di non offrire prodotti per un pubblico maschile eterosessuale e bianco, perché si promuovono gusti più sottili e raffinati. Questo movimento antiporno è più informato e lo dimostra la volontà di rimettere in discussione le condizioni lavorative degli operatori oltre che l’immaginario erotico tradizionale combattendo contro film che prevedono una sessualità femminile vista e intesa prettamente dallo sguardo maschile. O meglio: dallo sguardo di un pubblico di uomini che si sente stimolato dall’uso di corpi in linea con le impostazioni dettate da una società maschilista.  Qualcuno dice che l’industria pornografica sta sperimentando il cosiddetto “post porno”, che punta a smascherare i codici della pornografia convenzionale, maschilista e razzista, anche a costo di produrre video non troppo stimolanti!

Il post porno si impegna a rappresentare cioè soggetti marginalizzati ed esclusi dalla pornografia mainstream allo scopo di rimettere in discussione lo sguardo dominante. Per questi nuovi generi, non è sempre così importante produrre eccitazione, quanto proporre nuovi immaginari. Ciò vuol dire che il post porno si pone come il superamento del porno, rappresentando corpi che mettono in discussione la performance, per di più dal punto di vista di coloro che sono o si sentono esteticamente marginali. Infine, già da qualche tempo entra a pieno titolo in quel mercato anche il cosiddetto porno etico, che ha come principali obiettivi l’abbattimento dello sfruttamento – prassi fin troppo abusata nell’industria del sex – e l’educazione del pubblico a una sessualità vissuta in modo aperto, consensuale e consapevole.

È proprio nel contesto delle numerosissime posizioni femministe nei riguardi del porno che mi sembra si possa inserire il progetto con i capolavori dell’arte. È in nome di questo loro interesse per la sessualità femminile e per il nudo (con l’immensa stratificazione di significati che questo ha in campo artistico), che è possibile parlare di quella che stiamo vivendo come situazione emotivamente e percettivamente significativa. Situazione con funzione catalitica – direbbe di nuovo Eco – quella che si determina quando, come in questo caso, l’industria del porno dovrà confrontarsi con quanto è capace di proporre quella pertinenza semiotica che definisce cosa sia saliente in un dato momento e cosa no nel campo dell’eccitazione contemporanea.

La classicità del nudo

Nell’altra parte, quello della riflessione artistica e della storia dell’arte, è certo che l’Occidente ha avuto una fissazione per il Nudo, così come la filosofia europea ce l’ha avuta per l’Essere e per la Verità. Per secoli l’oggetto preferito dell’arte italiana è stato la donna nuda, normalmente sdraiata su un letto o circondata da altre bellezze nude in una festa organizzata nell’Olimpo o più semplicemente in un bagno collettivo o nello studio dell’artista. Sul nudo si sono misurati i più grandi artisti di ogni secolo e del XIX e XX in particolare, consapevoli del fatto che l’estasi che si prova davanti ai grandi nudi della storia dell’arte a partire dal primo Rinascimento va al di là della capacità cognitiva di rappresentare un corpo desiderabile. In alcuni casi, quei nudi vanno al di là dello stesso immaginario occidentale. È per questo che il Cristianesimo, che ha sempre coperto ogni genere di nudità (e il Michelangelo della Sistina è solo uno dei tanti episodi), quel Cristianesimo dicevo, ha poi mantenuto sugli altari il concetto della Nudità del Cristo da intendersi complessivamente come simbolo di Universalità, Verità e Dignità della sofferenza, oltre che come immagine della promessa divina realizzabile in futuro.
A differenza di altre culture, dove la nudità si dà chiaramente o come indecenza o come erotismo o spontaneità, il pensiero europeo ha elaborato doppi e tripli binari interpretativi per guardare il nudo senza riferirsi alla tentazione o alla libido. Ha convertito l’attrazione della carne in bisogno di catturare l’essenza del personaggio rappresentato e ha smesso di rifiutare il pudore degli incolti, parlando di potere spirituale del nudo. Gli uomini di chiesa e i committenti più avveduti hanno trasformato il corpo senza vestiti in corpi pieni di informazioni. Hanno portato il sensibile e il desiderabile nel contesto filosofico della Bellezza e poi l’hanno farcita di contenuti provenienti dalla mitologia o dalla oggettività delle forme che dovevano essere lette in chiave simbolica. Hanno comprato le veneri ma in privato. La nudità è diventata un indumento e lo provano la schiera dei mille languidi San Sebastiano, soprattutto quelli controriformati o barocchi. La carne flaccida e rugosa è diventata il loro saio più ruvido e il livido su quelle carni è stato l’atto doloroso da imporre alla sopportazione umana. Il desiderio carnale è stato cacciato via dalla regìa di quella copertura in cui è avvolta la Maddalena (vedi quella bronzea di Donatello) o dai corpi di qualsiasi santo eremita. Sono corpi questi, che si vestono della loro carne e si coprono con la loro stessa pelle. Ciò che facciamo noi guardandoli, non è il gioco seduttivo di spogliarli con gli occhi o di scoprirli nudi, ma quello di costruire per loro altri significati. Riempirli di qualcosa che a lungo andare vestirà progressivamente quella nudità.

