La dinamica del potere può assumere tante forme e agire attraverso molteplici canali. Uno di questi, utilizzato con grande maestria dalla specie umana per prevaricare, controllare, sfruttare e difendersi da ciò che la circonda, è l’uso deviato dei propri strumenti culturali. In particolare, quelli sempre più poderosi e pervasivi della tecnoscienza, che da sempre occupano un ruolo di primo piano nella definizione della logica del potere. Intelligenze artificiali, reti e network, biotecnologie, software per l’analisi dei big data, metaverso, strumenti dell’industria 4.0, si stanno configurando in modo acritico come un unico grande cybersystem ricco di promesse e aspettative: intrattenere, migliorare il tenore di vita, incrementare la produttività, monitorare lo stato di salute, diffondere una prossimità mai sperimentata di commodity diffuse, economie digitali e mondi virtuali. Ma quali conseguenze sulle logiche di prevaricazione e sfruttamento porta con sé questo processo accellerazionista? A discapito di cosa e contro gli interessi di chi si manifesta il potere esercitato tramite i suoi dispositivi?

Il saggio che segue non ambisce a dare risposte definitive a un tema così complesso, all’interno di un frame editoriale così ristretto tra l’altro, ma intende altresì solecitare una riflessione su come sia oggi sempre più importante pensare, con onestà intellettuale e pratiche virtuose e scevre da dettami di moda e di mercato, a una reale e nuova ecosofia, specificatamente per mezzo dell’arte e della cultura. A un pensiero estetico, politico e sociale complesso come forma di consapevolezza e resistenza di fronte a diverse forme di pervasività e controllo esercitati dall’uso deviato di tecnologia e scienza, attraverso linguaggi e ricerche che suggeriscano una nuova dimensione del vivere collettivo. Ad un approccio alla pratica intellettuale ed espressiva in grado di suggerire nuove modalità di relazione tra l’essere umano e il contesto (sociale, ambientale, fenomenologico) nel quale si trova immerso. Ad una pratica di conoscenza che rifletta in modo critico sull’impatto delle tecnologie e si confronti in modo radicale con la ricerca scientifica. Quella che non scende a compromessi con il più arrogante tecno-capitalismo e non cede alle lusinghe di estetiche macchiniche sempre più performanti e di sempre più veloce consumo. Quella che altresì suggerisce nuove narrazioni, sviluppa poetiche e riflessioni, apre a inediti punti di osservazione e si alimenta nel dibattitto interdisciplinare.

Disconnettere l’agente umano

Si sa, questa nostra epoca geologica è universalmente nota con il termine Antropocene. Sebbene non riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale, è un termine ampiamente utilizzato per indicare il momento storico in cui l’essere umano, causa lo sviluppo su scala industriale derivante dalle sue invenzioni e opere dell’ingegno, ha iniziato a sfruttare le risorse del pianeta al punto da essere considerato una vera e propria forza geologica capace di alterarne i delicati equilibri. Come ricorda lo scrittore e ricercatore ambientalista James Lovelock “questa nuova età geologica ebbe inizio quando gli esseri umani cominciarono a trasformare l’energia solare immagazzinata in lavoro utile. Per questa caratteristica l’Antropocene può essere considerato la seconda fase nel processo di trasformazione dell’energia solare sulla Terra”[1]. Più nello specifico, il termine è stato introdotto per la prima volta dal premo Nobel per la chimica Paul Crutzen nel 2000, per indicare una nuova epoca geocronologica successiva a quella dell’Olocene risalente all’ultima glaciazione di oltre 11.000 anni fa, e reso noto da un articolo della giornalista Elizabeth Kolbert[2]. Per molti studiosi e ricercatori, come lo stesso Lovelock, l’inizio dell’Antropocene può essere fatto risalire alla Prima Rivoluzione Industriale nella seconda metà del XIII secolo, quando gli esseri umani appresero una serie di tecniche in grado di alterare l’ecosistema in un modo sostanzialmente mai sperimentato prima nella storia dell’umanità.

