Yara Haskiel è una video artista e ricercatrice. Ha studiato cinema sperimentale e Media art all’Università d’Arte di Berlino e Amburgo. Ha conseguito un Master in Museologia e Teoria Critica presso l’Università Autonoma di Barcellona. Nel 2014/5 ha partecipato al Programma di Studi Indipendenti (PEI) presso il Museo d’Arte Contemporanea (MACBA) di Barcellona. Le connessioni tra memoria e dislocazione di narrazioni minori e dimenticate e i loro effetti sulla società sono temi centrali nel suo lavoro. Inoltre Haskiel si concentra sul lutto e sugli effetti della precarietà legati all’amore da una prospettiva femminista. Nelle sue opere video, installazioni multischermo e performance sperimenta con camere mobili, found footage e nuovi media.

Mario Margani: Stai provando anche a sviluppare un tipo di linguaggio visivo della fragilità nei tuoi lavori? Nei Diaries usi molto materiale video preso da diverse situazioni. Nei primi tre minuti vediamo: un panorama da un aereo, un letto, una sala d’attesa, foto personali, tu che balli da sola, una terrazza sul mare a Creta, una casa in campagna, qualcosa che sembra un’altalena, mentre tu stai correndo o camminando velocemente. Alcune di queste azioni o luoghi mi hanno trasmesso un senso immediato di precarietà.

Mario Margani: Tsakalos Blues – uno dei tuoi due lungometraggi più recenti – comincia con una citazione di Jiddu Krishnamurti: “L’osservatore è l’immagine che guarda l’immagine che ha creato dell’altro. La relazione tra chi osserva e chi viene osservato non è una relazione. Sono due immagini che si guardano l’un l’altra. Se l’osservatore non possiede nessuna immagine, che è un problema enorme, che è meditazione e tutto il resto, allora chi osserva è ciò che osserva. Ciò che esiste, è l’osservatore.” All’inizio del tuo film più recente I don’t write Diaries I & II, On Love and Crisis e On the Power of Fragility, (2016) affronti un argomento simile. Cito qui le tue parole: “Penso che tu non sia un regista. Tu porti con te una mia immagine. Io porto con me una tua immagine. Penso che abbiamo iniziato a fare un film. Forse tu fai qualcos’altro. Chi lo sa.”

Yara Haskiel: Ho inserito l’estratto di Krishnamurti perché è un messaggio per il pubblico, in qualche modo fornisce anche uno spazio di riflessione. L’osservatore è l’immagine, due immagini si osservano una con l’altra. Il messaggio si rivolge al pubblico e offre la possibilità di fare una riflessione di questo tipo. È  questo ciò che cerco di fare più che altro nei Diaries, cerco più o meno di coinvolgere il pubblico e gli osservatori, e di attirarli in un modo o nell’altro nelle opere come fossero miei amici, miei fratelli e sorelle.

La considero una sorta di contraltare rispetto alla produzione cinematografica o alla videoarte, che spesso implicano strategie che creano una distanza tra lo spettatore e l’operatore. Tutte le mie opere sono molto personali e per me rappresentano persino uno strumento per guarirmi o comprendere le cose da sola, subito seguito dal desiderio di trasferire queste ricerche ad altri. Credo che molte persone abbiano dei problemi a riguardo. In Germania ad esempio, abbiamo una videoarte e una tradizione cinematografica sperimentale tutta volta a stabilire una distanza. Io per l’appunto non voglio fare questo, perché non posso conformarmi a questa attitudine.

Mario Margani: Ora ho un paio di domande tecniche sui Diaries (I don’t write Diaries I: On Love and Crisis  e I don’t write Diaries II: On the Power of Fragility). Mi hai mandato della documentazione video della tua performance ad Atene. Un montaggio live di un videomessaggio in cui leggi un testo a voce alta mentre stai sdraiata a pancia in giù proprio sotto la proiezione dei Diaries. Il testo è lo stesso dei due film?

Yara Haskiel: È lo stesso, ma un po’ modificato, e ci sono alcuni passaggi che ho riutilizzato.

Mario Margani: Come sei arrivata a trasformarlo in una performance?

Yara Haskiel: Per me è stato un esperimento. Ho deciso di fare in diretta un mix del materiale grezzo, un pre-editing. All’inizio avevo solo il primo Diary, di 15 minuti. Poi ho continuato a lavorarci, ed è arrivato a 30 minuti circa. Il secondo non era perfetto. In seguito sono stata invitata alla Biennale di Atene, nel 2016, da Rilène Markopoulou e Eva Giannakopoulou, curatrici e fondatrici di GOMENES, un progetto di performance art sugli stereotipi di genere.

