Yara Haskiel è una video artista e ricercatrice. Ha studiato cinema sperimentale e Media art all’Università d’Arte di Berlino e Amburgo. Ha conseguito un Master in Museologia e Teoria Critica presso l’Università Autonoma di Barcellona. Nel 2014/5 ha partecipato al Programma di Studi Indipendenti (PEI) presso il Museo d’Arte Contemporanea (MACBA) di Barcellona. Le connessioni tra memoria e dislocazione di narrazioni minori e dimenticate e i loro effetti sulla società sono temi centrali nel suo lavoro. Inoltre Haskiel si concentra sul lutto e sugli effetti della precarietà legati all’amore da una prospettiva femminista. Nelle sue opere video, installazioni multischermo e performance sperimenta con camere mobili, found footage e nuovi media.

Questa intervista si focalizza sui suoi ultimi due lungometraggi: Tsakalos Blues (2014, 65 min.) e l’opera a due canali composta da I don’t write Diaries I: On Love and Crisis” e I don’t write Diaries II: On the Power of Fragility (2016). Il primo ha fatto parte della collettiva Personal Geographies, curata e organizzata da te e Branka Vujanovic in collaborazione con gli artisti Angelika Levi, Angela Melitopoulos, Andrea Bellu e Matei Bellu presso il CIAT – Contemporary Institute for Art & Thought (2016), mentre il secondo è stato in mostra presso la Kunsthalle am Hamburger Platz come parte della mostra collettiva e del simposio un-stable.eu (2016).

In Tsakalos Blues (tsakalos è la parola greca che sta per “sbandato”), parte del girato appare molto più vecchio dell’opera stessa. Dal momento che il soggetto è molto personale, strettamente legato alla storia della tua famiglia, sembra che l’artista abbia impiegato del vecchio materiale di sua appartenenza, che risale anche a prima dei suoi studi, filmato già con l’idea di parlare del passato e del presente della sua famiglia.

Mario Margani: In alcuni passaggi mi sembra che all’inizio sentissi il bisogno di documentare in generale ciò che stavi facendo con tuo padre e che solo in seguito tu abbia deciso di usare questo materiale per il video. A quel tempo studiavi già all’accademia o eri autodidatta?

Yara Haskiel: Ho iniziato a lavorare con i video quando avevo diciassette o diciotto anni. Vivevo nelle case popolari e in quel periodo ho fatto un tirocinio presso la WIM – Werkstatt für interkulturelle Medienarbeit e.V. Berlin, un’associazione che si occupa di mediazione mediale e progetti documentari e che in qualche modo segue una tradizione in Germania, fondata principalmente da registi di documentari che facevano parte dei movimenti del Sessantotto e del post Sessantotto. È qui che ho imparato e che ho fatto le mie prime esperienze di montaggio. Non avevo un diploma e non potevo andare all’università, così per due anni ho frequentato una scuola di media design e nel 2005 ho cominciato a fare da assistente ad Angela Melitopoulos a Colonia.

Mentre mi candidavo in varie scuole d’arte ho iniziato a lavorare a Tsakalos Blues, il mio primo mediometraggio. Avevo visto Passing Drama (1999) di Melitopoulos, che racconta del padre di origini greche, lavoratore forzato a Vienna, e della storia della diaspora della sua famiglia nel corso della catastrofe dell’Asia Minore. Ero molto commossa, forse perfino in difficoltà dal punto di vista psicologico, e così ho iniziato a girare questo film su mio padre. Per terminarlo ho impiegato tutto il tempo dei miei studi, quindi in sostanza ci ho lavorato per circa sette anni. Stavo registrando con mio padre e il materiale a cui ti riferisci – quello che sembra anche più vecchio – è in Super8.

Mario Margani: Quindi non hai utilizzato foto e filmati di archivio di tuo padre, di altri membri della famiglia e di amici?

Yara Haskiel: È fantastico che tu lo pensi, perché questa era esattamente l’idea che stava dietro all’uso del Super8. L’intento era proprio questo: sentivo il bisogno di creare un diario di famiglia che in realtà non esiste, perché la nostra famiglia non poteva permettersi il Super8. Avevamo solo le fotografie. Per me l’uso del Super8 era un modo di creare un supporto immaginario per il diario di mio padre o perfino per quello di mio nonno.