Per altri invece, come ricorda l’artista e teorica Joanna Zylinska, si fa riferimento piuttosto “ai primi giorni della nascita dell’agricoltura, circa 8.000 anni fa…o persino agli ultimi cinquant’anni di consumi eccessivi”[3]. L’orizzonte è ulteriormente offuscato non solo da una certa confusione in termini di datazione, ma anche da alcune iperboli semantiche che utilizzano lemmi differenti per indicare il medesimo processo, sebbene da punti di vista e prospettive sociali, etiche ed economiche differenti. Su tutti, i neologismi Capitalocene, utilizzato dallo storico dell’ambiente Jason Moore riferendosi a un’epoca in cui il capitale contribuisce a sfruttare in modo intensivo le risorse della natura; Plantationocene, coniato dalla nota teorica Donna Haraway per indicare la relazione tra processi di creazione di ricchezza e fenomeni politico-sociali, come i trasporti di persone, le pratiche di colonialismo, di familiarismo etero-normativo, ma anche l’abuso da parte dell’essere umano di risorse provenienti da piante e animali; Tecnocene, ad indicare genericamente questa nostra era ricca di innovazioni tecnologiche che impattano sui processi di mercificazione della nuova specie umana e del suo rapporto con l’ambiente [4].

Da una ricognizione ampia di questi macro-fenomeni, per come vengono presentati dalla filosofia, ma anche da mostre d’arte e convegni che sfruttano intensamente l’hype che si è creata negli ultimi anni attorno al tema dell’ambiente, nonché dei possibili legami di senso con una dimensione politica ed economica di controllo e potere e con una sempre più diffusa estetica del disastro, emergono punti di vista comuni che propugnano con convinzione l’idea che gli esseri umani (come singolo o collettività) non possano più considerarsi soggetti superiori rispetto alla totalità delle altre forme organiche e inorganiche su questo pianeta. Secondo una prassi (intellettuale, narrativa, espositiva) il cui obiettivo è quello di affrontare problematiche e potenzialità derivanti da un passaggio dalla centralità dell’io divino a un equilibrio ontologico in cui esso è semplicemente una parte di un “tutto” molto più ampio e stratificato. In grado quindi di aprirsi a una complessa e dinamica rete di relazioni in cui “noi umani” rimaniamo invischiati con entità e processi “non umani” allo scopo di assumere una forma di responsabilità e di obblighi espansi verso “vari tipi di ispessimenti dell’universo, su scale diverse, capaci di rispondere all’intricata rete di connessioni e relazioni quotidiane”[5]. Questo approccio ha fondamenta piuttosto solide, basato su correnti di pensiero della relazione tra specie umana e contesto in grado di rompere i legami con la tradizione etica, politica e sociale che ha caratterizzato l’epoca moderna e che si propaga inesorabile ancora nell’età contemporanea.

La prima, nata dalle esperienze di un certo antiumanesimo post-strutturalista, “disconnette l’agente umano dalla sua posizione universalistica, richiamandolo a rendere conto e a spiegare le azioni che sta intraprendendo”[6] abbandonando sia la visione utopica postmodernista che considera la tecnologia un motore di cambiamento ed evoluzione sia quel “desiderio nostalgico dell’umanesimo classico per un passato pre-tecnologico, supposto migliore, considerato come una risposta alle sfide della nostra epoca”[7]. La seconda, posizionata su un neoumanesimo postumano, segue un’idea di “agentività” che sottende in modo non-gerarchico tutte le cose del mondo e i reciproci meccanismi di relazione, come entità distribuita tra attori umani e non umani per cui tutto è correlato e la “possibilità di controllare ogni aspetto della materia in dispiegamento non è altro che un’illusione”[8].