Il programma prevedeva 5 giorni di performance con artisti di Austria, Grecia e altri stati. In quell’occasione sono stata invitata a creare una versione performativa dei Diaries. Quindi ho deciso di fare un video mix in diretta, con due portatili, due video pre-editati e due canali. Volevo sperimentare come potesse funzionare il tutto. Pensavo sarebbe stato carino fare un’introduzione e ho deciso di mettere me stessa sullo schermo, perché anche questa era un’immagine che stavo usando tanto in termini di strategie performative. Perciò ho scelto di mostrare il mio corpo nei video e di moltiplicarlo nella performance.

Mario Margani: Consideri i due film come due capitoli paralleli? Talvolta si sovrappongono e mostrano le stesse immagini, ma hanno anche due titoli diversi. Li hai sviluppati simultaneamente, lavorando ad entrambi in parallelo, o ne hai finito uno e sei poi passata all’altro?

Yara Haskiel: È un formato aperto. Quando ho provato queste tecniche con il voiceover, a scrivere testi, a generare dialoghi e ad assemblare citazioni e storie che avevo raccolto, ho scoperto che si può ottenere un effetto molto simile ad un collage aperto, che può essere riorganizzato in vari modi. Voglio davvero continuare con questi approcci. Al momento l’opera si presenta come una sorta di proiezione a due canali, che può anche essere suddivisa in schermate. Ho capito che è stata una scelta azzeccata lavorare con due voci fuori campo.

Il risultato non è sempre perfetto, ma funziona perché raddoppia gli stati psicologici, l’esperienza e l’intransigibilità dell’esperienza. E’ possibile che si rispecchi nelle diverse voci e nella tua testa e, a volte, nelle situazioni in cui senti l’immobilità ed il movimento contemporaneamente, o quando percepisci l’amore e il rifiuto allo stesso tempo. In questo modo ho la possibilità di sovrapporre esperienze e sentimenti anche attraverso le voci e non solo attraverso le immagini e il montaggio.

Mario Margani: Il materiale visivo viene dalla Grecia e da Barcellona. Sono forse coinvolti anche altri luoghi? C’è qualche collegamento con il luogo in cui vivevi? In un certo senso Tsakalos Blues sembra essere il diario di tuo padre. Sia quest’opera che i Diaries non sono diari in senso stretto ma sono almeno collegati ai luoghi, alla tua e alla sua esperienza di vita e di lavoro.

Yara Haskiel: I filmati sono stati realizzati a Barcellona, Berlino, Grecia, Francia, Israele ed una parte anche in Italia, a Milano.

Mario Margani: Nei Diaries ci sono due nuclei fondamentali. Ma dal momento che le due parti (Love and Crises e The Power of Fragility) si sovrappongono spesso, ho riscontrato un’attenzione particolare sia verso un approccio autistico alla vita sia al modo di stravolgerlo, o a come questo viene vissuto. Sembra che questa precarietà abbia un potere ambivalente, perché dà la possibilità di sfuggire a certe strutture e di costruirne di proprie, anche se spesso solo temporanee. Eppure credo che l’opera imponga un distacco dal coinvolgimento in qualsiasi relazione, che renderebbe la vita meno precaria, o che produca persino il timore di lasciarsi coinvolgere nei rapporti personali, nell’amore o nelle relazioni d’amicizia profonde.

In alcuni passaggi descrivi la fragilità in termini di resistenza, ma questa fragilità può anche essere intesa come una precarietà in cui non puoi scegliere cosa fare. Quindi ti trovi a dover seguire gli eventi e le possibilità, come forse ha fatto tuo nonno. Questa precarietà può anche portare a situazioni in cui fai cose solo per guadagnarti da vivere, ma delle quali spesso non vai fiera. Come vedi questa ambivalenza?

Yara Haskiel: Prima di tutto, c’è una grande differenza. Seguivo gli independent study programs alla MACBA allora diretti da Paul B. Preciado, ed era molto importante per me poter leggere un sacco di cose e poter di nuovo studiare la teoria, perché nella scuola d’arte si ha un approccio diverso. Per me è fondamentale come Judith Butler descrive la precarietà: è possibile differenziare i termini “precariousness” e “precarity”. Butler sostiene che il termine “precariousness” si riferisca alla precarietà generale dell’essere vulnerabili come esseri umani, e sostanzialmente lo mette in relazione alle circostanze della guerra e del dolore, dove gli umani sono vulnerabili.