Mario Margani: Anche il viaggio che hai fatto con tuo padre dalla Germania alla Grecia è stato un modo per riscrivere, o per scrivere per la prima volta, una sorta di diario con lui, raccontando gli episodi della sua vita da quando era bambino e fino a oggi.

Yara Haskiel: Ho cercato di pensare al Super8 come al tipo di materiale che lui avrebbe usato se avesse avuto la possibilità di girare un film. A quel tempo, in ogni caso, l’accesso al Super8 era limitato alle famiglie benestanti.

Mario Margani: In Tsakalos Blues, per quanto riguarda il passato della tua famiglia, diventa chiara la differenza tra la tua volontà di saperne di più sui tempi duri e il modo in cui tuo padre ti risponde in merito ad un argomento che era stato semplicemente un tabù fino a quel momento: le vicende e i diversi momenti della vita di tuo nonno, deportato dalla Grecia alla Polonia in un campo di lavoro forzato – il campo di concentramento di Auschwitz – e la sua vita dopo questo evento. Ciò nonostante, tuo padre sembra parlarti di questi argomenti in maniera molto più aperta rispetto a tuo zio.

D’altra parte, i membri della famiglia con una storia analoga che hai intervistato hanno avuto un approccio totalmente diverso, forse anche per via del fatto che il loro padre, amico di tuo nonno, amava parlare e discutere ampiamente, in maniera quasi compulsiva, della sua esperienza nei campi di sterminio in Polonia e Germania. I suoi figli erano sopraffatti da questi racconti, che hanno portato ad un approccio diverso tra i due fratelli che hai conosciuto. I due, però, hanno un’opinione diversa della storia e anche il loro punto di vista a riguardo è differente se mettiamo a confronto questa storia con quella di tuo padre, con il quale dopo tutto hanno condiviso molto tempo da giovani. Grazie a Tsakalos Blues sei stata in grado di rompere alcuni tabù all’interno della tua famiglia.

In ogni caso tuo padre si è mostrato aperto a riguardo, visto che hai “scritto” i suoi diari nel corso del vostro viaggio insieme, mentre tuo zio sembra meno disposto a parlare di questa storia o delle conseguenza che ha avuto sulla sua vita. Quando tuo padre parla di tuo zio dice che ha un complesso di inferiorità dovuto al fatto di non aver mai avuto un vero e proprio lavoro o messo su una famiglia propria. Nel corso del film emergono nuove testimonianze a sostegno di tutti questi diversi approcci, oppure avevi intenzione di cercare di metterli in evidenza fin dall’inizio? Il modo in cui viene raccontata una storia del genere, oppure non viene raccontata affatto, cambia e lascia la sua impronta anche sulla vita delle prossime generazioni. Eri attratta dal modo in cui l’altra famiglia parlava e parla del proprio passato? Avresti voluto che anche la tua famiglia si comportasse così?

Yara Haskiel: È stato molto interessante, ma non c’è una differenza così marcata. Inoltre, in una sequenza del film, uno dei due fratelli della famiglia Parente, quella di cui stai parlando, sostiene che suo padre gli parlava costantemente dei campi di sterminio e che si sentiva soffocare, mentre il fratello più giovane, quello seduto davanti al negozio, dice che il padre non ne ha mai parlato. Quindi ciascuno ha anche vissuto esperienze contraddittorie. Ad ogni modo incontrarli è stato molto interessante, perché erano amici d’infanzia di mio padre e mio zio e perché avevano un modo così fiero di parlare di loro padre, di quello che aveva vissuto e di come l’aveva vissuto. Tutti loro hanno un’identità ebrea molto marcata. Il loro modo di esprimersi mi ha attratto particolarmente, perché impostavano i discorsi in maniera molto chiara e diretta ed erano davvero magnifici in questo senso.

Quindi per me questo è stato un modo per cercare di cogliere un’esperienza drammatica che si è trasferita alle generazioni successive, il modo in cui essa si articola in racconto e in qualche modo nel linguaggio stesso, e quanto questo linguaggio può essere frammentato, perché in esso si possono rintracciare anche delle lacune che non sono esattamente quelle presenti nei racconti dei genitori. L’avvio di questo processo è stata un’esperienza difficile per mio padre e mio zio, perché hanno dovuto ripercorrere il passato e riconsiderare tutto. Hanno dovuto nuovamente immaginarsi all’interno di fatti dolorosi che causano repulsione e sofferenza.