Quanto il ripensare la relazione tra noi, le altre specie, gli oggetti, il tutto vivente e non-vivente, organico e artificiale, sia strettamente correlato al vincere aut mori verso le dinamiche tecno-capitaliste della nostra società è ormai sotto gli occhi di tutti: indirizzare la tecnoscienza al benessere esclusivo dell’essere umano (singolo o collettivo), non è più possibile; giustificare un’arte innocua che non rifletta in maniera matura su questi temi, non è più accettabile; dubitare a livello culturale, istituzionale e accademico di possibili ponti di dialogo interdisciplinari, non è più sostenibile. Una presa di posizione, prima di tutto etica e politica, all’interno di una prassi critica e creativa finalmente antagonista a una dimensione artificialmente intelligente di potere, è quanto mai necessaria.

Entanglement come forma di resistenza

Il pensiero postumano come lo abbiamo conosciuto negli ultimi decenni, è incentrato su un concetto di “agentività” distribuito assegnato in modo non esclusivo all’essere umano e quindi qualità estendibile a tutte le specie viventi e non-viventi. Un approccio vitalista alla materia che si incardina alla base di molti correnti filosofiche radicali materialiste e che tiene conto di una agency diffusa per una dimensione entangled della realtà. Questo concetto, all’interno di molta teoria critica, ma anche di quella d’arte, è altresì, troppo spesso, riferito ad elementi di intenzionalità e soggettività che rimandano a un’idea di specialità dell’essere umano. É sostanzialmente il postumanesimo che si è preso carico di promuovere negli ultimi decenni “una nozione di agente profondamente ampliata che possa accogliere i molteplici “attanti” non umani con cui condividere e co-costituire il nostro mondo”[9]. Un approccio filosofico e teorico, costituito da differenti correnti che non possiamo qui trattare nella loro complessità, i più radicali dei quali, questo è importante ricordarlo, incentrate su una interpretazione interlacciata del contesto di realtà di cui facciamo costantemente esperienza. Nonché su un principio di causalità dei fenomeni in costante divenire e trasformazione che, inevitabilmente, fa riferimento a dottrine e studi provenienti molto spesso dall’ambito della scienza teorica. Ad esempio, dai principi della teoria fisica dei quanti, riconosciuta da molti come quella più adatta a descrivere la complessità della realtà materica e dei suoi processi.

In questa visione ontologica del mondo, un’entità entangled è un sistema fortemente correlato. Il suo stato di energia complessivo non risulta matematicamente dal prodotto dei suoi costituenti, ad indicare l’esistenza al suo interno non tanto di particelle singole bensì di un tutto inseparabile. In esso, ogni elemento non può essere completamente descritto e misurato senza considerare anche lo stato energetico di ogni costituente del sistema che dipende, a ogni istante, dallo stato di tutti gli altri. La misurazione delle proprietà di uno è in grado di influenzare le proprietà di tutti e questo legame si mantiene anche a distanze molto grandi.

La nozione di entanglement è utilizzata qui nell’accezione datagli dalla fisica teorica e filosofa Karen Barad, per la quale gli individui, le specie e gli oggetti che esistono nella realtà di cui facciamo esperienza, non pre-esistono nelle loro interazioni reciproche, ma emergono attraverso le rispettive intra-azioni. Il neologismo “intra-azione” è strettamente legato, nel framework del suo Realismo Agentivo, al concetto di “agenzia” tra esseri organici e inorganici, viventi e non, umani e non-umani. Per Barad “le entità attivano mutue agenzie intrecciate a partire dalle rispettive intra-azioni e queste caratteristiche agentive non pre-esistono in modo separato e individuale” [10] al punto da regolare le relazioni tra le differenti entità del mondo per come lo conosciamo. Questa negoziazione, a tratti impensabile, porta con sé un enorme potenziale di rottura delle dinamiche di potere nella nostra società e nel pianeta in cui viviamo, amplificate da un utilizzo scarsamente consapevole della tecnoscienza, strumento elettivo per immensi paradisi utopici di benessere fisico e spirituale. Un’agency considerata come un’azione entangled, non qualcosa che si possiede a priori e distribuita da una qualche entità trascendente, promette enormi potenzialità politiche e sociali ancora in gran parte inesplorate. Che possa essere anche strumento formale e creativo per il mondo dell’arte, ne sono altrettanto convinto.