Musei pop sempre più friendly

Niente a che fare cioè con le applicazioni e le progettualità di businnes strategy accolte dai musei di tutto il mondo per capitalizzare le loro raccolte permettendo loro che nell’attuale manipolazione della fotografia digitale, i corpi trovino un luogo nella mente prima che nello spazio loro assegnato. Del resto, la manipolazione fotografica che ci è concessa da un semplice smartphone, unitamente alle applicazioni presenti sul mercato sono tali che la realtà del quadro dentro il quale voglio collocare la mia foto ricordo ad esempio, non è più semplicemente riproducibile ma è come producibile da zero. Posso costruire qualcosa che non è mai esistito, ambientandomi nello scenario artistico che più mi piace. Questo fatto, ci permette di usare a piacimento le opere d’arte, entrare nel loro spazio o cercare somiglianze tra i nostri volti e quelli della ritrattistica seicentesca, modificando il nostro rapporto con le immagini, la fruizione e perfino le nostre attese.  Creiamo mondi trompe-l’œil in cui però non si tratta più di ingannare l’occhio, ma di moltiplicare il significato. È interessante ricordare che a Firenze le Gallerie dell’Accademia, hanno già invitato i visitatori a farsi “un selfie col David!”[2] qualche anno fa. Con il lancio del sito web era possibile cioè farsi un “autoscatto” con il capolavoro di Michelangelo, che contravvenendo ad una normativa superata, accettava l’idea di usare l’immagine della celebre scultura. Analoga è stata la sfida lanciata dal Getty Museum di Los Angeles in piena pandemia[3], che dopo aver aperto il proprio archivio virtuale, ha invitato i suoi visitatori virtuali ad interpretare le varie opere con oggetti di vita quotidiana, dando poi forse libero sfogo alla pratica del tableau vivant che tanto successo sta riscuotendo su Instagram.

Da questo punto di vista prettamente produttivo e portatore di utili e ricchezza, gli Uffizi non sono secondi a nessuno. Anzi, sono considerati il museo più social, quello che cresce più velocemente su Instagram, superando anche molti musei internazionali. Ai primissimi posti nella classifica mondiale dei più cliccati gli Uffizi sono in lizza con la National Gallery di Washington ed il Rijksmuseum di Amsterdam che qualche anno fa ha contato punte di 383mila follower.

Certamente, gli Uffizi non sono gli unici a cimentarsi in questa forma di divulgazione sempre più pop e coinvolgente. Per i 350 anni dalla morte di Rembrandt è stata realizzata una app dal nome “Rembrandt Reality”[4] che, grazie alla realtà virtuale, permetteva di fare un’esperienza immersiva in uno dei più famosi dipinti dell’artista olandese: “La lezione di anatomia del dottor Tulp” (1632).  L’app in questione, rendeva possibile osservare da vicino la scena ritratta, ovvero la dissezione del corpo umano e con lo smartphone i visitatori hanno potuto muoversi liberamente a 360 gradi, navigando tra i vari dettagli del dipinto.