Mario Margani: Ma tutto questo può riflettere anche un problema che hanno con la loro identità. Mi chiedo se questo sia stato un risultato o una causa di lotta con la propria identità e con l’esperienza di sradicamento. Forse nella famiglia Parente hai visto il riflesso di un’identità definita. Loro vivono in Grecia, hanno la loro identità ebraica e il loro modo di parlare del passato e di affrontarlo. Il problema della condizione di apolide di tuo nonno rende le cose ancora più complicate. Questa fragilità dovuta all’assenza di un’identità definita, ufficiale e lineare condiziona anche i cambiamenti e lo sviluppo di tuo padre negli anni della giovinezza. Instabilità e altre vulnerabilità che non volevano approfondire, e che attraverso lui arrivano a te.

Yara Haskiel: Penso che ci siano anche delle grandi differenze. I sopravvissuti ai campi di concentramento che sono tornati in Grecia sono stati intorno ai 1000-1200, che non è molto. Ovviamente si sono reinseriti nella loro comunità ebraica locale e si sostenevano l’un l’altro. Ma quando sono tornati c’è stato una sorta di malinteso, che è comune a molti sopravvissuti della Shoah che ritornano nei loro paesi. Nessuno credeva alle storie di coloro che arrivarono per primi e non si sapeva bene cosa avessero passato. Sono tornati e si sono riuniti a una comunità, anche se molto piccola e fragile. La prima deportazione è iniziata nel marzo 1943 ed è finita ad agosto. I tedeschi hanno deportato velocemente circa 60.000 persone.

Altri potevano scappare nelle zone occupate dall’esercito italiano e ottennero dei documenti che attestavano il loro stato di cristiani, perché lì gli ebrei non erano perseguitati così tanto e gli italiani non collaboravano molto con i tedeschi in questo senso. Uno di questi era il Signor Alvo. Io l’ho incontrato all’hotel Bristol di Salonicco; fa parte del consiglio di amministrazione. In questo hotel hanno vissuto i miei nonni e mio padre negli anni ‘50 e ‘60 grazie alla comunità ebraica che pagava loro le spese, come a molti altri sopravvissuti ai quali non restava nulla in Grecia. In questo posto venivano persone che avevano perso tutto. Avevano perso la loro famiglia, a loro casa era stata espropriata; ma alcuni riuscivano a ritrovare dei familiari.

Dall’altro lato il problema principale era come fare a vivere in Germania come sopravvissuto subito dopo la guerra. Qual era la risonanza in Germania? Su chi fare affidamento o con chi parlare? È anche per questo che non c’era una comunità, nessun punto di riferimento. Mio nonno aveva più o meno sei amici ebrei che erano sopravvissuti ai campi di concentramento e ovviamente stavano sempre insieme; ma poi quando arrivò in Germania la prima generazione di Gastarbeiter (lavoratori stranieri) la situazione cambiò di nuovo, perché in Germania la società era ancora prevalentemente fascista.

Mario Margani: Quindi i sopravvissuti rimasti hanno dovuto elaborare tutto questo in privato. Non c’era un dibattito aperto su tale questione, né sui media e neanche con persone che non fossero altri  sopravvissuti. Forse questo è stato un modo per dimenticare e ricominciare da capo.

Yara Haskiel: Nel novembre 1945 in Germania c’era stato il processo di Norimberga, il processo di Auschwitz si è tenuto solo nel 1963 a Francoforte. E sì, è certamente come dici tu, ma a quei tempi mio nonno voleva anche proteggere i suoi figli ed evitare di essere coinvolto in queste dolorose storie mentre viveva in Germania. Molti sopravvissuti hanno preso delle decisioni, all’improvviso. Si sono innamorati di qualcuno e lo hanno seguito, oppure un giorno è capitato per caso qualcosa, come avere l’opportunità di trasferirsi, dove parevano esserci possibilità di guadagnarsi da vivere.  Alcuni hanno ottenuto i documenti per gli Stati Uniti, il Canada, o Israele, pochissimi sono rimasti in Germania. Ma era anche una questione di migrazione, politiche, regole, leggi e dipendeva dall’interesse dei paesi in cui le persone facevano richiesta d’asilo.