Un pensiero etico-estetico unitario

Come evidente nella ricerca del collettivo DISNOVATION.ORG, presenti nel terzo capitolo Che Fare? del ciclo curatoriale Tecnocene. Arti visive, tecnologie digitali, mondi possibili, la materia che costituisce il mondo non può essere considerata, nel solco del pensiero di Baruch Spinoza, un’entità strutturatasi secondo principi di opposizione e gerarchia, prevaricazione e sfruttamento, quanto piuttosto tramite le forze fondamentali di un unico “universo monista”. Utilizzando un formato espositivo ibrido e una modalità di restituzione interlacciata attraverso differenti capitoli della loro produzione, il progetto Post Growth presente in mostra esplicita come si possano effettivamente prendere le distanze dalla visione epistemologica socio-costruttivista della società occidentale e dalle sue dinamiche di produzione di conoscenza e potere tramite una sostanziale separazione tra il dato (la natura) e il costruito (la cultura). E in cui l’essere umano, per mezzo della seconda, prevarica la prima attraverso meccaniche di controllo di cui l’elemento della tecnoscienza diventa mezzo e strumento, spesso celato da un velo di intrattenimento, benessere, sicurezza e denaro.

Saldamente incardinato alle teorie spinoziane, Non siamo mai stati moderni di Bruno Latour del 1991 è il testo che ha guidato la transizione verso l’affermazione recente di una ontologia di pensiero in grado mettere in relazione non-gerarchica l’essere umano con il contesto. Il sociologo, antropologo e filosofo francese, recentemente scomparso, parla qui di elementi naturali, tipicamente non-umani, embrioni congelati, fiumi inquinati, virus dell’AIDS, buco dell’ozono che, causati dal progresso culturale umano, assumono impatto crescente da un punto di vista sociale, politico ed etico. Questi strani “quasi-oggetti”, intermediari ibridi natura-cultura, sono prodotti della progredita società moderna, che nell’arco dell’ultimo secolo ne è stata però profondamente terrorizzata. Per la sua incapacità di comprenderli e riassorbirli. Un orrore che occorre evitare a qualsiasi costo, al punto da “operare una depurazione critica incessante e maniacale” [11] tra natura e cultura per la sicurezza e il benessere ultimo dell’essere umano, a livello singolo e collettivo.  L’invito di Latour è di considerare questi due elementi non come entità distinte, ma come una sola e unica produzione di società­natura e di collettivi correlati. Un invito questo che arriva parallelamente anche dal filosofo e psicologo Félix Guattari in uno dei suoi ultimi saggi, Le tre ecologie del 1989, in cui i registri analizzati sono l’ecologia sociale, mentale e ambientale nella cui integrazione, senza contrapposizioni dialettiche, si può ambire a costituire una nuova ecosofia per questa età contemporanea.

Secondo Guattari, solo accettando una visione ampia della questione essere umano-contesto e “il dispiegarsi del divenire animali, vegetali, cosmici, così come del divenire meccanici legati all’accelerazione delle rivoluzioni tecnologiche e informatiche”[12], si può cercare di sviluppare un pensiero etico-estetico unitario. Con opere come Energy Slave Tokens e Post-Growth Toolkit – The Game, nonché tramite la ricca collezione di Post-Growth Toolkit – The Interviews, l’operazione di DISNOVATION.ORG è esattamente questa: sviluppare una pratica estetica e costruire un immaginario visivo che stimoli lo spettatore a riflettere su un possibile futuro non-gerarchico del nostro pianeta e della nostra società. Contro ogni forma di prevaricazione. I loro lavori evidenziano un’indagine critica, tra pratiche di hacking e design speculativo, focalizzata sulla messa in discussione delle logiche di potere e sfruttamento dominanti del singolo (rigorosamente umano e tecnoscientifico) sulla collettività (umana e non-umana). In altre parole, della nostra modalità di coesistenza con il contesto in cui siamo immersi. Il dialogo costante con ricercatori, teorici e attivisti fa emergere, a dispetto di molte pratiche commerciali e consumistiche dell’arte contemporanea e della media art, gli innegabili benefici derivanti da una prassi di confronto con altri ambiti del sapere e della conoscenza.