“Precarity” invece si riferisce più ad una nuova forma di struttura di potere, nata dopo il post-fordismo e con i cambiamenti nelle condizioni di lavoro, letti come un esperimento per mantenere governabili le persone. In questo senso si può anche fare riferimento a Foucault e a come funziona il sistema. Viviamo in condizioni precarie e per questo “ri-precarizziamo” gli altri da soli, poiché lavoriamo nel mercato culturale e nel mercato dell’arte, dove abbiamo problemi a pagare qualcuno che lavora per noi, per quanto poco. È una modalità che rende le persone più governabili. Questa precarietà è una nozione che può essere proiettata nel futuro e che influenza fortemente il nostro approccio verso di esso producendo una sorta di stallo.

Per esempio quando so che non avrò abbastanza soldi in due mesi, devo smettere di spendere ed è come se mi trattenessi. Questo fa parte di un sistema di potere in grado di soggiogare le persone, di renderle governabili, perché stanno diventando fragili fuori da questa condizione. La mia idea sul potere della fragilità deriva dalla consapevolezza che stiamo passando ad un nuovo stadio, perché questa precarietà ha vari effetti sulle nostre condizioni psicologiche: aumento degli stati depressivi, malattie, ansia e problemi di autostima. Non ti senti abbastanza bravo a fare un lavoro, ma devi comunque essere disponibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

In questo senso la fragilità è ambivalente perché se sei in questa posizione devi costantemente ripensare e riflettere su come creare altre opzioni, orientarti o bilanciare la tua vita. Devi riflettere su come creare alleanze e reti sociali e quale tipo di rete è importante per te per non deprimerti e sentirti più stabile. Ma per me tutto questo si ricollega anche ad un ripensamento della società e dei legami sociali. La fragilità ti porta ad uno stato di maggiore consapevolezza; questa vulnerabilità può effettivamente diventare un punto di forza, perché le circostanze ti allenano a trovare soluzioni e ad affrontare i problemi in un modo diverso.

Mario Margani: Diciamo che una persona in una situazione di precarietà deve sviluppare una coscienza in questo senso.

Yara Haskiel: E ad un altro livello questo si collega anche al pensiero femminista, o a diverse teorie che si concentrano sul ripensamento del lavoro riproduttivo e assistenziale. Dobbiamo diventare autonomi, ma dobbiamo ripensare a ciò che significa autonomia: essere più attenti e prenderci cura della nostra rete sociale perché questa precarietà causa problemi esistenziali e tende a distaccare gli individui dai loro veri legami sociali. Abbiamo bisogno di coltivare idee diverse per ripensare la collettività e la vita comunitaria attraverso le pratiche assistenziali. Questo è stato il mio pensiero di fondo mentre lavoravo ai Diaries.

Mario Margani: Stai provando anche a sviluppare un tipo di linguaggio visivo della fragilità nei tuoi lavori? Nei Diaries usi molto materiale video preso da diverse situazioni. Nei primi tre minuti vediamo: un panorama da un aereo, un letto, una sala d’attesa, foto personali, tu che balli da sola, una terrazza sul mare a Creta, una casa in campagna, qualcosa che sembra un’altalena, mentre tu stai correndo o camminando velocemente. Alcune di queste azioni o luoghi mi hanno trasmesso un senso immediato di precarietà.

Alcuni movimenti producono una prospettiva inquietante per lo spettatore. Molti luoghi non hanno una connotazione personale. Ti vediamo solo una volta, seduta in auto in compagnia di un amico. All’inizio ci troviamo di fronte ad un grande vuoto. Quando entri in scena sei da sola, oppure con persone con le quali non hai alcuna relazione personale, come nella sala d’aspetto. Tutto questo rappresenta varie possibilità di tradurre la fragilità e la precarietà in un linguaggio visivo?