Come saprai, i sopravvissuti restavano per anni (più precisamente fino agli anni ‘50) nei campi profughi, che erano situati negli ex campi di concentramento, aspettando documenti e permessi. Usciti dai campi avevano una mentalità completamente diversa e molti presero decisioni senza pensare alle conseguenze a lungo termine. E alcuni non volevano tornare in Grecia perché altrimenti sarebbero dovuti entrare nell’esercito. Mio nonno si innamorò di mia nonna e decise di evitare il servizio militare durante la guerra civile in Grecia.

Mario Margani: Nel video tuo padre ripete le parole di tua nonna: “Hai già provato l’esperienza i campi di concentramento, quindi non ha senso fare un’altra guerra in Grecia”. Com’è stato per tuo nonno relazionarsi con una famiglia tedesca dopo la sua esperienza nei campi di concentramento? Questa esperienza e queste tensioni hanno avuto ripercussioni sulla vita privata dei tuoi nonni? Nel film tuo padre ti chiede delle tue origini miste, essendo nipote di un greco ebreo vittima dei campi di concentramento da un lato e di una donna tedesca di quei tempi dall’altro.

Yara Haskiel: Nel corso di Tsakalos Blues si può notare che la camera si sposta. Mio padre inizia a intervistarmi. In qualche modo le posizioni si scambiano proprio in questo particolare momento in cui lui mi chiede cosa provo ad essere sia tedesca che ebrea, e in questa discrepanza, che in realtà sarebbe normale. Facendo questa domanda allude anche a se stesso, che si è confrontato direttamente con questa condizione. Questo rende la sua domanda un po’ comica. Mia nonna proveniva da una famiglia molto povera ed è cresciuta con sua zia. Erano piuttosto socialdemocratici e anti-fascisti e per alcuni anni lei è cresciuta anche in un orfanotrofio.

Certo, nei giovani a quei tempi potevano infiltrarsi il pregiudizio e i luoghi comuni connessi all’ideologia fascista, ma lei non proveniva da un contesto di quel tipo. Le altre prozie e cugine della sua famiglia erano proprio quelle donne che la società tedesca considerava “impure” nel periodo post-guerra, perché erano donne che avevano sposato americani o italiani e molte furono rifiutati dalla società tradizionale tedesca.

Mario Margani: Nel video hai inserito tre brevi passaggi dei filmati di vecchie interviste e conferenze del filosofo e scrittore indiano Jiddu Krishnamurti (1895-1986), che negli anni ‘60 e ‘70 diventò per molti un guru contro la sua volontà. Tuo padre seguiva il suo modo di fare, le sue teorie e i suoi discorsi, come dichiara nel video. Verso la fine vediamo Krishnamurti affermare: “La società non vuole che gli uomini siano liberi, poiché libertà significa caos, ribellione significa caos, rivoluzione significa caos […] l’uomo cerca sempre la libertà ma solo esteriormente e in relazione alla struttura sociale. Di conseguenza è in rivolta contro la società, ma non contro la struttura fisiologica interna che crea la società”.

Yara Haskiel: Ho inserito Krishnamurti proprio perché mio padre mi aveva parlato di lui. Mio padre ha studiato e letto molto su induismo, buddismo, meditazione e yoga, e simili. Ma io credo che questo corrisponda in qualche modo al suo atteggiamento mentale. Ha trovato in questa filosofia un modo per riflettere su se stesso nel mondo. Ha diffuso il messaggio della libertà individuale dal mondo materiale in connessione a quella globale, ed era un pacifista. A quel tempo rappresentava un movimento analogo a quello hippie, e il movimento hippie, specialmente in Germania, era la controparte dei movimenti del ‘68. Aveva un atteggiamento diverso nei confronti del mondo.

