Pochi giorni fa i media di tutto il mondo hanno riportato la notizia di un embrione-chimera creato inserendo cellule staminali umane in un embrione di pecora. L’esperimento è stato condotto da un gruppo di ricerca dell’Università della California e prospetta un futuro in cui gli ovini potrebbero fornire una riserva preziosa di organi e tessuti compatibili per i trapianti. Giusto un paio di mesi prima, Brian Madeux – 44enne di Oakland affetto da sindrome di Hunter, una malattia metabolica provocata da un’alterazione dei geni – è passato alla storia come il primo essere umano ad aver subito un processo di gene editing in tempo reale, direttamente nel proprio corpo.

Questi sono solo due tra gli esempi più recenti che mostrano come, dai laboratori dei centri di ricerca, i temi caldi del dibattito scientifico riescano a riversarsi nelle nostre case scatenando discussioni non meno accese. La risonanza mediatica di notizie come queste mostra soprattutto due cose: la prima è che, andando inevitabilmente a braccetto con problemi di etica e di morale, i progressi della genomica e delle biotecnologie fomentano l’opinione pubblica almeno quanto le questioni politiche o culturali; la seconda è che, oggi più che mai, discutere di genetica è discutere del concetto stesso di uomo.

In un panorama come questo, il MUSE di Trento ha da poco inaugurato la mostra Genoma Umano: quello che ci rende unici, dedicata a conoscere più a fondo il nostro patrimonio genetico e il suo ruolo fondamentale nel definirci come individui. Il percorso va dal sequenziamento del DNA fino alle moderne tecniche di manipolazione, passando per mutazioni genetiche, prevenzione sanitaria e compravendita di test online.

Senza cadere mai nello stereotipo di una lezione di scienze, Genoma umano rifiuta il taglio puramente nozionistico in favore di una divulgazione coinvolgente, fatta di immersione e interattività; una mostra in cui i pannelli informativi sono ridotti al minimo, e che, piuttosto che elencare concetti, preferisce offrire delle esperienze. Tutto questo è frutto di un approccio multidisciplinare che unisce scienza, arte e tecnologie digitali e coinvolge diverse professionalità tra ricercatori, artisti ed esperti di comunicazione scientifica. Tra queste, ho raggiunto per telefono Lucia Martinelli, che con Patrizia Famà e Paolo Cocco ha curato la mostra, nel pieno dei lavori di allestimento.

L’allestimento è proprio una delle prime cose di cui abbiamo parlato: “..una mostra che, se non si può definire un’opera d’arte in sé, possiede sicuramente un gusto estetico notevole” ha commentato Martinelli. “Il progetto è opera dell’architetto Lorenzo Greppi, esperto del settore museale e dotato di una grande sensibilità scenografica, e fa ampio ricorso a sistemi multimediali, video e multi-proiezioni messi a punto con il supporto operativo, tra gli altri, della divisione interactive dello studio fuse*.”

fuse* interactive in particolare si è occupata della realizzazione dei software e delle interfacce grafiche per le installazioni interattive. Contribuire alla creazione di esperienze di divulgazione scientifica attraverso produzioni artistiche, festival o exhibit museali, rappresenta una parte fondamentale del lavoro dello studio, in accordo con uno dei suoi obiettivi principali: realizzare progetti con un impatto culturale positivo sulla collettività.

Per dirla con le parole di Mattia Carretti: “Come designer pensiamo che l’obiettivo più alto a cui possiamo ambire sia fare in modo che la nostra attività possa arricchire la vita delle persone: contribuire ad una mostra che avrà decine di migliaia di visitatori, tra cui molti bambini e giovani, ci rende molto felici. La giovane età dei visitatori ha guidato le nostre scelte dal punto di vista del linguaggio interattivo, considerando che i curatori della mostra avevano necessità di veicolare concetti anche molto complessi in modo semplice e immediato.

Il nostro lavoro, dunque, si è concentrato sul concretizzare visivamente e a livello esperienziale gli obiettivi didattici e divulgativi che il comitato scientifico e i curatori volevano comunicare, attraverso le installazioni interattive che caratterizzano la mostra.” Il risultato di questo lavoro corale è un percorso che prende il pubblico per mano per portarlo ad affrontare le questioni genetiche più delicate, attraverso l’esperienza e il gioco.

I visitatori si troveranno in diverse situazioni: un supermercato in cui acquistare un test del DNA, per poi riflettere sul perché e le implicazioni della propria scelta; una piazza con sei silohuettes, ciascuna raffigurante un soggetto con una particolare storia di predisposizione genetica da raccontare, e un laboratorio in cui sperimentare alcune procedure di editing genetico in prima persona, sotto un lampadario Quadrilumi che mostra il funzionamento di CRISPR-Cas9, la celebre tecnica che permette di correggere precise sequenze di DNA.

Genoma Umano si caratterizza quindi per il cambio di scala: i problemi etici e sociali sono affrontati prendendo in esame l’infinitamente piccolo, ovvero partendo dalle molecole. Questo criterio è abbracciato anche dall’opera di Claud Hesse, artista che vive tra l’Italia e Berlino e lavora ai confini tra meccanica quantistica, genetica e filosofia.

Per il MUSE, Hesse ha realizzato DNA Epigen, una macro scultura interattiva che riproduce un segmento della doppia elica: il visitatore è invitato a selezionare dal monitor di un tablet uno tra sei affetti corrispondenti a sei esperienze epigenetiche, ovvero condizioni esterne al DNA che sono in grado di alterare l’espressione dei nostri geni. Ogni scelta innesca una precisa reazione nella scultura stessa, che mostrerà come ambiente e stili di vita possano lasciare un segno ben più profondo di quello che crediamo. Una mostra che sviscera una ad una le nuove sfide della genomica e arriva a toccare problematiche di stretta attualità.

Qual è l’approccio scelto per affrontare questi temi, lo spiega sempre Lucia Martinelli: “Uno degli slogan della mostra potrebbe essere anche: non è solo una questione di geni. Il Progetto Genoma Umano non è stato un punto d’arrivo, ma un nuovo punto di partenza verso una nuova conoscenza: capire come funziona il nostro genoma, quali sono le interazioni con l’ambiente, quali sono gli aspetti di natura giuridica, etica ed economica.

Personalmente ho curato molti progetti legati a scienza e società e all’impatto che l’innovazione biologica ha sulle persone e sull’opinione pubblica; di conseguenza la mostra prevede anche uno spazio dedicato a come la stampa affronta queste questioni. Questa sezione verrà progressivamente aggiornata, dal momento che la mostra durerà un anno e la ricerca in questo settore procede molto velocemente.”

Un modo quindi per fare chiarezza su questi temi, e rendere i progressi della ricerca scientifica comprensibili a tutti, senza però prendere posizione…“Non dobbiamo pensare ai musei di scienza come dei luoghi dove si mostrano oggetti e basta, piuttosto possiamo intenderli come agorà, come delle piazze che permettono l’incontro e la discussione sui temi di punta: questa è la vera missione dei musei di nuova concezione e il MUSE è uno di questi.

Le persone devono entrare in mostra non solo per apprendere nozioni, ma per imparare a farsi delle domande, a riflettere. Devono poter acquisire quella che si chiama cittadinanza scientifica: la capacità di scegliere, un domani, di fronte ad un referendum, una cura medica, o anche solo di discriminare tra la moltitudine di informazioni che si trovano in internet, e capire di chi fidarsi. E’ importante fornire al pubblico gli strumenti per poi pensare e discernere con la propria testa.”


http://www.muse.it/it

http://www.lorenzogreppi.com/

http://www.fusefactory.it

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