Yara Haskiel: Sì, alcune scelte sono state fatte in questo senso. Ho pensato che quando lavoro sulla precarietà, le crisi e l’amore e tutte queste problematiche, anche l’immagine dovrebbe essere precaria. Mi sono permessa di usare una fotocamera di bassa qualità. Ho deciso di fare foto con il mio telefono, di mettere tutto insieme ed evitare una rigorosa selezione formale. È stata una decisione di forma, ma per me era chiaro che questa era l’unica cosa radicale da fare. E poi ho anche deciso che non ci sarebbe stata un’ambientazione fissa, ma luoghi diversi, dislocati o nel mezzo di altri luoghi, cosa che trasmette fragilità. Si può tradurre questo stato fisico in uno psicologico, in una sorta di mobilità indotta da queste situazioni e questo periodo, in un esilio auto imposto, che naturalmente ha molto a che fare con la precarizzazione del lavoro e l’instabilità nelle relazioni personali.

Puoi fare un workshop qui, una mostra lì e qualcos’altro là. Spesso devi pagarti il viaggio da solo ma devi comunque andare. Tu lo vuoi fare ma alla fine sei anche costretto a farlo, devi essere flessibile, devi essere mobile. Nei Diaries cerco di rispecchiare questa frammentazione del tempo e dei luoghi. Non solo devi essere in movimento, ma devi sempre avere il tuo computer con te per poter passare ad un’altra opera o ad un altro luogo virtuale o reale, e in realtà cercando di essere ovunque non sei da nessuna parte, solo tra le cose ed i luoghi. Questo è uno spaesamento in cui si trovano molte persone e che le colpisce psicologicamente, influenzando le loro relazioni.

Mario Margani: Trovo molto interessante la traduzione di questa frammentazione in un linguaggio o un approccio visivo. Sviluppare un linguaggio di questo tipo ti spinge necessariamente ad adottare un approccio diverso, per evitare certi formati triti e ritriti, ad esempio le lingue ufficiali delle grandi narrazioni, la retorica istituzionale, dove le piccole storie personali spesso spariscono o non trovano spazio, appiattite da storie straordinarie o presumibilmente più importanti. E lo storytelling influenza profondamente la “scrittura della storia” (Storiografia). Per cercare di capire le vicende private e personali allora devi usare un’altra lingua. Non c’è dubbio che vi siano anche artisti e registi che tentano di mostrare e raccontare le storie personali al grande pubblico impiegando un linguaggio visivo che ha un animo istituzionale senza ancora esserlo.

La maggior parte delle volte, inoltre, l’approccio più diffuso non raggiunge l’obiettivo per cui era stato impiegato, essendo conforme al formato delle narrazioni ufficiali prima ancora di diventarlo. Nel tentativo di essere accettate e accettabili dalle istituzioni, le vicende personali spesso diventano qualcos’altro, per prestarsi ad essere adottate in diverse situazioni: in musei, festival e simili. La frammentazione che stai cercando di tradurre in Diaries da un lato ti rende la vita difficile, poiché è meno facile per lo spettatore seguire in maniera lineare le tue parole. Questa tecnica richiede uno spettatore molto attento, ma dall’altro lato lo avvicina di più al soggetto con il quale lo metti a confronto.

Yara Haskiel: Ma questa tecnica si riferisce anche al modo in cui percepiamo i media al giorno d’oggi e nel nostro presente. Cerco di non sovraccaricare né esagerare, ma si riferisce anche a come percepiamo le immagini e la realtà dopo l’invasione dei dispositivi digitali nell’esperienza quotidiana, a come viviamo con i nostri telefoni e gli apparecchi tecnologici. Ecco perché nei Diaries ricorro alle parole di Franco Bifo Berardi, lui parla proprio di queste tendenze autistiche e della perdita di empatia connessa alla pervasività della comunicazione digitale. Oltre a questo c’è anche la velocità, il fattore di accelerazione che Paul Virilio tratta nei suoi scritti.

Questa accelerazione modifica le nostre percezioni mentre pervade i nostri corpi, producendo una perdita di empatia con le persone, attraverso la comunicazione digitale e la nuova relazione che abbiamo con la tecnologia. L’impiego dei broken time-lapse nei Diaries è collegato sì a questa sorta di frammentazione, ma è anche il modo in cui provo a rispecchiare il processo stesso del montaggio video. Questo approccio riflette molto il mezzo e la mia posizione. Per questo ritengo di non essere una purista. E penso che questo rappresenti un problema, soprattutto in Germania. Mischio vari materiali e formati e cerco di trovare linguaggi diversi che corrispondono maggiormente alla nostra psicologia e alla nostra percezione distorta della realtà.

Mario Margani: Hai avuto esperienze negative con il pubblico tedesco in passato?