Il movimento del ‘68 era dominato in particolar modo da giovani i cui genitori erano considerati complici del Terzo Reich. Mi rattrista un po’ quando mi chiedi qual’è la mia posizione in relazione alla mia identità mista. Ho realizzato questo film anche per trovare un modo di mostrare le ambivalenze e in particolare di allontanarmi da questo concetto di identità che ti accosta a qualcuno o ad un’idea. C’è un aspetto repressivo nell’essere accostati ad un’identità. Io cerco di dimostrare che ci sono modi e strategie per sopravvivere, agendo in modo diverso e mantenendo la propria identità ibrida. C’è un’intelligenza specifica che sviluppi se sei un migrante, o quando vivi o sopravvivi in certe circostanze. A quel punto sviluppi altri strumenti per guidare te stesso attraverso la società. Uno dei motivi principali per cui Krishnamurti stesso e la sua presenza nel film sono importanti è che le sue parole corrispondono alla mentalità di mio padre nel suo rifiuto del lavoro o nel non dargli molta importanza.

D’altro canto la sua posizione deriva precisamente da un pensiero sottoproletario. Quando aveva 14 anni, disse di aver pensato di diventare un carpentiere, un pittore o qualcos’altro, senza dar molto rilievo all’impiego. Questa rappresenta una precisa affermazione di una prospettiva sottoproletaria che nel tempo si traduce nell’approccio hippie al lavoro. Anche mio zio ascoltava Krishnamurti e seguiva i movimenti giovanili. Lui e mio padre vivevano e lavoravano insieme in un kibbutz. Credo però che i motivi per cui mio zio si sia rifiutato di fare i conti con la storia nel corso del film o di essere davvero parte dell’intervista fossero legati alla sofferenza che prova rispetto a quel periodo.

Nel periodo in cui sono nati c’erano molte lotte, sono cresciuti in un ambiente molto violento con piccole strutture para-mafiose e “mondi sommersi”. E naturalmente si tratta anche di un atteggiamento diverso nei confronti di mio nonno, perché lui era un personaggio. Nell’intervista in Grecia i fratelli Parente parlano entrambi di mio nonno come uno tsakalos, un delinquente, e raccontano diffusamente tutte le sue vicissitudini. Ma la loro immagine del nonno riflette il modo in cui l’hanno visto quando arrivò dalla Germania per visitare la Grecia, con dei bei vestiti, nel periodo in cui ha guadagnato un po’ di soldi.

Mario Margani: La tua intervista pone la questione del divario tra te e tuo padre nel trattare certi argomenti, ma anche nell’approccio alla vita, che si manifesta durante tutto il film. Tu compari spesso davanti alla telecamera. Le differenze tra i punti di vista e gli stati d’animo di te e di tuo padre sono in primo piano. C’è un breve passaggio in cui lui ti dice: “Non saremo mai in prima classe.” Ciò mi ha fatto pensare al segno di un’ambizione frustrata che vuole raggiungere una posizione più alta in società, connessa a comuni status symbol, il che oggi suona obsoleto.

Più avanti tuo padre fa un’altra battuta con un approccio simile mentre state filmando l’ingresso della sua casa d’infanzia, dicendo ad un residente di passaggio: “Ora sono un artista famoso, stanno facendo un film su di me, c’è la televisione.” Dietro queste battute sembra sempre che pur avendo avuto un approccio diverso, quasi hippie, per lui sia comunque importante raggiungere certi segni stereotipati e individualistici di successo nella vita. Che sia da intendere come fallimento, aspirazione o tentativo, in ogni caso questo approccio cerca di trovare spazio nella sua vita, nonostante il suo essere una sorta di figura al limite.

Yara Haskiel: Non potrai mai essere un borghese se non lo sei di nascita. Non ci arriverai mai. Oppure può diventare un desiderio costantemente frustrato. Ma molto semplicemente, questo desiderio non c’era. Sognare un’estrazione borghese è diverso dal desiderio di essere ricchi e basta. Deriva forse da una mentalità diversa, presente in Grecia a quei tempi. Se penso a mio nonno, non credo avesse il desiderio di essere un intellettuale o un borghese.

Mario Margani: Tuo padre non voleva diventare un musicista?

Yara Haskiel: Lo è, e di sicuro si rende conto che non sarà più un grande musicista di successo. E non gli piace davvero la gente che va in prima classe. Ma naturalmente gli piacerebbe poter avere una vita più confortevole con una pensione più alta, e non dover più lavorare alla sua età.


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