La loro pratica di narrazione speculativa e il display teorico, le inesauribili modalità di dialogo tra discipline differenti, in particolar modo quelle tra arte e design, evidenziano ciò di cui abbiamo bisogno: una nuova filosofia estetica e politica, che consideri l’eterogenesi delle sue singole componenti “ambientali” e in cui gli individui ambiscano a divenire contemporaneamente solidali e sempre più differenti. Capace altresì di considerare la loro relazione con una temporalità non umana, secondo “nuove pratiche sociali, nuove pratiche estetiche, nuove pratiche di sé nel rapporto con l’altro, con lo straniero, con il diverso”[13]. Un’ontologia che invita a pensare il mondo e le relazioni tra esseri umani e non umani “in modi relazionali e multistrato”, con modalità di interpretazione e relazione tra soggetti differenti “post-dualistiche e post-gerarchiche. E in questo cambio di paradigma, la convinzione è che l’arte, come ambito di esperienze, linguaggi, estetiche e ricerche, giocherà un ruolo fondamentale. Sta a noi accettare la sfida.


Note:

[1] J. Lovelock, Novacene. L’età dell’iperintelligenza, Bollati Boringhieri, Torino 2020, p. 46.

[2] E. Kolbert, Enter the Anthropocene—Age of Man, in “National Geographic”, Marzo 2011, National Geographic Society, Washington (DC).

[3] J. Zylinska, Minimal Ethics for the Anthropocene, Open Humanities Press, Londra 2014, pp. 18-19.

[4] Si ricordano in questo senso, per lo meno i testi J. W. Moore, Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria, a cura di A. Barbero, E. Leonardi, Ombre Corte, Verona 2017 e D. J. Haraway, Anthropocene, Capitalocene, Plantationocene, Chthulucene: Making Kin, in “Environmental Humanities”, vol. 6, n. 1, Duke University Press, Durham (NC) 2015, pp. 159–165, H. Martins, The Technocene. Reflections on Bodies, Minds, and Markets, S. Ravi Rajan, Danielle Crawford (a cura di), Anthem Press, Londra 1018.

[5] J. Zylinska, Minimal Ethics for the Anthropocene, Open Humanities Press, Londra 2014, pp. 13, 17.

[6] R. Braidotti, Il Postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte. Vol. 1, cit., p. 29.

[7] R. Braidotti, Materialismo Radicale, Itinerari etici per cyborg e cattive ragazze, a cura di A. Balzano, tr. it. A. Balzano, Meltemi Editore, Roma 2019, p. 44.

[8] J. Zylinska, op. cit, p. 132.

[9] J. S. Marchand,Non-Human Agency”, in R. Braidotti, M. Hlavajova (a cura di), Posthuman Glossary, Bloomsbury, Londra 2018, p. 293.

[10] K. Barad, Meeting the Universe Halfway: Quantum Physics and the Entanglement of Matter and Meaning, Duke University Press, Durham (NC) 2007, p. 74.

[11] R. Braidotti, Il Postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte. Vol. 1, cit., pp.154, 157.

[12] F. Guattari, F. La Cecla, Le tre ecologie, tr. it R. D’Este, Edizioni Sonda, Milano 2007, p. 26.

[13] Ivi, p. 61.