Yara Haskiel: Ho avuto un po’ di problemi con il pubblico in Germania dicendo che il mio linguaggio visivo, il mio genere, non è “rigido”, non abbastanza consequenziale. Capita spesso che altri spettatori abbiano una percezione totalmente diversa dei miei lavori in Grecia, Spagna, Italia, persino in Inghilterra. Li accettano e si sentono coinvolti e chiamati in causa.

Mario Margani: Non capisco questa critica. Non ho parlato di “consequenziale”, ma il termine si collega bene con quello che dicevo poco fa a proposito degli artisti che riescono a trovare un modo mainstream per mostrare e raccontare vicende private, a volte presumibilmente secondarie, in una cornice istituzionale, adattando il loro linguaggio visivo ad un formato istituzionale. Questo è un approccio che non considero affatto consequenziale, perché questi artisti sentono la necessità di “tradurre” il loro linguaggio in modo da venire accettati ed entrare nel circuito più ampio dei festival e delle biennali, ma la maggior parte delle volte in questo modo perdono l’attitudine iniziale nei confronti delle persone, delle situazioni e delle storie. Quindi in realtà direi che tu sei più consequenziale di loro, da questo punto di vista. Ma forse le critiche intendevano “consequenziale” in un altro senso, più legato alla linearità nel racconto?

Yara Haskiel: Esatto, ma nessuno dei miei progetti è lineare.

Mario Margani: Il progetto Memory Extended, realizzato prima di Tsakalos Blues, sembra un suo preambolo. Non riuscendo a trovare nessuna informazione e documentazione valida per la tua storia, controlli un paio di archivi e incontri una persona a Salonicco che dice che gran parte del materiale è andato perduto. Questo rappresenta un altro lavoro o è una preparazione a Tsakalos? Lo esponi da solo, insieme a Tsakalos, oppure non lo esponi affatto?

Yara Haskiel: Si tratta di un formato diverso. Ecco perché sto cercando il modo di sviluppare questi formati diversi. Questo è un progetto che ho svolto come tesi ed era la prima volta che lavoravo con la poesia, in particolare con quella di Gertrude Stein. La poesia è qualcosa che crea tanti desideri e credo di poter usare strategie poetiche per trovare la forza di lavorare con i linguaggi figurati. Memory Extended è stato girato soprattutto in Super8, in Grecia, e costruito con fotografie della mia famiglia. Ho affrontato le lacune e ho inserito all’interno tantissime brevi sequenze nere. Non piacciono a nessuno ma non mi interessa, per me sono indispensabili.

Mario Margani: Non penso sia una cosa che può piacere o meno. Fa semplicemente parte della struttura del tuo film.

Yara Haskiel: Esatto, è proprio parte della strategia mostrare degli intervalli neri, le lacune nella storia della mia famiglia. L’uso che ne faccio corrisponde ad un momento decisivo, non serve ad evitare una modifica o un taglio. In realtà penso di essere ancora ferma a questo punto. Adesso sto progettando un altro film che tratterà ancora di questi vuoti, in un certo senso. Memory Extended era una video installazione a due canali, una doppia proiezione. Un materiale che ho poi sviluppato in Tsakalos Blues, e ne ho usato una parte anche per i Diaries. Attingo più volte alla mia raccolta di materiale.

Mario Margani: Ad un certo punto nei Diaries fai una citazione sul tema dell’appartenenza. Inizi dicendo: “L’appartenenza è questo, è quest’altro, e alla fine l’appartenenza è importante, senza la dipendenza”. E così si va avanti per svariati minuti. Tornando al concetto di fragilità o precarietà mi chiedo se, nel tuo approccio, l’appartenenza possa essere considerata l’unico porto sicuro per trovare qualcosa con cui si possa ancora stabilire una relazione, a parte provare l’esperienza di una vita totalmente precaria.  È questo l’unico modo per tirare avanti nella vita, avere qualcosa a cui appartenere, un gruppo sociale, una persona, o un luogo?

La mia domanda è se l’appartenenza costruisce un’identità a cui gli altri possano ricollegarti. Prendiamo me per esempio: vengo da una città della Sicilia, Enna, ormai vivo lontano da quella regione da almeno la metà dei miei anni. A volte mi sento siciliano, altre invece un estraneo, soprattutto quando vedo attraverso gli occhi e le parole di coloro da cui dipendo, il che significa che il mio stile di vita è per gli altri profondamente connesso ad un luogo e un tempo molto lontani. Questa appare più un’immagine comoda per gli altri, per capirmi o capire ciò che faccio attraverso l’immagine o il filtro della mia appartenenza geografica, che è sì parte di ciò che sono, ma di certo non l’unica parte, e a volte non ha alcun ruolo in quello che faccio.