Questi però si dirà, non sono nudi osceni e lascivi, sono nudi anatomici non disturbanti. È vero, ma quello del disturbo è un discorso a parte in grado di aprire scenari fin troppo vicini alla “stupidità” dell’intelligenza artificiale. Mi riferisco alle passate e presenti censure che Facebook ha fatto a danno di opere d’arte che raffigurano nudi tutt’altro che scandalosi. Il problema è così annoso, che non si contano più i casi in cui il social ha chiesto scusa per aver giudicato “indecorosi” i cherubini nudi e le donne di Pieter Paul Rubens (Siegen, 1577 – Anversa, 1640), classificandoli inappropriate, rimuovendole e censurandole così come era successo anche al bacio dello scultore francese François-Auguste-René Rodin [5] (Parigi 1840 – 1917) e perfino alla Venere di Willendorf in un raptus di iconoclastico senso paleolitico del pudore!

Affamati di clic

Dall’altra parte, in questa sfida tra industrie rivali (porno e cultura ora non più così lontane) entrambe affamate di visualizzazioni e like c’è in gioco qualcosa di più importante del copyright: questioni di marketing vero e proprio come il vantaggio competitivo e la capacità di generare valore. Lo dimostra il fatto che quando gli Uffizi si muovono in questa direzione sono capaci di coinvolgere testimonial, influencer, gruppi musicali, teatrali o attori di Hollywood che hanno collaborato con i responsabili del museo italiano alla diffusione delle opere d’arte davanti alle quali si sono fatte ogni tipo di selfie.

Il progetto Classic Nudes aveva come obiettivo come dicevo, quello di dirci che: «Alcuni dei porno migliori di tutti i tempi non sono su Pornhub. Si trovano in un museo». Questa era la tesi espressa dalla voce di Ilona Staller, che introducendo il video, puntava a portare i suoi utenti in alcuni dei musei d’arte più famosi al mondo. Il problema che certo si stenta a credere sia incompetenza, è che nessuno abbia fatto la trafila obbligata, accettato i cavilli e chiesto a questi musei il permesso di usare il loro nome. Ciò ha fatto partire la diffida a MindGeek Holding, la società con sede in Lussemburgo proprietaria sia di Pornhub che di YouPorn e RedTube.

La questione che per motivi di pertinenza semiotica ci fa capire che anche le altre situazioni analoghe non siano state determinate dal leso senso del pudore comune, ma da altra e ben più complessa stratificazione di problemi lo dimostrano i casi di vera e propria stupidità dell’intelligenza artificiale, ben accompagnata da quella umana. È notizia di qualche anno fa (2017) infatti, il licenziamento di un professore d’arte americano per aver mostrato agli alunni di una scuola elementare dello Utah, alcuni nudi di Modigliani o di Ingres e il rifiuto da parte dell’azienda Transport for London della campagna pubblicitaria dell’ente turismo viennese che prevedeva di stampare su grande formato le opere di Egon Schiele in mostra nel 2018.

Anche l’episodio relativo alla Manchester Art Gallery[6], una delle maggiori gallerie londinesi, si presenta effettivamente come una vera e propria “stupid” censura. Il dipinto “Hylas and the Nymphs” (1896), dell’artista britannico John William Waterhouse, è stato rimosso e censurato proprio in ragione di alcuni accennati e fin troppo pudichi seni nudi delle ninfe. Si tratta di un’immagine tipica del mondo preraffaellita che rappresenta delle ninfe immerse nell’acqua che rapiscono Ila, il giovane prediletto di Eracle. Ogni cosa lì è un omaggio alla bellezza e alla delicatezza e come dicevo, essendo in perfetto stile preraffaellita, non è avvertibile alcuna sollecitazione verso le volgari fantasie erotiche. In questo caso è vero invece che la volgarità potrebbe stare negli occhi di guarda! Infatti, come spiega la curatrice Gannaway, forse a causa delle campagne “Time’s Up” e “#MeToo”, il quadro non solo è stato spostato ma al suo posto è comparso un significativo spazio vuoto. Un vuoto che giustamente è stato usato in modi più che opportuni da coloro che grazie ai loro post it lasciavano lì i commenti che andavano a sostituire il quadro, definendo la decisione della curatrice un’azione in perfetto “stile talebano”.

Le reazioni degli intellettuali contrari alle censure partorite dagli uomini hanno prodotto risposte interessanti a proposito della pornografia, ma il più delle volte si è trattato di frasi ad effetto e non di una vera e propria critica strutturata.  Contro il rifiuto dell’azienda di trasporti inglese infatti, gli organizzatori hanno effettivamente stampato i grandi cartelli pubblicitari della mostra, nascondendo le “parti intime” dei protagonisti dei lavori di Schiele con dei box che portavano il seguente messaggio “Sorry, 100 years old but still daring today”[7]. Solo grazie allo slogan che diceva “Scusate, risalgono a cento anni fa ma sono ancora troppo audaci”, anche alcune città tedesche come Colonia e Amburgo, che hanno ospitato quelle pubblicità, hanno capito quanto poco aperte e moderne siano rimaste le nostre società.

Gli Uffizi però non hanno questi problemi con Porhub; non si è trattato di comune senso del pudore eppure a mio avviso non è stata solo una questione di copyright. L’idea di Classic Nudes era quella di raccontare la pornografia nella storia dell’arte attraverso varie forme con opere che ovviamente non potevano mancare. Il capolavoro di Courbet L’Origine du Monde, avrebbe dovuto essere presente nel sito Classic Nudes appunto, senza tutte quelle analisi sull’identità della modella che ancora oggi arrovellano gli occhi degli studiosi puntati sulla quella peluria pubica della legittima proprietaria e acquisire ulteriori informazioni, e al loro posto avremmo potuto trovare spiegazioni dell’opera con un’audio guida diversa, fatta dalla pornostar Asa Akira. C’è da dire che contro Pornhub si sono mosse anche altre strutture come il Louvre e il Museo d’Orsay di Parigi, il Prado di Madrid e la National Gallery di Londra e tutte ancora una volta, raccolte in una battaglia che non va nella direzione dell’esclusivo interesse della difesa della cultura o del diritto d’autore.

Il ruolo dell’utente

Anche trovassero un accordo sui diritti, il problema per questi musei resta quello di essere associati a Pornhub, con contenuti che interpretano l’arte in un certo modo. Quello cioè che vede ne “Il bagno turco” di Jean-Auguste-Dominique Ingres, ne “La Maja desnuda” di Francisco Goya, e ne “L’origine del mondo” di Gustave Courbet il seguente claim: “Perché il porno potrebbe non essere considerato arte, ma alcune opere d’arte possono sicuramente essere considerate porno”. L’industria pornografica ha cominciato ad occuparsi d’arte forse perché c’è un immenso bacino di possibilità nel nudo dipinto e poi perché si sono accorti – come dice l’ambasciatrice Asa Akira – che “C’è un tesoro di arte erotica in tutto il mondo, che ritrae nudi, orge e altro ancora, non disponibile su Pornhub: questa arte pre-Internet è custodita nei musei, ora finalmente riaperti con l’allentamento delle restrizioni anti Covid” L’idea cioè è quella di permettere all’utente che si reca al Louvre di aprire l’applicazione Classic Nudes, e trovare lei come audioguida di un percorso del tutto eccezionale, senz’altro significativamente più coinvolgente. “È ora di abbandonare quelle noiose audioguide – dice la pornoguida – e godersi ogni singola pennellata di questi capolavori erotici assieme a me”. Ci vuole dell’ingegno per farlo e una grande dose di creatività a servizio di un progetto che s’impone molto istruttivo oltre che sociologicamente significativo.

Utenti e pubblico in genere in quanto terzo elemento chiave di questo processo comunicativo mette sul tavolo un concetto di godimento estetico ed estatico che è anch’esso assai complesso e stratificato. Abbiamo bisogno di una nuova tipologia di guide turistiche per un’attività sensoriale che non si avvale più della realtà tattile. Del resto, stiamo già vivendo una sessualità senza corpi e senza tatto all’interno di una tecnocultura che ci incoraggia a fantasticare sul piacere, distaccandolo dal corpo umano, dall’interazione fisica e dall’esperienza. Una sessualità post pandemica.

[1] https://www.amazon.it/Postporno-sperimentare-sovvertire-immaginari-sessuali/dp/8898644744

[2] https://www.youtube.com/watch?v=3BsdB31uFjA

[3] https://www.vanityfair.it/lifestyle/hi-tech/2020/04/04/challenge-getty-museum-opere-darte-casa-twitter-facebook-instagram?refresh_ce=

[4] https://www.youtube.com/watch?v=TSa9ydgH8Ec&t=50s

[5] https://tg24.sky.it/tecnologia/2017/10/31/facebook-censura-bacio-august-rodin

[6] https://www.repubblica.it/esteri/2018/02/02/news/arte_censura_manchester_art_gallery-300950347/

[7] http://www.lindiependente.it/egon-schiele-centenario/