Yara Haskiel: In quel punto ho registrato alcuni filmati e, in parte, ho nuovamente apportato delle modifiche. Ad un certo punto, si dice “tu non vuoi essere dipendente”. È un po’ ironico. In base alle riflessioni tratte da Marina Garcés, Judith Butler, Gloria Jean Watkins (conosciuta come Bell Hooks) e molti altri che hanno scritto a riguardo, una dipendenza esiste. Ognuno di noi dipende dall’altro, perché siamo precari. Siamo degli esseri sociali e possiamo solo dipendere dagli altri. Per cui non è possibile essere del tutto indipendenti. Tu dipendi da tua madre o da tuo padre e, in un determinato momento, lei o lui dipenderà da te. E tu dipenderai sempre dal sistema sociale, perché non potrebbe essere altrimenti.

Nel video si trattava di fare dell’ironia sull’idea di provare a essere indipendenti ad ogni costo. E questa è l’idea a cui le femministe spesso si avvicinano nelle loro teorie. Siamo dipendenti (per esempio all’interno della comunità di una famiglia scelta) e dobbiamo trovare il modo di approcciare a questa dipendenza non come una cosa negativa. Di certo quando si tratta di una relazione, di amore o di qualsiasi altro rapporto, questa può trasformarsi in co-dipendenza o puoi ritrovarti ad essere dipendente in un modo davvero distruttivo. Ma questo non è quello che intendevo. E quando dico appartenenza, la intendo anche entro i termini di Guattari e Deleuze. Oggi la volontà di trovare esattamente i tuoi pari o il tuo posto nel mondo può prendere direzioni molto diverse a seconda del tempo e della situazione. È qualcosa di completamente libero.

Per cui quando ti innamori di una persona, ti innamori di un mondo intero. Il desiderio può trasformarsi in qualcosa di piuttosto negativo o anche fatale. Ci piace far parte della costruzione di questo mondo e di conseguenza abbiamo bisogno di un punto di riferimento che possa legarci o farci sentire parte di esso. Il desiderio può trasformarsi in qualcosa di piuttosto negativo o anche fatale. Il mio lavoro è legato principalmente alla sofferenza e al trauma, è come uno strumento che aiuta ad elaborare esperienze dolorose o problematiche. E di certo molte artiste donne e femministe negli anni Settanta e ancor prima hanno cercato di avvicinarsi a sentimenti molto personali, hanno lavorato e hanno esposto i loro corpi e le loro esperienze per liberarsi dalla società patriarcale, dai costrutti e dagli sguardi sui loro corpi e la loro soggettività riguardanti sesso/razza e classe.

E non è inteso in termini di identità. Penso a Mezzadra, Papadopoulos, Tsianos e molti altri autori di ’”Autonomia delle migrazioni”. Forse adesso è una questione molto difficile da affrontare nello stesso modo per via della nostra situazione e dei tempi, ma dobbiamo riconsiderare questa nozione. Per il gruppo politico Kanak Attak, di cui facevo parte nell’ultima generazione ad Amburgo, era molto importante affermare che non volevamo passare per vittime, non volevamo rafforzare il concetto di identità, piuttosto volevamo parlare degli strumenti che costruiscono una diversa intelligenza a partire dall’identità stessa. È questa la mentalità a cui sento di appartenere. E sono molto grata di avere potuto studiare con Hito Steyerl, Angela Melitopoulos e Heinz Emigholz. Apprezzo molto quello che ho imparato dal loro acume in termini di arte critica e documentari di denuncia, di teoria post-coloniale e di decolonizzazione, di attivismo e cinema sperimentale.

Mario Margani: Avevi detto che adesso stai lavorando ad un nuovo progetto. Sarà ancora una volta relativo a questa fragilità e alla precarietà di Tsakalos Blues che hai poi ulteriormente sviluppato in Diaries?

 Yara Haskiel: Cercherò di combinare ancora le tecniche e la sperimentazione. E avrà a che fare con la saggezza e il potere delle divinità antiche, gli antenati e la necropolitica.


https://vimeo.com/haskielproductions